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giovedì 16 aprile 2015

A cosa servono i reporter in zone di guerra? Risponde il NYT col caso Engel

(Pubblicato su Formiche)

Appena poche ore fa, al Festival internazionale del giornalismo di Perugia, Lucia Goracci di Rai News 24, Amedeo Ricucci del TG1 e Daniele Raineri del Foglio (tornato da pochi giorni da un lungo tour in Iraq, che lo ha portato da Tikrit a Baghdad), erano relatori di un panel dal titolo “Giornalismo di guerra: vecchie e nuove sfide”. Si parlava di quello che significasse, ancora (nell’epoca del citizen journalism, degli attivisti che condividono in rete, live, ogni sorta di informazione), il ruolo del reporter in zone di guerra.

Tutti, più o meno, convenivano che essere presenti sul campo di battaglia, è indispensabile per avere una verifica diretta delle informazioni ─ che spesso, grazie alla facilità di diffusione diventano filoni propagandistici amplificati dalla profondità di Internet ─ e per respirare le emozioni e le sensazioni che caratterizzano quei luoghi. A tal proposito, per esempio, Raineri raccontava di quanto fosse stato forte l’impatto simbolico del ritorno, epico, delle milizie sciite nei luoghi del massacro di Cob Speicher ─ quando lo Stato islamico entrò a Tikrit il giugno scorso, circa 1700 cadetti iracheni di stanza all’ex base americana, furono presi prigionieri dallo Stato islamico, con l’aiuto ingannevole dei sunniti baathisti locali, e successivamente giustiziati tra i cortili dei palazzi neobabilonesi di Saddam.

Il “più o meno” di poche righe sopra, vale per Theo Padnos, anche lui tra gli speaker del panel: il giornalista americano, rapito in Siria dalla Jabhat al Nusra nell’ottobre del 2012, era l’unico ad affermare con chiarezza che «non bisogna andarci più laggiù», ché gli arabi sul posto (giornalisti e attivisti locali) stanno già facendo un ottimo lavoro, e che basta stare qui e vedere «i chilometri di video postati su Youtube» per poter scrivere i pezzi adeguatamente. Posizione umanamente comprensibile, viste le brutalità che ha dovuto subire nei lunghi mesi della sua prigionia: ma tra “comprensibile” e “giusto”, c’è sempre una netta linea di separazione. È opinione di chi scrive, che la presenza di giornalisti sul campo rappresenti una forza per le informazioni, che sebbene circolino a velocità altissima attraverso i social network (tanto che il reporter non riesce più nemmeno a postare la foto dell’evento prima che sia già messa online da qualche testimone), devono necessariamente essere verificate e farlo in loco, è la migliore delle possibilità ─ anche perché spesso il citizen journalism diventa partisan journalism, con attivisti (o combattenti) che tendono a “tirare i fatti dalla propria parte”. Poi, chiaro, che l’analisi fatta qui, è altrettanto fondamentale.

A spiegare quelle che in quanto detto finora passano come opinioni, un fatto.

Richard Engel è un noto giornalista della rete americana NBC News, capo corrispondente per l’estero. Engel il 13 dicembre del 2012 fu rapito in Siria insieme ad un suo produttore, Aziz Akyavas, e altri tre membri della crew, John Kooistra, Ghazi Balkiz, e Ian Rivers: tutti furono rilasciati illesi cinque giorni dopo. Dai racconti del reporter, il rapimento sarebbe stato opera di una delle shabiha del regime assadistale shabiha sono delle milizie paramilitari che affiancano il governo siriano nella guerra civile, e spesso sono i gruppi armati che si occupano del lavoro sporco, compresi rapimenti e assassinii mirati. Fino a mercoledì, è stata questa la verità circolata sul rapimento di Engel, spiegata approfonditamente dallo stesso giornalista il giorno della liberazione a “Today”, storico e molto seguito programma di approfondimento news del canale, e poi in un famoso articolo su Vanity Fair dal titolo “The hostage”.

Fino a mercoledì, si diceva, perché mercoledì la NBC ha pubblicato, a firma di Engel, una smentita che copriva praticamente tutto quello che era stato raccontato negli ultimi tre anni. Nel pezzo si legge che i rapitori non sarebbero stati gli sciiti fedeli al regime siriano, ma un gruppo di sunniti locali affiliati al Free Syrian Army (entità quasi estinta, sponsorizzata dall’Occidente), che si sarebbero fatti passare agli occhi dei cinque giornalisti, come una shabiha del regime ─ ingannare intenzionalmente gli ostaggi sulla propria identità, è una tattica piuttosto comune, utilizzata spesso dai rapitori in zone di guerra.

Secondo le indagini del New York Times, che ha inviato reporter sul campo per chiarire la storia, la Nord Idlib Falcons Brigade (questo il nome del gruppo) era guidata da Azzo Qassab e Shukri Ajouj, che avevano una storia di contrabbando e altri reati. Secondo Abu Hassan, un medico locale che ha partecipato alla liberazione intervistato dal NyTimes, l’intento del clan era strappare un riscatto, ma quando si resero conto che tutti gli altri gruppi di ribelli sunniti stavano cercando la troupe americana (che è stata liberata attraverso gli uomini di Ahrar al Sham, altro noto gruppo anti-Assad), hanno inventato lo stratagemma per discolparsi e accusare il regime di Damasco del rapimento.

A quanto pare, la NBC era anche arrivata in possesso di informazioni secondo cui la sua squadra potesse essere in mani dei ribelli (uno GPS, li segnava in prossimità di un covo che era noto ai locali essere utilizzato come base dal gruppo di briganti Falcons), ma ha voluto credere al racconto di Engel, che (a scanso di cospirazioni) sembra fosse realmente convinto di essere in mano ai governativi (e che poi questi lo avrebbero consegnato agli iraniani o ai libanesi), anche se ha un po’ ingigantito il suo racconto ─ in mezzo alla sua storia c’è un passaggio su uno dei suoi aguzzini ucciso durante la rivelazione, che sembra non sia vero e manca nella dichiarazione di questi giorni.

Senza la presenza dei reporter sul posto, non si sarebbe mai potuta scoprire la verità: al NYT sono serviti contatti, fixers, rapporti diretti, verifiche, prima di confermare la pista dell’inganno da parte del clan di ribelli sunniti. Allo stesso tempo però, resta da sottolineare che la storia racconta anche di come un giornalista inviato sul campo di battaglia, non può avere il controllo della situazione a 360 gradi, ma vive personalmente e direttamente soltanto una porzione dei fatti: testimonianza del fatto che il grosso del lavoro deve essere fatto in fase di rielaborazione e di analisi, lontano dai teatri di guerra, e spurgando tutto dalle propagande e dai depistaggi delle controinformazioni ─ possibilmente con deontologia e onestà intellettuale, ma questo è un altro discorso.


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