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venerdì 27 marzo 2015

Soleiman-Pop: l'Iran che uscirà dai negoziati nucleari

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 27/03/2015)

Uno scoop del Wall Street Journal rivela che l'intelligence israeliana ha spiato gli americani durante le trattative sul nucleare iraniano (trattative che non piacciono a Israele). Un tentativo per carpire informazioni non condivise dall'alleato americano, dopo che la decisione del sottosegretario agli Esteri Wendy Sherman di interrompere gli incontri informali con cui aggiornava i funzionari israeliani su quello che succedeva al tavolo di Ginevra, aveva lasciato quest'ultimi a secco di news (era gennaio). Ma c'è un pezzo in più della storia, perché, stante alle fonti citate dal WSJ, sembra che i leaks israeliani andavano a finire anche nelle mani dei membri del Congresso americano: elementi vitali per eccitare il fronte che si oppone al Grand Bargain con Teheran. Da notare che, se i congressisti americani devono ricorrere alle spie israeliane per avere informazioni sulle trattative in corso tra la nazione che rappresentano e un'altra considerata fino a poco prima nemica, un qualche deficit democratico, costituzionale, comunicativo, c'è – anche perché, deputati e senatori americani, dovrebbero essere costantemente informati di questo genere di attività, per prassi costituzionale.

Tutti hanno smentito: ma qualche giorno fa Obama ha dovuto minacciare il veto legislativo su un provvedimento che avrebbe permesso al Congresso di avere l'ultima parola sugli accordi, minando il tavolo negoziale ─ per il momento, il voto è slittato a metà aprile. E nel frattempo, restando sulla stessa categoria di problemi congressuali, 47 senatori hanno sottoscritto in una lettera pubblica che “l'accordo con Obama” avrà vita breve.

C'è, ed è noto, anche un grosso deficit di fiducia tra alleati storici. E va bene che Bibi Netanyahu ha un approccio apotropaico all'accordo con l'Iran, nemico esistenziale israeliano. Ma non è il solo. Anche la (più secolarizzata) Francia, per esempio, è stata molto critica sul modo in cui gli Stati Uniti stanno portando avanti i negoziati,. I francesi non vogliono che le sanzioni all'Iran vengano eliminate prima di concreti segnali positivi sul nuke; dall'altra parte, la Guida Suprema Ali Khameni ha detto che l'eliminazione delle restrizioni commerciali è «parte dell’accordo, non una conseguenza successiva». In mezzo, Washington, e soprattutto la deadline dei colloqui, martedì 31 marzo, che Obama si è imposto (entro la fine di marzo dovranno essere comunicate le linee politiche di un "accordo quadro" che poi sarà possibile modellare fino a giugno). Se l'accordo muore a Teheran sarà un fiasco diplomatico, ma politicamente è ancora un argomento cavalcabile: se muore a Washington, è un problema enorme, con gli alleati che rinfaccerebbero di aver seguito fin laggiù (figurato) gli Stati Uniti, ora colpevoli di aver fatto saltare tutto. Difficile a quel punto mantenere fede al rispetto delle sanzioni, soprattutto quelle energetiche, da parte di partner come Cina, India e Russia. Per questo i francesi sono molto preoccupati: temono che i tempi stretti possano far chiudere con condizioni meno vantaggiose ─ un po' quello che disse Netanyahu nel discorso al Congresso di qualche settimana fa: «Nessun accordo, è meglio di un pessimo accordo», almeno per il momento.

I tormenti francesi e israeliani, si appaiano a quelle turche e saudite. Il principe Turki al Faisal, rispettato membro della casa regnante e presidente del King Faisal Center for Research and Islamic Studies, ha avvisato che l'accordo comporterà in automatico la corsa agli armamenti atomici in Medio Oriente. Turchia e Arabia sono spaventate non tanto dall'improbabile riqualificazione completa dei rapporti tra USA e Iran, in stile Reza Pahlavi, ma dall'esistenza di zone grigie di disimpegno. Una "politica minima" ─ definizione saudita ricorda da Tatiana Boutourline sul Foglio ─ che lascerebbe ai pasdaran iraniani e ai loro link regionali, spazio e potere senza supervisione. Certe paure assumo concretezza se si pensa a quello che sta avvenendo in Iraq e Siria: da tempo gli iraniani si vantano di gestire la politica intera di Damasco, Baghdad, Beirut e Gaza.

Adesso, aggiungere alla lista pure Sana'a e seguire la linea. Il capo operazioni estere del Qods Force, l'élite dei Pasdaran, il generale Qassem Soleimani, architetto della politica estera iraniana (consistente nel creare partiti-milizia, tipo Badr in Iraq, per esercita pressione e deterrenza sociale e politica negli altri paesi "da controllare"), è ormai diventato un personaggio pubblico: circostanza conseguente alla normalizzazione de facto che ha seguito l'alleggerimento dei rapporti diplomatici con l'Occidente, a fronte della lotta al Califfo. Un'icona pop, dal potere mediatico immenso, simbolo del nuovo Iran che naviga tra nazionalismo e ragione. Lui che finora era considerato l'eminenza grigia dietro alle più torbide dinamiche mediorientali, è il più amato nei sondaggi del suo paese. Il secondo è il ministro degli Esteri Javad Zarif, l'uomo che con ogni proobabilità prima o poi porterà a casa l'accordo.

Gli unici ottimisti, allora, sono gli iraniani. «Dal grigiore, all'alba, fino alla luce del giorno» ha recentemente detto il presidente Hassan Rouhani, che nonostante i "falchi" interni, ha sempre avuto dalla sua i potenti ayatollah e il sostegno, finora sincero, di Khamenei ─ che, superando le contraddizioni delle pace con il Grande Satana, cavalcherà la linea dell'accordo come il frutto della "lunga resistenza".

Nel pragmatismo che ormai regola certe dinamiche, l'interesse iraniano è quello di tornare a muoversi all'interno del sistema internazionale, visto le deboli condizioni dell'economia interna. E non può esserci momento migliore di questo, dato che la Casa Bianca ormai non può tornare indietro. Quella di Teheran è una linea razionale, che riesce, con gli interessi, a tenere a bada il nazionalismo più spinto, giocandoci di sponda. Linea iconograficamente incarnata dal generale Soleimani: uomo che, non esponendosi mai politicamente, ha mantenuto sempre buoni rapporti con tutti, conservatori, tecnocrati, riformisti, religiosi. Ora la sua sovraesposizione mediatica che arriva dai campi di battaglia iracheni, è il simbolo dell'Iran che vuole uscire dagli accordi nucleari, quello che combatte praticamente al fianco degli americani, nell'ottica di ristabilire ordine e influenza nella Regione. Contemporaneamente, le foto sotto le bandiere delle milizie sciite o dei gruppi Hezbollah, rassicurano all'interno i più conservatori sulle reali alleanze e sulle "non-derive occidentali" del Paese. Ma all'esterno, rendono preoccupante questa riqualificazione.

E nel frattempo, gli Stati Uniti hanno iniziato i bombardamenti aerei su Tikrit, in Iraq, difendendo a dall'alto l'offensiva guidata dall'Iran (attraverso le milizie sciite irachene e le forze dell'esercito di Baghdad) contro le forze occupanti del Califfato; mentre invece, in Yemen hanno avvallato la decisione saudita di dare il via agli attacchi aerei sui ribelli Houthi, fazione sciita finanziata sotto ogni punto di vista dagli iraniani. D'accordo: è difficile seguire la linea, ma è il pragmatismo.


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