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venerdì 23 gennaio 2015

Lo Yemen cade a pezzi, ditelo a Obama

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 23/01/2015)

Barack Obama considera lo Yemen uno Stato amico, partner fedele, e permissivo (vedere alla voce “droni”), nel counter terrorism, in grado di gestirsi nel confrontarsi con le fazioni interne, bilanciandosi nella lotta ai vari estremisti. Tanto che a settembre (e ancora prima a luglio), quando spiegò al mondo la strategia con cui la Coalizione internazionale avrebbe fermato la barbarie islamista del Califfato, citò proprio il “modello Yemen” come esempio da seguire.

Sabato scorso, il capo di quello Stato bilanciato, fidato, capace, era assediato a casa sua: preso a cannonate da una fazione settaria probabilmente Iran-backed. Sullo sfondo, osservavano i membri di un'altra fazione settaria, ma qaedista, quindi sunnita, pronta a muoversi contro il governo e contro i filo-iraniani sciiti: la stessa che ha rivendicato l'attentato alla redazione del giornale parigino Charlie Hebdo.

Ormai è chiaro che tutto è saltato, e perché il mondo finga di non accorgersene, non bastano le bellissime parole del Prez al SOTU (David Maraniss, Pulitzer del Washington Post, lo ha considerato il miglior discorso della storia di Obama).

Quello che succede nel lato povero della penisola araba, è un golpe a metà. I ribelli Houthi (appartenenti allo zaidismo, branca dello sciismo) chiedono, ufficialmente, che le proprie istanze vengano ben rappresentate nella stesura della nuova Costituzione ─ “golpe a metà”, perché in fondo, per adesso, non vogliono un rovesciamento di potere. Secondo loro, il presidente e il primo ministro stavano tentando di modificare la carta in modo da tagliare fuori gli Houthi. Le proteste si sono rapidamente trasformate in azioni più violente, fino al rapimento del capo dello staff presidenziale Ahmad Awad Bin Mubarak (perché lui? Perché era quello incaricato di scrivere la bozza), avvenuto sabato. Allora il governo ha messo a terra le truppe, per ripristinare ordine e sicurezza a Sana'a. A quel punto gli Houthi, che hanno interpretato l’ordine come una mossa contro i loro Comitati popolari, hanno attaccato in contropiede attaccando subito la vecchia sede del palazzo presidenziale, dove si trovano i depositi d'armi della Terza brigata meccanizzata.

Se non fosse che nel Medio Oriente tutto succede per ragioni locali, ma guidate da forti interessi regionali. C'è l'Iran, infatti, che, per via della pseudo-internazionale sciita, fa il filo agli Houthi, foraggiando di contrabbando il braccio armato del gruppo, Ansar Allah. Soprattutto Teheran fa, e farebbe, qualsiasi cosa in proprio potere per mettere in difficoltà l'Arabia Saudita.

Lo Yemen è un paese a maggioranza sunnita, protetto dalla sfera di influenza saudita. Ragione per cui, per prevedere che Riad non mollerà l'osso non serve la sfera di cristallo. In gioco, oltre alla questione religiosa e settaria, c'è quella di potere. Lo Yemen è il casello per il Mar Rosso e gli iraniani cercano da tempo una via d'acqua sicura per arrivare "vicino" ai partiti/milizia amici: a nord c'è sia Hamas che Hezbollah, prima ancora c'è il Sudan, importante hub per il traffico di armamenti in Africa centrale. In palio, l'influenza geopolitica nell'area, e non è poco.

Difficile che i sauditi interverranno in modo diretto; e qui si apre un altro capitolo piuttosto scabroso della storia. Perché il rischio è che i principi di Riad non esiteranno a finanziare (anche militarmente) fazioni sunnite che si opporranno agli Houthi. Il rischio, insomma, è che soldi e armi finiscano pure nelle tasche di al Qaeda.

Già, perché in questa tremenda storia yemenita, i qaedisti non mancano, anzi. Il sud del Paese è un territorio senza legge, una landa povera dove sono i clan tribali a regolare le questioni, e dove l'Aqap (al Qaeda nella Penisola Araba) ha trovato base. Una manna per i fondamentalisti guidati da Zawahiri, tanto che lo scorso anno lui stesso assegnò alla filiale yemenita dell'organizzazione, l'incarico di effettuare gli attacchi all'estero. Sono più giovani, più energici, più liberi.

Se ci sarà una reazione sunnita contro gli Houthi, puoi contarci che i qaedisti di al-Wuhayshi (il leader di Aqap) si infileranno in mezzo. E sarà proprio dalla guerra civile che trarranno forze fresche e motivate, e la loro azione rischierà quasi di essere legittimata – o almeno lo sarà da una larga fetta di sunniti locali.

Una specie di pericoloso prolungamento di quello che sta succedendo in Siria, o in Iraq, o da anni in Libano. Lo Yemen rischia di diventare un altro centro di raccolta, addestramento, radicalizzazione, formazione, per potenziali terroristi.

Ribelli sciiti filo-iraniani, sunniti potenzialmente filo-sauditi, qaedisti, gli uni contro gli altri nello stesso campo di battaglia; sullo sfondo il deposto presidente Saleh (ex rais zaidita anche lui, tirato giù proprio dai ribelli Houthi sull'onda emotiva delle Primavere arabe) che strumentalizza la situazione e aspetta il momento propizio per presentarsi agli Usa, ai sauditi e all'Iran come l'unico in grado di riportare l'ordine e sfidare il "terrorismo" jihadista.. Altroché modello.

La senatrice democratica Dianne Feinstein, membro del Council on Foreign Realtions americano e a capo di una commissione sul Terrorismo, domenica gridava di far tornare a casa quelli dell'ambasciata di Sana'a. Per il momento non si muovono, sembra che l'accordo/tregua stabilito tra gli Houthi e ciò che resta delle istituzioni regolari regga, ma intanto dal Mar Rosso sono scese verso sud due navi da guerra, la “USS Iwo Jima” e la “USS Fort McHenry” per gestire eventuali operazioni di sgombero.


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