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venerdì 20 febbraio 2015

Sono il Signor Sisi, risolvo problemi

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 20/02/2015)

Nella serata di mercoledì si è tenuta a New York una riunione fiume del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (che è l'organo competente per le risoluzioni su atti di aggressione o di minaccia alla pace  alla sicurezza internazionale). Il tema del vertice era la situazione in Libia: la decisione finale è stata quella di promuovere una soluzione politica alla crisi. Detto più chiaramente, per adesso nessun intervento militare.

La "soluzione politica" della guerra in Libia è questa: prima le due parti (governo di Tobruk e governo di Tripoli) smettono di combattersi, trovano un accordo e formano qualcosa di simile a un governo unitario; poi, a quel punto, potranno ricevere ogni sorta di aiuti dalla Comunità internazionale, compresi quelli militari per combattere le infiltrazioni dello Stato Islamico.

Sebbene la pace possa sembrare piuttosto improbabile, il delegato Onu per la Libia, Bernardino Leòn, che ieri era presente in videoconferenza al Consiglio, ha fatto capire che ci sono segnali positivi e che le distanze tra le due parti in fin dei conti non sono così insormontabili ─ ma Leòn non è proprio una scheggia in diplomazia.

A New York non è passata la linea egiziana. Il presidente Abd al Fattah al Sisi aveva un'idea molto chiara sul da fare: intervenire militarmente. D'altronde, l'esecuzione rituale dei copti egiziani sulle coste di Sirte da parte dello Stato Islamico, era stato soltanto un proxy per i raid egiziani. Sisi già qualche mese fa aveva spedito la sua aviazione a colpire postazioni delle milizie islamiste che combattano in Libia – non si trattava dell'IS, ma di quelle realtà tribali che sono schierate contro il governo di Tobruk (che è quel che resta di un esecutivo internazionalmente legittimato) e contro gli uomini del generale Haftar (che è amico degli egiziani e pure degli americani).

L'attacco di mesi fa, aveva già congelato i rapporti tra Egitto e Qatar; ora, dopo le azioni degli ultimi giorni, Doha ha deciso di richiamare in patria il proprio ambasciatore al Cairo, per una “consultazione” (i qatarioti sono uno sponsor segreto del governo di Tripoli, che è alleato di quelle milizie colpite dai raid egiziani di qualche mese fa). Sisi vuole segnare un solco profondo tra il suo Paese, il suo governo, e le istanze islamiste – il Qatar è un paese che invece non è “così drastico” nel mettere quei confini. Sisi è colui che ha messo al bando dall'Egitto la Fratellanza Musulmana, che è il principale partito islamista internazionale – e che è invece sostenuto economicamente dal Qatar.

Qatar a parte, il presidente egiziano è un fenomeno anomalo, in grado di intrattenere rapporti amichevoli con tutti, anche con Paesi in aperta diatriba (vedi Russia e Stati Uniti). Un po' vittima del pragmatismo della Comunità internazionale, un po' carnefice per il pragmatismo della sua agenda personale, che in prima pagina ha scritto chiaramente l'obiettivo: prendersi la credibilità e l'appoggio globale, al suono del riff "meglio io che il Califfo".

C'è stato un momento, all'inizio della settimana, in cui l'Egitto di Sisi era sembrato il baluardo globale contro la "deriva islamista" – messo tra virgolette. Il generale era intervenuto con tre ondate di raid aerei in Lbia, che avevano martellato pesantemente le postazioni dello Stato Islamico a Derna e Sirte (pure a Bengasi, ma lì probabilmente si trattava di Ansar al Sharia, milizia storica in Libia, prima filo qaedista, che piano piano il Califfo sta cooptando tra i suoi ranghi). A un certo punto, sui media italiani, era girata anche la notizia di un'azione di terra delle forze speciali del Cairo nei pressi di Derna – notizia che arrivava da fonti incerte, e che non ha grossi riscontri (per dire, Al Masriya, Al Arabiya, Al Jazeera, BBC Arabic, Tunis 7, Canal Algerie, non ne fanno cenno).

Fino a due giorni fa, Sisi aveva raccolto più o meno il consenso dell'Italia, con un paio di ministri che si erano spericolati nel proporre un intervento armato con 5000 nostri soldati – fortunatamente sedati dal premier Renzi («Non si può passare dall'indifferenza all'isteria» «Non è tempo di intervenire») – e con le teorie avventurose di qualche nostro analista che proponeva di andare giù al fianco egiziano. E della Francia, che però era molto più cauta, anche perché quando a dicembre il ministro della Difesa Jean-Yves le Drian, era andato in visita al cosiddetto “dispositivo di sicurezza Berkane”, nel Sahel, e aveva parlato della necessità di un intervento militare nel sud della Libia, l'Eliseo era stato costretto a metterci una toppa al volo, perché il Qatar (con cui la Francia ha ottimi rapporti) aveva storto il naso. Notare che nemmeno l'Egitto aveva proposto l'invio di truppe di terra; quella era una prerogativa istintiva italiana.

Tra quelli "contenti di Sisi", c'erano pure gli Stati Uniti, che considerano (con il solito pragmatismo obamiano) la "Libia" un dossier da lasciar trattare agli italiani, e dunque "fatti loro" (anzi nostri). E pure la Russia, che bolla come illegittimi i raid della Coalizione in Iraq e Siria (per via dell'alleanza con Damasco), ma che invece ha fatto sapere di essere disponibile a valutare l'intervento – era una posizione dovuta, visto che Sisi ha firmato lo scorso fine settimana una commessa militare che porterà nelle tasche di Mosca 3 miliardi di dollari, e un'intesa sul libero scambio. Sisi aveva chiamato pure Cameron, ma ufficialmente gli inglesi non hanno una posizione, e provato a coinvolgere Algeria (con cui l'Egitto non ha gran feeling) e Tunisia, che per ragioni geografiche e sociali sono sensibili alla questione. Anche lì, valutazioni positive, ma chiuse con un "vi faremo sapere" se l'Onu darà l'ok.

In questo momento, la "Coalition of the willing" di Sisi è praticamente una pagina bianca: l'Onu ha scelto la soluzione politica, non c'è la strada (per ora) dell'intervento armato, e il pragmatico egiziano difensore del mondo, si ritrova con una serie di volonterosi fermi sul divano di casa che aspettano la soluzione politica. Sisi, armiamoci e parti.


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