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martedì 17 marzo 2015

Realisti che poi alla fine boh

Una volta David Rmenick, il direttore del New Yorker, parlando della politica estera di Obama, ha scritto:
«Nell’establishment di politica estera, essere un idealista significa essere a favore dell’intervento militare. Nel Partito democratico, questo dibattito si è svolto negli anni Novanta, e gli idealisti si sono allineati agli interventi militari. Per il presidente Obama, l’Iraq è stato la ‘defining issue’, e la Siria oggi è vista attaverso questa lente, come la Libia – per essere un idealista devi intervenire militarmente. Abbiamo speso milioni di miliardi di dollari per un decennio, e non si può dire che sia rimasta un’influenza positiva. Anzi, è l’opposto. Non sembra che possiamo uscire da questi schemi.
La resistenza di Obama all’idealismo, scriveva Remnick, però non lo porta nemmeno nel campo dei realisti: la Casa Bianca adotta più la politica del particolarismo, ogni paese va affrontato senza troppi paragoni, e senza una strategia omnicomprensiva.

Parole che adesso, a leggere le dichiarazioni sghembe e contorte dell'Amministrazioni americana sulla possibilità di una riconciliazione con Assad in Siria, tornano in mente. Fa notare Daniele Raineri sul Foglio che il ravvicinamento diplomatico tra (l’amministrazione) Obama e il presidente siriano Bashar el Assad è uno smottamento lento che va avanti da tempo. Di fatto è cominciato alla fine dell'agosto 2013, quando il presidente Obama stava per firmare l’ordine di attacco contro la Siria, pochi giorni dopo una strage con armi chimiche che aveva fatto centinaia di vittime alla periferia della capitale Damasco. «Obama uscì per una passeggiata nel giardino delle Rose assieme al suo capo di staff, Denis McDonough, che il Wall Street Journal ha descritto come un sostenitore della necessità di non toccare Assad per non complicare la situazione. Quando tornò dalla passeggiata il presidente si era convinto a frenare l’attacco imminente contro la Siria». Da lì ci si affidò alla mediazione russa per il disarmo degli armamenti chimici siriani e poco di più: anzi, non solo Assad è rimasto dov'era (dopo 4 anni di guerra sanguinosa, e feroci repressioni verso gli oppositori), ma adesso sembra quasi che la Casa Bianca stia pensando di dargli una qualche legittimazione.

È comprensibile che la minaccia dello Stato islamico possa far paura, e che il regime change a Damasco possa rappresentare ─ al limite ─ una possibilità che l'Is marci sulla capitale siriana (come diceva Brennan, il capo della Cia, qualche giorno fa), ma questo non può significare considerare potabili soluzioni sotto la categoria "alleanza con Assad". Perché sennò, fra un po', quando ci accorgeremo che i mullah sciiti costruiranno la bomba atomica approfittando dei molli negoziati che la stessa Casa Bianca sta sponsorizzando, potremmo prendere in considerazione come "buona", pure un'alleanza con i sunniti del Califfo.


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