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sabato 24 gennaio 2015

Benvenuti in Centrafrica, dove si trova più facilmente un’arma che una cena

(Pubblicato su Formiche)

Le granate provengono dalla Cina o dalla Bulgaria. I mortai dal Sudan, mentre i lanciarazzi sono iraniani. Il giro tra Spagna e Camerun per i fucili, per i proiettili invece arrivano dla contrabbando inglese, o ceco o belga.

Secondo un rapporto compilato dal Conflict Armament Reaserch per l’Unione europea, le granate “Type 82-2″ (bombe a mano) sono così comuni nella Repubblica Centrafricana che possono essere acquistate con prezzi anche inferiori ad un dollaro (fino a 50 cents): «A meno di una bottiglia di Coca Cola».

Sono armamenti piccoli, facilmente trasportabili in grosse quantità, e, altrettanto facilmente, utilizzabili e maneggiabili. Durante la guerra civile scatenata nel 2013 dai Seleka, una colazione di ribelli in gran parte musulmani, sono state proprio le Type 82-2 ad avere il più alto impatto sulla condizioni di sicurezza. Molti degli attacchi ─ dei morti e dei feriti, alcuni orribilmente mutilati ─ a Bangui, la capitale del paese, scenario del rovesciamento di potere, sono avvenuti attraverso l’utilizzo di queste bombe, piccole e occultabili, quanto letali.

Un lotto di oltre 25.000 “Type 82-2″ di una spedizione del 2006 è stata tracciata dai ricercatori, fabbricato in Cina, e , stante al confezionamento, destinato ai “Royal Nepalese Army Headquarters” ─ anche se l’esercito nepalese precisò di non utilizzare questo genere di bombe.

Alcune delle armi finite in mano ai ribelli, sarebbero state saccheggiate dagli arsenali governativi, altre contrabbandate da mercanti stranieri attraverso i porosi confini del paese. Molte altre, sono entrate dagli stati vicini, per primo il Sudan, nonostante sia sottoposto a sanzioni .

La guerra civile che da due anni sfianca la Repubblica Centrafricana, è un’emorragia infinita di morte e distruzione, apparentemente senza soluzione. I Seleka, i ribelli, hanno attirato nel territorio centrafricano combattenti dal vicino Sudan e dal Ciad, tutti accattivati dal progetto di trasformare il paese in uno stato islamico. Bambini soldato, villaggi bruciati, violenze, esecuzioni a colpi di machete. I cristiani, i cosiddetti anti-balaka (anti-machete), hanno risposto in modo altrettanto sanguinoso, bruciando moschee, lapidando i nemici, profanandone a morsi i cadaveri. Cinque mila le vittime accertate, oltre un milione e mezzo gli sfollati: questi i numeri, in crescita, dell’emergenza umanitaria.

Tutto avviene in un paese ricco di risorse nel sottosuolo (petrolio, oro, diamanti), ma poverissimo in superficie. Il 60 per cento della popolazione vive con 1.25 dollari al giorno. L’indice di sviluppo umano (indicatore di sviluppo macroeconomico utilizzato dall’Onu) è di 0.384: cioè il 171° paese su 177. L’analfabetismo si appaia alla povertà endemica e alla diffusione di ceppi virali come malaria e lebbra (sembra quasi un miracolo che ancora non sia ancora arrivata ebola).

Nel settembre 2014 è arrivato il primo contingente di peacekeeper delle Nazioni Unite (Eufor RCA risoluzione Onu 2134), per sostituire le truppe dell’Unione Africana che avrebbero dovuto garantire la stabilità del paese.

Tra i loro compiti, permettere la mobilità delle forze europee (già presenti sul posto prima dei Caschi blu), bonificare di residuati bellici, la realizzazione di lavori infrastrutturali di base in favore dei civili e del governo locale e, appunto, il monitoraggio dei traffici di armi.

Vent’anni fa fu hutu contro tutsi in Ruanda, oggi c’è il rischio di un nuovo genocidio, quello incrociato tra cristiani e musulmani a Bangui: guerre fomentate dall’odio religioso, razziale, settario, e veicolate dalla facilità con cui in certe parti del mondo, come l’Africa, si arriva a disporre di un’arma.


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