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mercoledì 19 novembre 2014

I foreign fighters ci sono pure tra le milizie sciite

(Pubblicato su Formiche)

Racconta Fausto Biloslavo sul Giornale, che il suo reportage dal fronte con i volontari sciiti che combattono il Califfato, è stato guidato da un certo colonnello Abbas Al-Assady. Al-Assady è a capo di un nucleo di volontari combattenti che arrivano da Kerbala, la città santa per gli sciiti, villaggio sud mesopotamico, teatro della Battaglia di Kerbala del 680, riferimento simbolico della divisione nell’Islam.

Il colonnello è tornato a combattere nel suo paese di origine, rispondendo all’appello del Marja, il grande ayatollah al-Sistani, che in estate aveva invitato i fedeli sciiti a muoversi – armi in mano – per fermare il Califfo.

Il colonnello Al-Assady è a tutti gli effetti un foreign fighters: viveva infatti da 23 anni in Norvegia con la famiglia – ha pure il passaporto norvegese. Solo che, a differenza dei guerriglieri stranieri che hanno riempito le cronache dei giornali schierandosi tra le linee dello Stato Islamico, lui si trova sul fronte opposto.

Di quelli come lui se ne parla raramente.

Eppure la gran parte delle oltre 50 milizie sciite che si muovono nel Paese, sono composte da combattenti arrivati in Iraq da fuori. Si tratta di realtà che ormai si sono incorporate all’interno dei meccanismi di governo e di potere di Baghdad. Il governo iracheno, in teoria, dovrebbe averne il controllo, e vorrebbe utilizzarle per difendere i distretti a sud, quelli a maggioranza sciita. Ma tutti sanno che la libertà di cui godono, e che si sono conquistate con la forza, le rende praticamente indipendenti: anzi, in molti casi, queste entità settarie e rabbiose (e profondamente anti-americane), si stanno sostituendo all’esercito regolare – vedi il caso della liberazione della città turcomanna sciita di Amerli, in cui secondo quanto scritto da Foreign Policy, uomini della Kataib Hezbollah (gruppo inserito dagli Stati Uniti nelle liste delle organizzazioni terroristiche) hanno addirittura pilotato elicotteri governativi e mezzi blindati (M1 Abramas e Humvee) che gli USA avevano lasciato all’esercito di Baghdad.

Torna centrale il ruolo dei combattenti stranieri nel conflitto siro-iracheno.

La strada alla formazione di queste milizie in Iraq, l’ha aperta l’Iran, fornendo innanzitutto le basi ideologiche per favorire il reclutamento, e poi combattenti, coordinatori, e armamenti. Qualcuno li ha chiamati “gli uomini degli ayatollah”, non a caso. E non a caso, quando in aprile proprio Kataib Hezbollah, la storica Brigata Badr, e Asaib Ahl al-Haq (altra milizia molto potente, più nota come Lega dei Giusti), hanno fatto sapere di avere bisogno di forze nuove, l’Iran ha prontamente risposto.

Pure il Libano non si è mai tirato indietro: la Kaatib Hezbollah prende il nome dall’omonimo partito libanese – anch’esso filo iraniano. Più che il governo di Baghdad, è Beirut a gestirla, su stampo del partito-milizia di casa: dal nucleo centrale, proprio come in Libano, si stanno creando altre sotto-entità – questo è reso possibile dal nuovo afflusso di elementi. Una di queste si chiama Società di difesa popolare, e si sta diffondendo molto a sud Baghdad, Dyala e Amerli.

La narrazione creata dall’impollinazione iraniana, ha eroso i confini nazionali tra Siria e Iraq, esattamente come pianificato dal Califfo e reso al pubblico con la distruzione simbolica delle linee di Syke-Picot. Fin dall’inizio del loro coinvolgimento in entrambi i conflitti, hanno adottato come tema programmatico di fondo il difendere gli sciiti e i loro santuari, indipendentemente dalla posizione geografica.

Dunque la geografia torna in primo piano, anche da quest’altro lato della barricata, con una volontà che entrambe le parti voglio sottolineare: eliminare i confini, rendere il conflitto globale. Così come dimostrato nell’ultimo video diffuso dallo Stato Islamico, dove mujahiddin europei sono ripresi come protagonisti, per dimostrare l’internazionalità delle azioni del Califfo; così gli sciiti rispondono alla chiamata dei mullah da varie parti del mondo.

I combattenti sono arrivati dalle minoranze in Afghanistan e Pakistan, ma anche dallo Yemen (anche se gli sciiti Houthi sono impegnati in una ribellione interna e possono contribuire in modo relativo) e qualcuno dall’Africa occidentale. Poi c’è chi si è mosso personalmente, come racconta la storia di Assady.

Certo, il fenomeno è molto più ristretto: tra i miliziani sciiti non ci sono personaggi mediatici come il boia “Jihadi John”, e non ci sono le unità organizzate come quella esclusivamente cecena guidata dal potentissimo Omar al-Shishani (conseguenza, sia della minore diffusione dello sciismo nel mondo, e sia della minore propaganda rispetto a quella adottata dall’IS, vera forza del reclutamento del Califfo). Ma in questo conflitto che sta diventando sempre più settario, il ruolo dei combattenti stranieri sciiti è destinato a crescere: d’altronde, è nella volontà di Khalifa Ibrahim di arrivare a uno scontro finale, e globale: uno scontro per annientare l’altra interpretazione dell’Islam, quella degli “infedeli”. E gli “altri” non stanno certo fermi a guardare.

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