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giovedì 12 marzo 2015

Il punto sull’offensiva a Tikrit

(Pubblicato su Formiche)

I funzionari iracheni hanno diffuso una nota in cui dicono che le forze governative (che sono un mix di oltre ventimila uomini di cui solo 3 mila sono soldati del ISF, l’Iraqi Security Force, mentre gli altri appartengono alle varie milizie sciite messe in campo dall’alleato Iran) stanno avanzando su Tikrit su più fronti, costringendo gli uomini dello Stato islamico – che deteneva il controllo della città dal giugno scorso – a ripiegare verso il centro.

L’offensiva lanciata su Tikrit è una vicenda interessante della lotta al Califfato per diversi aspetti.

1) Tikrit è la città natale di Saddam Hussein: si trova nella parte centro settentrionale dell’Iraq, a 140 km da Baghdad, lungo il fiume Tigri. Quando la scorsa estate l’IS arrivò con le sue truppe, molti dei lealisti di Saddam – notabili politici e militari baathisti – che, dopo la caduta del regime, avevano costituito a Tikrit insieme ai clan sunniti locali, una sorta di roccaforte nostalgica, aprirono le porte al Califfo. Alcuni di loro sono adesso a capo di brigate combattenti, altri occupano posizioni di leadership di genere amministrativo. La posizione presa dagli ex baathisti, sostanzialmente sunniti, era una reazione al governo Maliki – settaria e corrotta amministrazione sciita – e a coloro che li avevano esclusi dal potere (vale a dire gli americani che dopo l’invasione del 2003 avevano scelto Maliki e gli sciiti come interlocutori). Una situazione analoga, si riscontra in questo momento a Sirte, dove i lealisti di Gheddafi “rifugiati” nella città natia del rais, stanno aiutando lo Stato islamico.

2) L’operazione militare per riprendere Tikrit, è stata studiata ufficialmente dal governo iracheno, che non ha avvisato gli Stati Uniti – referenti della Coalizione internazionale che sta attaccando dall’alto l’IS. In realtà è abbastanza improbabile che gli americani non ne sapessero assolutamente niente, visto che in Iraq sono presenti diversi istruttori militari che stanno operando fianco a fianco con l’esercito di Baghdad; ma a quanto pare, la comunicazione ufficiale dell’avvio delle operazioni, è arrivata soltanto il giorno stesso del “Go!“, in contemporanea ai comunicati stampa – cioè non ha nessun valore di “avviso preventivo”. Invece l’Iran, altro alleato iracheno, era stato avvisato: addirittura il capo della Qods Force Qassem Suleimani era presente all’aeroporto di Tirkrit un paio di giorni prima dell’inizio delle operazioni militari, e si dice che tutto sta succedendo sotto la sua regia.

3) La presenza degli iraniani e delle milizie sciite che gli iraniani finanziano e formano militarmente in modo costante (è una strategia di Soleimani, che serve ad aver presa e influenza su certi Paesi), è un aspetto pericoloso. Affidare l’eliminazione di una forza combattente settaria, come l’IS sunnita, a un’altra entità combattente altrettanto settaria, non è una soluzione ottimale. Anche perché lo scenario che si prospetta è quello di uno scontro epico: quando l’IS è entrato a Tikrit mesi fa, Camp Speicher, ex base americana poi usata dall’esercito iracheno, è stata il teatro di una delle pagine più cruente di questo conflitto. I boia dello Stato islamico hanno giustiziato centinaia di reclute irachene (alcuni miracolosamente sopravvissuti dicono che i morti sarebbero almeno 700), soltanto perché erano sciite – i media iracheni da tempo stanno facendo circolare la notizia, secondo cui i responsabili del massacro furono proprio i baathisti passati con l’IS. Daniele Raineri del Foglio ha individuato uno degli uomini che dirigevano le esecuzioni: è un certo “Faris”, baathista “riciclato” con l’IS.

Le notizie che in questo momento arrivano dal campo di battaglia, sono molto positive per le sorti delle forze irachene – però, siccome sono diffuse dai media di Baghdad, devono essere prese un po’ con le molle, in quanto soggette a propaganda – che avrebbero riconquistato il quartiere settentrionale di Qadisiya e quello occidentale di Doyom. Un comandante della mobilitazione popolare Hashid Shaabi (che è l’entità che raggruppa le milizie sciite, sotto l’esortazione dell’ayatollah al Sistani della scorsa estate), ha detto alla CNN che oltre il 75 per cento dell’area urbana è in mano al governo e che il restante 25 per cento è in mano a non più di 150 uomini dell’IS (ma i numeri sembrano un po’ sgangherati). Un comandante della polizia irachena ha affermato alla Tv statale, che i soldati dello Stato islamico stanno rubando auto civili per scappare da Tikrit.

Nel frattempo il capo di stato maggiore congiunto delle forze armate americane Martin Dempsey, parlando da Washington in audizione alla commissione Esteri del Senato, si è detto certo che l’azione stava per avere successo ─ e praticamente si è congratulato con un’operazione guidata dall’Iran, su cui gli Stati Uniti non hanno messo becco ─ ma ci ha tenuto a sottolineare che tutto avviene senza la copertura aerea della Coalizione internazionale. Dempsey sa che Tikrit è una sorta di prova generale – militare e politica – in vista dell’imponente controffensiva su Mosul. E gli advisor sul campo si stanno accorgendo che formare l’esercito iracheno per un’attacco di grosse dimensioni in un paio di mesi (dal Pentagono infatti fanno sapere che l’offensiva è prevista per aprile/maggio) è quasi impossibile. Ci sono i curdi, a nord, ma meglio tenersi buona pure l’opzione milizie/Iran, senza fare troppe critiche in questo momento, pur prendendo le dovute distanze.


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