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giovedì 23 ottobre 2014

Siria, la guerra nella guerra, che ci stiamo dimenticando

(Pubblicato su Formiche)

Le attività della Coalizione internazionale, mirate a controbattere l’avanzata del Califfato, la potenza mediatica che alcune battaglie come quella di Kobane hanno avuto, la brutalità disumana delle azioni legate all’amministrazione dello Stato Islamico, e il clamore propagandistico della morte spettacolarizzata nelle esecuzione pubbliche dei quattro occidentali (e non solo), hanno fatto dimenticare ai media, che in Siria si sta combattendo una guerra. O meglio, un’altra guerra, iniziata molto tempo prima, di cui le gesta del Califfo sono una sorta di “strano” spin off.

In Siria è in corso una guerra civile più o meno dal 2011, e sebbene noi prestiamo lo sguardo altrove, tutto sta procedendo secondo il copione già noto: il presidente Bashar al- Assad cerca di reprimere i ribelli, senza curarsi troppo di discernere tra combattenti e civili. Anzi, sotto certi aspetti, spostare l’occhio di bue dell’attenzione internazionale verso la realtà pseudo-statale del Califfo Baghdadi, era ciò che il regime di Damasco cercava per poter perpetrare i propri massacri, le proprie barbarie, pur di mantenere il potere.

In molti hanno sottolineato come per lunghi mesi le forze del governo siriano hanno lasciato campo all’allora Isis, ritirandosi ed evitando lo scontro il più possibile – pur rimettendoci ampie porzioni di territorio, comprensive di basi e armamenti. L’esercito siriano non solo si è mosso strategicamente verso le aree orientali del Paese, quelle “care” agli Assad – il mare, Damasco, la roccaforte alawita Latakia -, ma ha permesso all’Isis di crescere al punto di diventare quel che è. C’era un fine: coinvolgere la comunità globale, e cercare di convincerla che tutto sommato Assad era nel giusto: quelli che si opponevano al suo governo – un regime duro e oppressivo, ma in ultima analisi laico – nient’altro erano se non fanatici religiosi islamisti, radicali che più non si poteva, che avrebbero voluto istituire uno stato islamico, per molti aspetti peggiore della dittatura di Damasco.

Sulla linea di questo, il Daesh (è il nome dispregiativo con cui gli arabi definiscono lo Stato Islamico) è riuscito a prendere piede e consistenza, entrando nel mirino delle preoccupazioni dell’intero pianeta e spostando attenzione e sforzi internazionali. Ora il mondo libero combatte Baghdadi, di qua e di là del confine siro-iracheno, soffre per i curdi che resistono eroicamente aKobane, è preoccupato per le sorti delle minoranze religiose (i cristiani prima, gli yazidi poi, i turcomanni ancora e via dicendo). Nutre il proprio disprezzo per quella fetta di mondo che ormai chiamiamo Califfato, con vicende e storie oltre il limite del concepibile, come quella della ragazza lapidata perché adultera, su richiesta esplicita del padre “perché un esempio di ciò che non andava fatto”: il fatto è avvenuto a Hama, città siriana dello Stato Islamico. Il padre della donna si rifiutava pure di perdonarla, poi gli uomini dell’IS l’hanno convinto a farlo per volere di Dio e lo hanno esortato ad essere lui stesso a legarla e condurla al centro dell’esecuzione. Alla fine tra chi lanciava pietre c’era pure il padre, abbracciato e acclamato dai boia del Califfo.

Per affrontare tale sfregio alla Libertà e ciò che l’evocazione di Khalifa Ibrahim può rappresentare in tutto il Mondo (vedere, per esempio, quello che è successo negli ultimi giorni in Canada, con l’attacco al Parlamento e con quello del jihadista “fai da te” che ha investito due soldati con la propria auto, uccidendone uno e ferendo l’altro, in nome del Califfo), l’Occidente – che noi consideriamo casa per quella Libertà – è sceso a patti con i suoi peggiori spettri. Obama è tornato in guerra, per altro al fianco degli iraniani (senza fare giri di parole), mettendosi in una posizione difficile con la Turchia (un alleato storico) e di fatto ponendo la coalizione da lui guidata sullo stesso asse di Assad.

Il presidente siriano voleva questo: costruirsi un ruolo credibile tra la comunità internazionale come “interlocutore” anti terrorismo (successe già, con pessime conseguenze ai tempi della Guerra d’Iraq): posizione che per di più gli avrebbe permesso pure di giustificare le repressioni nei confronti di quelli che erano, allo stesso tempo, i “suoi” ribelli ma più che altro terroristi.

Contemporaneamente, nell’idea del Dottor Bashar, i fatti dello Stato Islamico, avrebbero potuto togliere l’attenzione sulle operazioni militari del regime siriano contro le forze di opposizione.

Operazioni che, infatti, si stanno facendo sempre più toste: nelle ultime 36 ore, l’Osservatorio siriano per i diritti umani con sede a Londra, ha segnalato che l’aviazione governativa ha condotto oltre 200 attacchi aerei nelle zone controllate dai ribelli ad Aleppo, Hama, Idlib, e sull’hinterland occidentale di Damasco. Attacchi, segnalati pure a Kfar Zaita, condotti con i caccia e con il lancio di barrel bomb dagli elicotteri. Sembra quasi inutile dire, che le organizzazioni umanitarie stanno segnalando decine di vittime, molte tra i civili.

Parallelamente, in linea con il comportamento a doppia agenda di Assad, il ministro dell’Informazione siriano, Omran al-Zoubi, ha fatto sapere al mondo che in un bombardamento l’aviazione governativa avrebbe (il condizionale è d’obbligo, con Damasco) colpito e distrutto due dei tre aerei (L39) finiti nelle mani dell’IS – e diventati per qualche giorno, un punto di discussione sulla possibile evoluzione militare del Califfato, ammesso che ci fosse qualcuno in grado di pilotarli.

Assad attacca i ribelli senza dare troppo nell’occhio, anche per indebolirli prima che l’addestramento militare programmato dagli USA inizi. Ormai sembra quasi una battuta parlarne: lo stesso gen. Allen, coordinatore dell’Operazione Inherent Resolve qualche giorno fa ha ammesso che non c’era ancora niente in attività su questo fronte. Molti l’hanno letto come un modo per scaricare quel che resta dell’FSA, la prima forza combattente contro Assad, disgregata, sfrangiata, ormai debolissima, su cui l’America all’inizio pensava di poter contare.

Nello stesso modo in cui si muove “nel silenzio” contro i ribelli, il governo di Damasco sbandiera propagandisticamente l’azione contro i caccia del Califfo.

È Assad si sa, e resta tale anche con il Califfo di fianco.


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