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martedì 10 febbraio 2015

Ucraina, prendere Debaltseve (e poi...)

(Pubblicato su Formiche)

Debaltseve è una cittadina che si trova esattamente tra Lugansk, a nord, e Donetsk a sud-ovest, ed è (come si vede in mappa) un’appendice di territorio attualmente non controllato dei ribelli filorussi che stanno combattendo nell’est dell’Ucraina.

Nelle ultime ore, i separatisti hanno annunciato di aver circondato la città e quindi di esserne prossimi alla presa, ma i portavoce dell’esercito regolare di Kiev hanno smentito la dichiarazione, affermando che sono ancora in corso dei duri combattimenti intorno alla città ─ e, anzi, i soldati ucraini avrebbero il controllo di una delle vie di approvvigionamento e dunque i ribelli sarebbero più o meno “nel sacco”.

C’è molta propaganda attorno alle dichiarazioni dei due schieramenti, dunque soltanto l’evoluzione dei fatti saprà realmente raccontare la verità.

La città non è grande, conta poco più di ventimila abitanti in larghissima parte di lingua russa, ma ha una centralità strategica non di secondo piano, che è legata soprattutto al suo scalo ferroviario ─ e, adesso, alla possibilità di garantire ai ribelli la continuità territoriale del loro controllo.

Da mesi si combatte a Debaltseve, una piccola Kobane del conflitto ucraino. A metà aprile 2014 fu conquistata dai separatisti, insieme ad altre città dell’Oblast di Donetsk. Intorno alla fine di luglio dello scorso anno, dopo pesanti combattimenti, l’esercito ucraino ne ha ripreso il controllo. Fino a gennaio 2015, quando una serie di bombardamenti dei guerriglieri del Donbass (parte di un’offensiva su più fronti che ha coinvolto anche l’aeroporto di Donetsk), ha maciullato la città e fatto sì che la popolazione fosse quasi completamente evacuata ─ gli sfollati sono una delle grandi questioni anche in questa guerra, secondo le stime avrebbero raggiunto il milione e mezzo).

Da domenica gli scontri hanno provocato l’uccisione di almeno nove soldati e sette civili, che si sommano ai circa 5300 morti dall’inizio del conflitto.

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Mercoledì è in programma un meeting a Minsk (in Bielorussia), a cui parteciperanno ─ o almeno dovrebbero farlo ─ delegati sia di Kiev che di Mosca, insieme a Francia e Germania (le due nazioni che nel fine settimana scorso, hanno cercato di ottenere qualche apertura sulla pace da parte del presidente russo Putin).

Mediazione complessa. Perché se da un lato Barack Obama sta pensando di fornire armamenti all’esercito ucraino per fronteggiare il gap tecnico con i separatisti (che si considerano armati dalla Russia) e ha dichiarato alla fine del vertice di lunedì con Angela Merkel che «la Russia ha violato praticamente ogni singolo impegno che aveva preso»; dall’altro Putin non resta certo fermo.

Il presidente russo è volato in Egitto, dove si è fatto intervistare da al Ahram e ha dichiarato che combattere l’IS è legittimo e doveroso, anche se le colpe di tutto sono dell’Occidente e della sua «violenta ingerenza» negli affari di Siria e Iraq. Tesi utilizzata come vettore per ribadire quella nota sulle vicende in Ucraina: la colpa, sostiene Putin e degli «Usa e dei loro alleati occidentali che si sono considerati i vincitori della Guerra fredda e hanno voluto imporre ovunque la loro volontà».

Secondo diversi analisti, non ci sono i presupposti perché a Minsk si possa parlare di fine delle ostilità, semmai di una tregua ─ necessariamente a tempo determinato e probabilmente sul calco dei vecchi accordi di Minsk, magari garantendo ai separatisti il controllo anche dei nuovi territori conquistati.

Qualche giorno fa Alexander Zakharchenko, il leader dei separatisti ucraini, ha lanciato un appello per chiamare a combattere «100 mila uomini». Dichiarazione che la dice lunga sul clima e sulle possibilità di pace. Certo, sembra una sparata, un numero esagerato, considerato che la Repubblica popolare di Donetsk copre un territorio abitato da non più di due milioni di persone, gran parte sfollati per la guerra. A meno che non ci pensi la Russia a spedire «qualche militare in vacanza», come scrive Anna Zafesova sulla Stampa. Non sarebbe troppo irrealistico, dato che, fa notare Zafesova, è stato Frederick Hodges, comandante delle truppe americane in Europa, a dire al Wall Street Journal «che nel Donbass i russi hanno spedito le armi più moderne, sistemi di anti-aerea, jammers, strumenti di guerra elettronica, “un potenziale che supera di gran lunga tutto quello di cui ha mai disposto qualunque guerriglia”». Dunque potrebbero mandare anche rinforzi di altri uomini senza grosse remore.

Cento mila combattenti, significherebbe che sarebbero più del totale delle forze in armi dell’esercito ucraino ─ che, a sua volta, aveva annunciato a metà gennaio che tutti gli uomini tra i 25 e i 60 anni, e pure le donne tra i 25 e i 50, “potrebbero essere reclutati” per raggiungere la quota di 78 mila soldati. Settantotto mila, a fronte di una mobilitazione forzata d’emergenza, resta comunque un numero inferiore ai 100 mila chiamati da Zakharchenko.

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Tra le proposte di pacificazione sul tavolo, c’è la possibilità dell’invio di Caschi blu dell’Onu e della creazione di una fascia di demilitarizzazione. Ma su questa opzione pesa il veto al Consiglio di Sicurezza della Russia: Mosca difficilmente accetterebbe la presenza di truppe occidentali ai propri confini ─ piena com’è della retorica della “patria accerchiata dai nemici” e dell’accuse all’Occidente di non aver rispettato gli accordi sul non inserire nella Nato Paesi ex sovietici (notare che questi accordi, in realtà, sembra che non esistano).

D’altra parte, se quei caschi blu dovessero essere invece indossati da militari russi (o al massimo bielorussi), la questione diventerebbe inaccettabile per Kiev. Si avrebbe, come sostiene il presidente dell’Azerbaigian lkham Aliev una «congelamento del conflitto» analogo a quello che c’è da 25 anni in Nagorno-Karabakh ─ o in Transinistria o Abkhazia, dove quei territori appartengono solo formalmente ad Azerbaijan, Moldavia e Georgia, ma sono di fatto un protettorato russo.

Congelare il conflitto su questa linea, è forse la volontà di Putin, perché creerebbe grosse problematiche all’ingresso in UE dell’Ucraina, che si troverebbe a dover esercitare l’amministrazione del Donbass, senza avere l’effettivo controllo di quella regione di ribelli separatisti, che in qualsiasi momento possono essere riattivati da Mosca.



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