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martedì 17 marzo 2015

Intrecciare i piani non risolverà la crisi in Libia

(Pubblicato su Formiche)

L’Unione Europea ha chiesto alla responsabile della politica Estera Federica Mogherini di preparare (“al più presto”, entro il 20 aprile) delle proposte per l’invio di una missione militare inLibia. Mogherini dice che «non ci sono soluzioni militari a questo conflitto, solo soluzioni politiche possono dare prospettive sostenibili». Però l’invio dei soldati a difesa di alcuni obiettivi strategici, rientrerebbe nel suo ”piano segreto” ─ che ricalca quello che il governo italiano ha in testa da un po’ (se ne parlerà più avanti).

L’idea che il capo della diplomazia europea aveva avanzato lunedì, era quella di inviare un contingente in Libia per fare da backup ad un potenziale governo di unità nazionale: sembrerebbe però, che quello che mancava era il “come” gestire la missione. Anche per questo, inizialmente è stata accolta con scetticismo da parecchi governi europei, preoccupati dei rischi (là c'è pure lo Stato islamico che non aspetta altro che "un'invasione" per far euna guerra santa). In più, dietro allo scetticismo, c’è un enorme ostacolo che blocca la realizzazione dell’idea di Mogherini: la formazione del “governo di unità nazionale”. I negoziati tra il governo di Tripoli e quello di Tobruk riprenderanno domani in Marocco, e finora non hanno dato risultati positivi.

D’altronde, pretendere che tutto si risolva (sul serio) in brevissimo tempo, sembra irrealistico ─ Mogherini la scorsa settimana esortava le parti in guerra alla pacificazione, sottolineando che questa marocchina era l’ultima chance e che la soluzione doveva arrivare in un ordine temporale di giorni, non di settimane.

Oggi Aqila Saleh, il presidente del Parlamento di Tobruk (il governo che viene definito “internazionalmente legittimato”), ha concesso un’intervista all’Ansa (il politico libico ha incontrato i giornalisti italiani in un hotel del Cairo, e non è un dettaglio secondario, come poi si capirà). Saleh ha chiesto all’Italia una forte presenza sui passaggi risolutivi della crisi, e ha tirato fuori due argomenti retorici abbastanza classici: 1) voi italiani avete ottimi rapporti con noi libici, e avete partecipato alla nostra rinascita (la cacciata di Gheddafi); 2) le nostre coste sono molto vicine, e «l’Is e al Qaida» (attenzione a “e al Qaeda”, ci si tornerà), potrebbero passare sul suolo italiano con facilità. Aspetti per cui, secondo Saleh, sarebbe necessario togliere alla Libia l’embargo sulla vendita di armi, quella legale ─ anche perché per l’altra ci si è già organizzati: la scorsa settimana un trafficante italiano è stato arrestato dai tunisini mentre cercava di far passare in Libia un grosso carico.

Poi Saleh ha detto una cosa molto interessante: «Non c’è una guerra fra libici» e «non bisogna temere che scoppi una guerra inter-libica». «I libici sono tribù che cooperano. Una volta che i terroristi lasceranno il paese, saranno di nuovo amiche». Al di là dell’idea strampalata sul “non esserci una guerra”, quello che è da notare, è il riferimento “terroristi” di Saleh, che non va solo alle vicende legate all’avanzata dello Stato islamico in Libia, ma include pure l’attività del governo di Tripoli ─ per questo Saleh sostiene che non c’è una guerra, ma al limite delle operazioni militari che il suo governo “legittimo” sta portando avanti contro l’altro, che è fatto di “terroristi”. Per capire: quando Saleh dice che “al Qaeda” può passare in Italia con i migranti, parla di Ansar al Sharia (gruppo che in passato ha avuto dei link con “La Base”, scoperti anche dopo le ricostruzioni dell’attacco all’ambasciata americana di Bengasi) e che è il più forte sostenitore combattente dell’operazione Alba della Libia e del governo tripolitano. Più avanti nell’intervista, dice anche che il generale Haftar (“il freelance della lotta al terrorismo in Libia”, ora dalla parte di Tobruk) è un eroe coraggioso, perché combatte il terrorismo a «Derna e Bengasi»: Derna è la città in cui per prima ha “attecchito” lo Stato islamico, Bengasi è la roccaforte di Ansar al Sharia.

L’unità nazionale, dovrebbe arrivare tra due fazioni che presentano certi presupposti. Non bastasse ci sono gli sponsor esterni.

La linea di Tobruk e del politico/generale Khalifa Haftar è sostenuta dall’Egitto del presidente/generale Abd al Fattah al Sisi (spesso molto più generale che presidente). Il governo egiziano ha già bombardato le milizie dell’Alba in alcune occasioni, e non ha minimamente idea di fare la pace con il governo di Tripoli. Allo stesso modo di Saleh, anche Sisi ha chiesto più volte di togliere l’embargo sulle armi, perché, (come dice anche Haftar), “poi quelle armi serviranno contro il Califfato”. Haftar e Sisi non distinguono molto però tra Is, Fratellanza Musulmana e governo di Tripoli: per loro tutti terroristi sono, e come tali vanno combattuti ─ altroché “unità”. Su queste posizioni si trovano anche gli Emirati Arabi e, soprattutto, la Russia, che ha già fatto pressione per la rimozione del blocco sugli armamenti in Libia, perché avrebbe pure di che guadagnarci ─ oggi, il vice ministro degli Esteri russo M. L. Bogdanov, uno dei più grandi esperti di Medio Oriente al mondo, ha incontrato l’ambasciatore egiziano a Mosca, per parlare appunto di Libia.

L’unità nazionale, che è il risultato della “soluzione politica” alla crisi, è quella invece sostenuta dal governo italiano ─ e da molti degli altri Paesi europei e dall’Onu del mediatore Bernardino Leòn, e pure gli Stati Uniti sono d’accordo, sebbene considerino il dossier-Libia non affar loro. L’idea di fondo, è di riconciliare le due parti, creare un parlamento unico che nomini un premier di Tobruk fiancheggiato da vice di Tripoli (questo passaggio si chiama “check-and-balances“, controllo e bilanciamento del potere), trovare una linea unita e univoca sulla gestione del petrolio (che è uno dei quid della guerra civile libica). Qui, in mezzo, per garantire la sicurezza e la correttezza dei delicati passaggi di transizione del potere, si inserirebbero “i soldati di Mogherini”. Infine, a bocce ferme, far iniziare le operazioni contro lo Stato islamico.

Il premier Matteo Renzi continua a dire (l’ultima volta al forum economico di Sharm el Sheik) che il governo italiano sta «sostenendo l’Egitto nella lotta al terrorismo e nella soluzione politica libica». Solo che le due cose non trovano spazio sotto lo stesso tetto: Renzi mostra assoluta condivisione di intenti con l’Egitto ─ che è sull’asse Egitto-Tobruk (e Russia) ─, ma promuove una risoluzione che Sisi & Co. considerano quasi niente.

Per esempio. La Comunità internazionale aveva più volte esortato il governo di Tobruk a mollare il link creato con Haftar ─ si ricorderà che il generale inizialmente “si era messo in proprio”, sfruttando il proprio potere e la propria influenza sull’esercito e aveva cominciato a combattere “i terroristi” di Tripoli, sostenendo che da Tobruk non erano capaci a farlo. Avere, adesso, Haftar dalla propria parte, poteva essere un aspetto divisivo che avrebbe minato la pace con Tripoli. Per tutta risposta, l’esecutivo di Tobruk l’ha nominato capo delle forze armate: questo per dire quanto quelli di Saleh ci credono all’unità nazionale e alla soluzione politica.

E in questi giorni il generalissimo dovrebbe avere appuntamento a Mosca.

(Mentre Human Right Watch ha diffuso informative concrete sull’uso di cluster bomb ─ le bombe a grappolo proibite dalle convenzioni internazionali ─ proprio da parte degli aerei di Haftar, contro Tripoli).


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