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venerdì 10 aprile 2015

Calmare gli entusiasmi sull'accordo con l'Iran

(Pubblicato su Formiche)

Anche diversi degli osservatori più scettici, erano rimasti positivamente stupiti dalla precisione dei parametri che accompagnavano l’accordo che il “5+1 US-led” (perché sono stati gli americani a tirare forte per la conclusione) aveva chiuso sul nucleare iraniano.

Certo, in molti facevano notare che poco più di due anni fa, l’Amministrazione Obama sosteneva che l’unico compromesso accettabile era quello in cui l’Iran chiudeva il suo programma nucleare: oggi nell’accordo viene garantito più o meno tutto (come dice il ministro degli Esteri iraniano «viene preservato il nostro diritto al nucleare», e non mente), salvo rimandarlo di una quindicina d’anni, ma d’altronde adesso il mood dice che l’alternativa al deal è la guerra (e chi la vuole una guerra con l’Iran adesso?). Logico che l’opinione pubblica tra una specie di apocalisse in Medio Oriente e un accordo sbandierato da un Obama trionfante, scelga la seconda opzione. E poco importa ai più se si tratta di una pezza traballante e ancora tutta da definire sul serio. La maggioranza delle persone resta disattenta a certi argomenti, la Casa Bianca lo sa e cerca di spingere al massimo l’alimentazione dell’immagine dell’”Obama vittorioso” dietro all’intesa (ieri per esempio è stata diffusa un’informativa in cui si spiega che con il deal non ci sarà nessuna bomba: nel report c’è un’immagine piuttosto potente, visto che si rifà, volutamente, a quella storica che Bibi Netanyahu mostrò nel 2012 all’Onu per sostenere la sua opposizione ai negoziati con Teheran).

Da giovedì, quel “traballante” e quel “definire sul serio” di poco sopra, non sono più opinioni e punti di vista di osservatori critici, alleati sfiduciati (chiedere a israeliani e sauditi), oppositori politici: i due aggettivi, alla luce delle dichiarazioni uscite ieri dall’Iran, diventano un fatto. La Guida Suprema Ali Khamenei (l’autorità in testa alla teocrazia rivoluzionaria iraniana) ha parlato all’incontro settimanale con l’intellighenzia del regime e ha detto che «l’accordo non è garantito» e non è garantito nemmeno che si possa arrivare alla fine dei colloqui (per i disattenti: l’intesa raggiunta, non è altro che un preliminare, un accordo quadro, in cui i parametri definitivi e la firma dovranno essere inseriti entro il 30 giugno, ma si sa che certe deadline possono slittare facilmente). Khamenei ha detto di non essere né favorevole né contrario, di aver sostenuto i negoziatori, ma di essere scettico sulla sinceritù degli Stati Uniti. Contemporaneamente, il presidente Hassan Rouhani calcava la mano su uno dei nodi critici del deal: le sanzioni. Gli iraniani ne vorrebbero l’eliminazione immediata ─ «altrimenti non ci sarà alcun patto» ha detto Rouhani ─ mentre John Kerry aveva parlato di processo «graduale». Rouhani ha vincolato al risultato economico (raggiungibile con l’abolizione delle sanzioni) il consenso politico sull’accordo usato per far leva sull’opinione pubblica: per questo ha fretta.

Scrive Paola Peduzzi sul Foglio: «Rohani detta una condizione definitiva, Khamenei fa lo scettico: è chiaro che c’entra la strategia di comunicazione interna, ma la strada dell’accordo che in Occidente è stato venduto come inevitabile e anzi imprescindibile, è ancora molto accidentata».

Le uscite di Rouhani, e soprattutto di Khamenei sono fortemente politicizzate, e rappresentano in effetti il modo per tenere ferma la narrativa interna cara ai falchi del regime (quella del “Grande Satana” americano). Sebbene le posizione assunte verso l’accordo dai Pasdaran e dai leader delle milizie Basij ─ le roccaforti del potere conservatore, oltre al clero di Khamenei ─ siano, fin qui, di sostanziale apertura. Ma non si tratta di una “rivoluzione” riformatrice, di un sentimento puro per così dire. I conservatori hanno ormai chiaro che l’eliminazione delle sanzioni è l’aspetto fondamentale per ridare vita all’economia (fiaccata da decenni di embargo), dunque la sola via per permettere la sopravvivenza della Repubblica Islamica, unica loro vera priorità. Per questo se l’accordo piace, almeno formalmente, anche ai falchi di Teheran, c’è da avere qualche sospetto.


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