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venerdì 16 gennaio 2015

Allarme in Europa, ecco chi ci attacca

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 16/01/15)

Le vicende che la Francia ha vissuto la scorsa settimana - l’attacco armato alla redazione di Charlie Hebdo, la fuga dei terroristi, gli ostaggi al negozio kosher, l’epilogo con il blitz in diretta Tv del Gign, i morti - sono ricchedi informazioni per analizzare il mondo jihadista che ci troviamo davanti. E allo stesso tempo, come ovvio, danno nuovi elementi su chi sta ha attaccato la Francia. E non solo: perché, è terribile dirlo, ma potrebbe valere tutto anche per altri Paesi.

I numeri
In primo luogo c’è una questione numerica: i potenziali aggressori (potenziali attentatori) sono troppi. Il sillogismo “musulmano uguale attentatore”, che qualche sciacallo della politica ha provato a somministrarci, è ovvio che non sta in piedi nemmeno per un momento. Ma come ha detto al New York Times Camille Grand, un ex funzionario dei servizi francesi che ora dirige un gruppo di consulenza, «il problema che ci troviamo di fronte è che anche se non ci sono così tanti musulmani radicalizzati in Francia, ce ne sono comunque abbastanza da rendere difficile seguire fisicamente chiunque abbia un profilo sospetto». Un conto è tracciare le telefonate e i movimenti di qualcuno, tutto un altro è invece controllarlo continuamente. Per avere completa sorveglianza di un sospetto, servono agenti alle calcagna, pedinamenti, tempo, risorse: né la Francia, né l’Italia e nemmeno gli Stati Uniti, hanno abbastanza uomini per poter seguire tutti i sospettati, tutti potenzialmente degli attentatori. 

Le critiche
Nell’euforia conseguente alla vicenda, si sono riversate critiche verso i servizi francesi, rei di aver mollato su Chérif Kouachi. È vero, era stato inserito in una lista calda, ma insieme al suo c'erano molti altri nomi (le liste no-fly americane sono immense, tanto da perdersene il senso). Nonostante i suoi spostamenti, seguiti dall’intell, a un certo punto si è ritenuto che rappresentasse una minaccia non primaria, per questo è stata diminuita l’attenzione su di lui. C’erano altre priorità. Sempre in Francia sorte analoga toccò a Mohammed Merah, il killer islamista di Tolosa, e a Mehdi Nemmouche, l’attentatore che colpì il museo ebraico di Bruxelles. E purtroppo analogo fu pure l’epilogo.

Il piano
D’altronde, altro elemento, è vero che il piano dei due fratelli sarebbe stato pensato da tempo. Non si tratta di una pianificazione militare fino agli ultimi dettagli come immaginiamo, ma si parla dell'intenzione - ferma, convinta, come soltanto l’estremizzazione di una fede può produrre - di colpire l’obiettivo. C’è voluta pazienza: anni e mesi passati sottotraccia (lontano dagli occhi dell’intelligence, appunto), fino all'azione. Circostanza problematica, che rende complicatissimo intervenire: qualsiasi sospetto “tranquillizzato”, potrebbe covare un piano tremendo. Una paranoia continua: ma d'altronde, Anwar al-Awlaki, l'ideologo più famoso di al-Qaeda in Yemen, ripeteva sempre “Questa polvere non si posa mai”; lo diceva per sottolineare che gli obiettivi restano tali per sempre. Serve solo avere fede – cosa che in questi casi certo non manca.
Dunque, non solo è quasi impossibile seguirli tutti, ma è pure impensabile seguirli tutti nel tempo: il grande tema, adesso, è come fare per permettere ai servizi di essere più efficaci. E non sarà facile lavorare per evitare il ripetersi di certe situazioni.

Le rivendicazioni
Altro aspetto interessante, sta nelle rivendicazioni. I due Kouachi hanno detto di essere membri di al-Qaeda nello Yemen (che adesso si chiama al-Qaeda nella Penisola Araba, e comprende il braccio operativo dell’organizzazione che arriva fino ai ricchi regni del petrolio, almeno in teoria, visto che a tutti gli effetti è relegata in un angolo settentrionale dello Yemen, che è la parte povera della Penisola). Invece Amedy Coulibaly, l’attentatore del negozio kosher, ha affermato sul video diffuso postumo, di aver giurato fedeltà al Califfo Ibrahim - cioè, di essere un uomo dello Stato Islamico. E pensare che i due gruppi (al-Qaeda e IS) sono acerrimi rivali. Tra loro c'è una lotta ideologica che in Siria si è trasformata in guerra armata. Zawahiri (capo supremo di al-Qaeda) nel 2013 ha espulso Baghdadi e i suoi dall’organizzazione; Baghdadi, il cosiddetto Califfo, gliel’ha giurata e lo ha accusato di apostasia - cioè condannato a morte.
Ora, che i tre di Parigi abbiano ammesso di appartenere a gruppi così diversi, alla luce della loro collaborazione, non è solo roba di araldica: la più grande questione del jihadismo moderno, gira proprio intorno a questa divisione. Al-Qaeda, dall’avvento dello Stato Islamico, ha perso la propria centralità nel jihad globale, e vuole riprendersela - infatti sono stati gli unici a rivendicare l'attacco, con due video. L’IS vuole invece mantenerla. L’Occidente può essere il perfetto campo da gioco, a suon di colpi sempre più sensazionali. Solo le indagini spiegheranno realmente i legami tra le organizzazioni e i terroristi sul campo.

Gli Stati Uniti
Un ultimo pensiero va a Barack Obama, l’uomo che si è ritrovato scelto dal mondo - sia chiaro, a dovere, essendo il presidente della nazione che più può su questo campo - come guida per la lotta al terrorismo. Quando a settembre scorso annunciò la strategia contro lo Stato Islamico in Iraq (e Siria), fece un diretto richiamo proprio allo Yemen e alla Somalia: «modelli da copiare per la lotta al terrorismo», disse. Gli Usa appoggiano gli eserciti e collaborano con i servizi segreti, foraggiando di armi (e formazione militare) questi Paesi, e quando serve non lesino nell’inviare qualche drone all’attacco. Eppure si scopre che Chérif Kouachi è proprio in Yemen che ha ultimato la sua radicalizzazione (sembra che abbia incontrato il già citato al-Awlaki, il pensatore con passaporto americano ucciso da un drone nel 2011) e sempre in Yemen ha imparato a usare le armi. Quelle stesse armi che poi hanno fatto fuoco in Francia, in pieno Occidente.
E allora, se la strategia di counter terrorism mondiale deve seguire il modello yemenita, c’è sicuramente qualcosa da rivedere.


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