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mercoledì 11 marzo 2015

Sirte, il punto d’appoggio libico dell’IS

(Pubblicato su Formiche)

Il centro congressi Ougadougou con dipinta la bandiera dello Stato islamico, è probabilmente l’immagine più emblematiche tra quelle che arrivano da Sirte, città della Libia centrale, che ha dato i natali a Moummar Gheddafi. È emblematica perché il rais aveva costruito quel centro congressi per ospitare i leader internazionali, e l’edificio doveva essere il simbolo della “credibilità” internazionale libica (un eufemismo sotto Gheddafi). Ora però è il quartier generale cittadino del Califfo, in una terra contesa tra due governi in guerra civile – a meno di quattro anni dalla cacciata di Gheddafi, che doveva significare la liberazione e l’emancipazione della Libia.

Non sarebbero che un paio di centinaia, forse trecento, i combattenti dell’IS presenti a Sirte, ma il controllo del nucleo centrale della città è talmente forte che la Brigata 166, inviata tempo fa dal governo di Tripoli e branca dell’operazione Alba della Libia, si è appostata nelle zone periferiche e non ha ancora provato ad avanzare verso il centro. Hanno paura, al di là di quello che dicono ai giornalisti stranieri che vanno lì ad intervistarli. Ruth Sherlock del Telegraph (che è andato a Sirte insieme a Sam Tarling, che è è l’autore della foto del centro Ougadougou), racconta che mentre uno dei comandanti della brigata lo portava a fare un giro con la sua Toyata Hilux, quando passava a tiro dei cecchini dell’IS diceva che «non sparano perché ci temono»: ma in realtà, dice Sherlock che non sembrava troppo convinto, dato che ogni volta accelerava vistosamente per uscire dalla linea di fuoco (non si sa mai).

L’espansione dello Stato islamico in Libia – a Sirte e a Derna, che è stata la città prodromo – non è una questione di brand. In Libia ci sono anche gruppi locali che hanno cominciato a sventolare la bandiera dell’IS per sfruttare il nome temibile del gruppo. Ma gli uomini che si trovano a Sirte sono frutto di un’operazione pianificata da diverso tempo, direttamente dalla Siria e dall’Iraq – l’ossatura centrale del Califfato. È stato il Califfo Baghdadi ad inviarli.

I due nomi cardine dell’IS in Libia, sono lo yemenita Abu Baraa al Azdi (che si trova a Derna, se n’era già parlato del suo ruolo, fin dallo scorso anno, nel reclutamento libico) e Abu Nabil al-Anbari, che è iracheno come quasi tutti i capi più importanti dello Stato islamico. Abu Nabil, che prima governava la wilayat (regione) di Salaheddin in Iraq, è stato mandato in Libia su ordine diretto di Baghdadi. Insieme a loro, il corpaccione dei combattenti, è costituito dai veterani della katiba Battar, unità composta esclusivamente da libici, che ha servito l’IS in Siria: ora il Califfo ha deciso di sfruttare l’esperienza che hanno maturato sul campo di battaglia, per “prendersi” la Libia – che è la loro terra d’origine – creando link territoriali e fomentando il proselitismo.

Quando il primo ministro del governo provvisorio di Tripoli (sostenuto dalla coalizione Alba della Libia e da varie entità meno laiche, alcune proprio islamiste, rispetto a quelle che appoggiano “l’ex governo” regolare esiliato a Tobruk) è stato intervistato dal New York Times ha detto: «Un sacco di persone che hanno aderito a questo gruppo che chiamiamo Stato islamico sono in realtà residui del precedente regime che abbiamo combattuto nel 2011». Il riferimento del “premier” Omar al Hassi è al fatto che diversi luogotenenti fedeli a Gheddafi, sono passati tra le linee dell’IS, soprattutto a Sirte – che era la roccaforte anche ideologica del rais.

È una situazione non nuova, frutto della reazione all’odio che questi elementi provavano verso chi li aveva cacciati dal potere: e si tratta di entrambe le fazioni, visto che molti dei gruppi che ora si trovano divisi tra i due governi, nel 2011 hanno combattuto fianco a fianco contro Gheddafi. Una situazione analoga è avvenuta in Iraq, dove molti dei notabili (militari e non) baathisti di Saddam Hussein, hanno aperto le porte al Califfo Baghdadi. In questo momento, le forze irachene stanno lanciando un’offensiva (quasi epica) contro Tikrit, che è la città natale di Saddam, e dove le milizie sciite filo-iraniane che affiancano l’esercito di Baghdad (pesudo sciita e filo-iraniano pure questo), hanno un conto aperto con la storia e con i sunniti di Saddam.

La situazione libica è complicatissima, anche perché nessuna della due fazioni (o meglio dei gruppi di fazioni) in guerra, ha come obiettivo primario combattere l’insinuarsi dello Stato islamico – che proprio a causa di questo scenario, continua a entrare con facilità. Uno dei combattenti di Alba della Libia che ha accompagnato David Kirkpatrick del New York Times a Sirte, ha mostrato al giornalista americano alcune bombe inesplose nelle aree vicine alle loro postazioni. Si trattava di ordigni sganciati dai caccia comandati dal generale Haftar, l’uomo che il governo di Tobruk ha ultimamente scelto per guidare le forze armate (o ciò che ne resta) contro Tripoli. Tra l’altro, scrive Kirkpatrick che c’erano l’evidenza di shrapnel di bombe a grappolo – vietate dalle convenzioni internazionali perché colpiscono bersagli in modo indiscriminato. Frederic Wehrey, un ricercatore per il Carnegie Endowment for International Peace, ha detto sull’Atlantic di aver visto la prova che gli aerei del generale Haftar avevano lasciato cadere questo tipo di bombe su una banca e su altri obiettivi civili durante i combattimenti nella città costiera di Bin Jawad – che si trova ad est di Sirte, al confine tra i territorio controllati da Tripoli e quelli di Tobruk.

Ieri, 10 marzo, il capo della diplomazia europea Federica Mogherini, dichiarava che “questa” – intendo i negoziati che riprendono oggi a Rabat, in Marocco – è l’ultima chance per i leader di Tobruk e Tripoli di trovare un’intesa per un governo di unità internazionale (quello che succederebbe semmai non si trovasse l’accordo però non è chiaro), perché serve stabilità per cominciare, poi, a combattere l’IS. Parole che sembrano perfette per un “Premio GAC” alla “Gazebo“. Il fatto è che sarà difficile rappacificare due fazione, mentre una, quella legittimata (più o meno) della Comunità internazionale, nomina army chief il generale Haftar (ha giurato ieri), che sgancia bombe a grappolo contro l’altra.


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