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lunedì 2 marzo 2015

Riprendersi Mosul: questione militare ma soprattutto politica

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 01/03/2015)

Sfondare a Kobane, arrivare a Baghdad, e poi espandersi a perdita d'occhio. La scorsa estate, erano queste le linee su cui si muoveva il Califfato. La sicurezza con cui mesi fa si sostenevano certe affermazioni, era conseguenza della cavalcata su Mosul, seconda città d'Iraq, conquistata dagli uomini di Baghdadi senza sforzi, in quattro giorni, davanti alle forze irachene che fuggivano, comandate da un governo (divisivo e inadeguato) che si sgretolava. Adesso, di fatto, l'IS è abbondantemente fuori Baghdad (e non sembra facile che ci entri se non con le autobomba), ha perso a Kobane, e di espandere il controllo di territorio oltre quello già conquistato sembra un progetto molto complicato. E la Coalizione internazionale che ha bloccato l'avanzata del Califfo, sta studiando una strategia per riprendersi pure Mosul – e c’è già che dice che la battaglia avrà un ruolo simbolico.

Secondo le fonti anonime di CentCom che stanno riempendo le pagine dei media internazionali, il piano prevede un’azione tra aprile e maggio prossimi, dove saranno impiegati 25 mila militari tra ISF (l'esercito iracheno) e le milizie sciite alleate di Baghdad, che arriveranno da sud, e i Peshmerga curdi, che accerchieranno la città da nord, da est e da ovest. In più parteciperanno all’offensiva, alcune fazioni tribali sunnite, che si sono ribellate al Califfo. Una miscela esplosiva, di parti che sono in opposizione tra loro; per questo i pianificatori americani cercano di farle lavorare in punti cardinali separati. La copertura aerea sarà invece fornita da caccia e droni della Coalizione, e chissà se, casomai la battaglia diventasse veramente “simbolica”, pure gli advisor militari occidentali a terra non passeranno a ruoli operativi (per ora si occupano del training) – la settimana scorsa la Difesa americana ha ammesso che in Iraq ci sono circa 3000 soldati USA, più 9700 nel vicino Kuwait.

Annunciare ufficialmente e più o meno pubblicamente che si sta progettando l'attacco, è secondo molti una scelta sbagliata: il senatore John McCain e il collega Lindesy Graham (due con ruoli nelle entità congressuali che si occupano di Difesa, che non perdono occasione per rimproverare il Prez) hanno inviato una lettera dura a Obama, protestando per la troppa pubblicità, che potrebbe mettere a rischio l’intera operazione.

Sulla carta comunque non dovrebbe esserci storia: gli iracheni dovrebbero trovarsi davanti non più di duemila combattenti, e sono già in corso azioni sulle aree intorno a Mosul per tagliare i rifornimento ai soldati del Califfo (la principale sulla zona di Tel Afar).

Il piano prevede tre fasi: la prima, già in corso, è l’addestramento dei militari iracheni, e ha il problema del tempo. Il training nel giro di un mese può non essere efficace – anzi, sembra quasi impossibile, ma gli Stati Uniti vogliono correre. La fase due prevede l’invio delle truppe a Mosul. E qui il problema sarà mandare gli uomini verso nord, visto che lo Stato Islamico controlla molti territorio tra i villaggi della valle del Tigri a sud di Mosul – e non è chiaro come risolvere le spedizioni dei soldati senza “sprecarli” in scontri strada-facendo, ma è chiaro invece, che senza una buona alimentazione l’offensiva non può andare avanti. La terza fase, è quella della conquista. A quel punto il dilemma sarà con quali forze occupare e gestire l’amministrazione cittadina. Arabi delle tribù sunnite? Sciiti dell’esercito e delle milizie filogovernative? Curdi?

La presenza delle milizie sciite è uno dei più grossi problemi dell’attuale situazione e del futuro piano. Questi gruppi combattenti, che si sono schierati da subito con Baghdad contro l’IS, hanno nel tempo sviluppato violenti comportamenti settari nei confronti dei sunniti. E Mosul, oltre un milione di abitanti, è il bastione della popolazione araba sunnita irachena – la presenza di truppe non-sunnite tra le vie cittadine, potrebbe rappresentare per le persone di Mosul “una forza di occupazione” che rischierebbe di rimettere in moto le dinamiche di militanza combattente sunnita (le stesse che hanno, a giugno scorso, aperto le porte al Califfo). Neppure i curdi, che rappresentano una minoranza etnica consistente a Mosul, avrebbero vita facile: la città, ricca di petrolio, si trova poco fuori i confini del territorio autonomo del Kurdistan iracheno, e da Erbil ci hanno allungato storicamente gli occhi. L’ottimale sarebbe creare una forza sunnita consistente, per gestire la situazione cittadina nella fase della transizione di occupazione post-liberazione. Solo che a numeri non c’è una reale possibilità di crearla. Inoltre tutto dipenderà dal rapporto tra le tribù locali (sunnite) e il governo di Baghdad.

Al di là delle azioni militari, sembra già che la riconquista di Mosul avrà un ruolo simbolico a più che altro a livello politico: da come andrà, si capirà il verso che la difficile stabilità dell’Iraq – spaccato tra realtà diverse e in contrasto – prenderà in futuro. Un futuro, comunque, lontano: anche se gli americani hanno fretta (di nuovo!) di risolvere la questione, come hanno fretta di sferrare l’offensiva su Mosul.

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