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venerdì 20 marzo 2015

Scordatevi il pivot asiatico e pure il playmaker mediorientale

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 20/03/15)

Martedì Italia, Germania e Francia hanno pubblicamente annunciato l'intenzione di entrare tra i soci fondatori della Infrastructure Investments Bank (Aiib), banca di investimento a guida cinese, che nasce con l'intento di promuovere lo sviluppo economico e sociale della macro-regione asiatica, e dunque di essere un punto fermo della crescita mondiale. Al progetto hanno già aderito India, Nuova Zelanda, Indonesia, Thailandia, Vietnam, Filippine, Qatar e Oman. E, ultimamente, pure l'Inghilterra. Anzi, soprattutto l'Inghilterra, che è stato il primo paese del G7 a dare la disponibilità. Nel 2014 l'Australia era in procinto di entrare in Aiib, ma si è bloccata. Ufficialmente il motivo era la poca trasparenza garantita dalla governance cinese dell'istituto, ma tutti sapevano che in realtà dietro al retro-front c'era un veto degli americani, che non volevano che l'alleato australiano entrasse in una partnership così importante con la Cina. Ora l'Australia è dentro, e la decisione è arrivata dopo l'apertura di pista di Londra. Il Financial Times la scorsa settimana riportava di un Obama furioso con gli inglesi. «Costante accomodamento» sembra sia stato il commento della Casa Bianca sull'atteggiamento dell'Inghilterra nei confronti dellla Cina.

Pechino è da anni che reclama una posizione più importante all'interno di istituzioni globali come il Fondo monetario internazionale o la stessa World Bank, ma l'influenza americana ha remato sempre per tenere i cinesi in una zona secondaria.

Barack Obama basava la sua politica estera nell'area Asia-Pacifico sulla strategia del “pivot to Asia” – e intanto pensava al contenimento dell'economia cinese. Il pivot nel basket è il perno dell'attacco: l'uomo che si mette “in punta”, attorno a cui ruotano tutti i giochi offensivi ─ in americano si dice “centro”. Solo che lui, in questo momento, non sembra Shaq o Abdul-Jabbar ─ due che calamitavano il gioco dell'intera partita, il primo con la potenza fisica, l'altro con una devastante (e diplomatica) classe ─, ma uno di quei centri di cartone che stanno lì in mezzo solo perché in campo li devi mettere, mentre tutti gli altri giocano intorno.

Mercoledì le urne israeliane hanno (ri)consegnato la vittoria al Likud, il partito di destra del premier uscente Benjamin Netanyahu, al quale quasi sicuramente verrà affidato l'incarico per formare un nuovo governo ─ quanto sarà solido, si vedrà. Netanyahu, impastato nello spirito religioso e valoriale della società israeliana, è andato a scovare il voto di ogni singolo colono (componente sociale a lui vicina) ed è riuscito in una rimonta straordinaria. Il suo partito nei sondaggi era dato indietro di 4 seggi rispetto all'asse laburista, e invece ha chiuso superandolo di 5 ─ il New York Times ha definito la vittoria «soundly».

Netanyahu ha un pessimo rapporto con Obama ─ che qualcuno ha già inquadrato come il grande sconfitto delle elezioni israeliane. Quando una decina di giorni fa i repubblicani americani hanno invitato il premier israeliano a Washington per tenere un discorso al Congresso ─ «Il discorso perfetto» l'ha definito il Foglio, che lo ha pubblicato per intero in un paginone ─ i due non si sono nemmeno incontrati, ed è stata la prima volta nella storia degli Stati Uniti d'America, che il capo di un governo straniero è arrivato sul suolo americano senza il consenso del Prez. (Obama non ha telefonato a Netanyahu, nemmeno per porre formali congratulazioni per la vittoria elettorale, come l'etichetta diplomatica richiede).

C'era un tempo in cui l'America era il playmaker del Medio Oriente. Per continuare con i paragoni cestistici, il playmaker, si sa, è colui che imposta, decide, guida, tutte le azioni in attacco. Il regista. Un ruolo che gli USA da un po' non occupano più. Tutta colpa della realpolitik: l'ultima frontiera, trasformare il presidente siriano Bashar Assad in una sorta di invincibile. In mezzo la linea è più o meno questa: prima si trova un accordo sul nucleare iraniano, poi si pensa al resto (la Siria, e pure l'Iraq in fondo, le beghe israelo-palestinesi, il Libano, le incoerenze del Golfo e via dicendo). I due principali alleati di Washington, Israele e Arabia Saudita, invece viaggiano su agende completamente diverse, visto che tutti e due sono fortemente preoccupati della riqualificazione a cui l'Amministrazione sta sottoponendo l'Iran ─ nemico storico giurato dei sunniti delle monarchie arabe e degli ebrei. (Per capirci, il primo passaggio di Netanyahu da nuovo vincitore delle elezioni, è stato dare l'ok a un accordo energetico sul gas in Egitto. Anche gli egiziani sono alleati statunitensi, ma in questo momento, visto il distacco di Washington dal dossier Libia, si stanno ponendo sullo stesso asse, interventista, della Russia).

La Siria, si diceva. Il maquillage in corso sul presidente siriano, iniziato nel momento dell'accordo per lo smantellamento dell'arsenale chimico, è stato definitivamente sancito dal segretario di Stato John Kerry, (che non è nuovo a certi svarioni) quando ha dichiarato alla CBS che l'Amministrazione sta cercando di trovare modi adeguati per negoziare con Assad, al fine di raggiungere una qualche transizione politica a Damasco. Dal dipartimento di Stato hanno provato subito a metterci una pezza, ma è chiaro, ormai, che trattare con Assad è uno dei prezzi da pagare al tavolo dei negoziati sul nuke iraniano ─ una Grand Bargain.

Da che (settembre 2013) lo stavano per bombardare per punirlo dell'orribile attacco chimico al sarin sui civili del quartiere Goutha della capitale, siamo passati al negoziato pure con lui. Il quotidiano Al Baath, organo del partito al potere, dice che si tratta della «conferma ancora una volta del fallimento del piano sionista americano contro la Siria».
Già, perché in Siria – dove nulla è cambiato e Assad è rimasto lo spietato dittatore che era, e ha pure continuato con gli attacchi chimici sulla popolazione, al cloro stavolta, nonostante si tenti di ripulirlo diplomaticamente ─ l'apertura di credito di Obama, l'hanno presa come una debolezza americana, e un'indubbia vittoria del Dottore (così chiamano l'oftalmologo Assad).

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