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sabato 21 marzo 2015

Completamente d'accordo con Luca Sofri

Luca Sofri ha scritto sul suo blog un post in cui riprende un fondo pubblicato sul CorSera d Massimo Gaggi. L'argomento, molto attuale, della riflessione di Gaggi è il se pubblicare o meno i video sanguinosi che lo Stato islamico diffonde pubblicamente su Internet: si tratta di «mostrare un fatto e farlo capire con la forza delle immagini, o è l’equivalente sanguinoso delle “marchette” con cui vengono pubblicati supinamente certi comunicati stampa?» (Sofri).



È un grande argomento, che passa inevitabilmente non solo dai giornali, ma pure da tutti gli utenti Internet, che attraverso lo sharing dei social media diventano potenziali diffusori ─ Gaggi scrive che questi "nuovi media", così li chiama lui, «sapevamo che ci avrebbero resi più liberi [...] ma anche più vulnerabili».

Il punto è che tutto il ragionamento di Gaggi, passa attraverso un fatto che fatto non è (o meglio, non ha avuto solide verifiche per esserlo) ma, proprio attraverso quei "nuovi media", si è travestito da fatto: si tratta della foto di una delle persone italiane uccise a Tunisi mercoledì pubblicata su Twitter con quel messaggio «spregevole e aggressivo» (Sofri). Gaggi: «Un tranquillo pensionato di Novara, un 64enne in gita, viene trasformato dalla propaganda jihadista in un "crociato italiano schiacciato dai leoni del monoteismo"» (il virgolettato alto, è quello che sta scritto sul tweet in questione).

Ma quel tweet non è stato attribuito in modo credibile a nessuno dello Stato islamico, o meglio, a nessuno che ha seguito direttive chiare da qualcuno dell'IS. In altre parole, non sono altro che 140 caratteri usciti dalla tastiera di uno sconosciuto ─ e con "sconosciuto" si intende chiunque, pure uno tra quelli che non è un sostenitore dello Stato islamico, e lo ha messo online per mille ragioni (per sentito dire, per invenzione, perché si sentiva solo e voleva un po' di notorietà).

Per questo, nessuno dei riferimenti internazionali sul mondo dell'IS, ha ripreso quel tweet come notizia (e bisogna dire che anche i media italiani ci sono andati, stavolta, con cautela): semplicemente perché non c'erano prove concrete dietro. Scrive Sofri che questo è stato fatto «non perché quel messaggio non sia ributtante, ma perché la “ributtanza” non è un criterio giornalistico: mentre lo sono l’attendibilità e la rilevanza».

Ed è proprio questo il punto per cui sono completamente d'accordo con lui.

Nonostante abbia scritto centinaia (centinaia, davvero!) di articoli o tweet o post su Fb che riguardano le cose dello Stato islamico, fin dal primo video della decapitazione di Foley (il primo video che aveva peso mediatico qui in Italia, qui in Occidente, per il manistream; anche se ce n'erano già stati diversi altri, ma che rappresentavano ancora "un prodotto di nicchia"), decisi di non pubblicarne le immagini più cruente. Lo feci per mia sensibilità, e soprattutto spinto dalla persona che ho accanto (Dan) ─ che mi sollevò tutta una serie di cose, tra cui il non favorire la propaganda di certe atrocità. Ma ho sempre creduto (e continua a credere) che quelli fossero fatti, e in quanto fatti, fossero necessariamente argomento di pubblicazione sui giornali ─ per quel che riguarda i diffusori, ci sarebbe un discorso più ampio che andrebbe fuori topic, ma diciamo che vige, per me, il senso di libertà, dunque ognuno vede in coscienza.

Ma pubblicarli significa porsi su una linea di profondo ragionamento, prudente, accurato, responsabile. In giro c'è molta fuffa ─ sia a proposito di IS, sia in generale su ogni vicenda ─ e forse ce n'è così tanta anche grazie all'enorme libertà di espressione concessa dai social network. Ciò nonostante, il lavoro del giornalismo e dei diffusori di notizie (categoria all'interno della quale mi piace inquadrarmi per evitare che qualcuno mi denunci per non avere il tesserino), resta quello di verificare, verificare e verificare, prima di diffondere una pubblicazione ─ poi, sia chiaro, gli errori si fanno, non siamo invincibili: ma anche lì, una volta che ce ne siamo accorti, bastia spiegare, chiarire, ammettere.


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