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venerdì 31 ottobre 2014

Precipita il prezzo del petrolio, e non è necessariamente una grande notizia

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 31/05/2014)

«È che l'India e la Cina stanno rallentando», ha detto all'Atlantic Charles K. Ebinger, direttore dell'Energy Security Initiative dell'importantissimo think tank di Washington Brookings Istitution.

Il fatto che le aspettative future non sono delle più rosee ─ il Fondo monetario internazionale ha recentemente rivisto al ribasso pure la crescita europea ─ è il grande problema che sta dietro al calo del prezzo del gas, destinato a piantarsi sotto ai 3 dollari al gallone negli Stati Uniti. Certamente la produzione è aumentata (e dunque regna la legge della domanda e dell'offerta), ma è un giustificativo contingentato: oltre alla crisi di crescita economica, l'altra grande responsabile di questo deprezzamento, è l'immissione sul mercato di grossi quantitativi di petrolio a velocità notevolmente superiore alle attese.

Il prezzo del greggio è sceso di oltre il 25 per cento negli ultimi cinque mesi. Vero che a inizio mese il "Dio" dei commerci petroliferi Andrew John Hall ha previsto che i prezzi del greggio toccheranno entro cinque anni i 150 dollari al barile ─ conseguenza, a suo dire, di un disastro legato agli shale gas ─ ma per il momento i dati sembrano dire altro (poi chissà),

I cambiamenti industriali stanno riducendo man mano la quota di petrolio utilizzata dal mercato dell'energia. Negli Stati Uniti si punta molto sui gas di scisto, anche per volontà diretta della Casa Bianca: fino a cinque anni fa gli USA importavano oltre il 60% di greggio, ora dei 18,6 milioni di barili giornalieri, ne producono 11,5 tra shale gas e biocarburanti. Il Giappone, già superato il dramma di Fukushima, ha messo in cantiere due nuove centrali nucleari: circostanza che limiterà di certo le importazioni di greggio nipponiche.

E dire che ci sarebbero tutti i presupposti per assistere al picco dei prezzi: il Medio Oriente (la zona del mondo con più giacimenti) è di nuovo in fiamme, la Libia è da mesi senza un governo, la Nigeria (altro paese Opec) è vittima di quella che a tutti gli effetti si può definire una guerra civile; e poi c'è la crisi geopolitica in Ucraina, che ha coinvolto la Russia e l'Europa.

Tuttavia i prezzi scendono: il petrolio Brent (il mercato del greggio estratto nel Mare del Nord), ormai diventato il riferimento per circa due terzi degli scambi globali, a metà ottobre è sceso a quota 85 dollari: il minimo da quattro anni, con un andamento anomalo rispetto alla discrepanza estate/inverno che si registra annualmente.

Per capire come mai il mercato si muove in controtendenza rispetto alle dinamiche storiche, occorre tornare indietro di qualche anno, come suggeriva su Repubblica Leonardo Mugeri (altro prestigioso esperto di petrolio internazionale, partner dell'hedge fund newyorkese Ironrank, professore ad Harvard ed ex vicepresidente dell'Eni dal 2000 al 2010). Secondo Mugeri ─ che già due anni fa aveva messo in guardia sugli scenari odierni ─ è necessario ripensare a quello che è successo nel decennio 2003-2013 per comprendere la situazione attuale. A cominciare dal 2003, quando i prezzi schizzarono alle stelle raggiungendo nel 2008 il picco storico dei 150 dollari al barile: è in quel periodo che le compagnie decisero di potenziare tutti i propri investimenti. Furono spesi, nel tempo, qualcosa come 4 mila miliardi in ricerca e sviluppo, con i Paesi produttori pronti a spalancare le porte ai capitali investiti dalle compagnie (e che difficilmente adesso li lasceranno uscire). Il risultato è stato quello che in America definiscono "glut": si sta producendo una quantità di petrolio superiore alla richiesta (calata) del mercato. Nell'ultimo rapporto Opec pubblicato a metà ottobre, si legge che i Paesi membri, rispetto al mese precedente, hanno prodotto 400 mila barili al giorno in più.

Le tensioni geopolitiche non riescono a fare "l'opera di regolazione" proprio per questa sovrabbondanza di materia prima estratta: lo Stato Islamico, è noto, traffica petrolio in contrabbando, ma si tratta di aliquote quasi insignificanti ─ sebbene fondamentali per le casse del Califfo. Basta pensare che l'Iraq ha raggiunto i 3 milioni di barili nella produzione giornaliera: la cifra sottratta dall'IS è di 20/30 mila barili al giorno, ed è evidente come modifichi di poco gli equilibri, anche perché la stragrande maggioranza del petrolio iracheno arriva dai pozzi nelle aree del sud-est, ancora relativamente al sicuro dalla guerra. L'Arabia Saudita, dove da sempre la famiglia reale tenta di costruirsi un ruolo di "Rothschild del petrolio", è cocciutamente piantata sulla volontà di continuare ad immettere grosse quantità di greggio, nonostante il calo dei prezzi: e il bello è che sta lavorando a regimi controllati, con soli 9,4 milioni di barili al giorno, a fronte di un potenziale utilizzabile di 12,5. Non vuole rischiare di perdere le richieste asiatiche, e per di più, in questa fase, ne fa una carta di scontro geopolitico davanti alle pressioni iraniane sulla riduzione delle estrazioni.

Il maggiore produttore al mondo in questo momento è la Russia, che estrae 10.4 milioni di barili giornalmente ─ va sottolineato, che a differenza dei Paesi arabi Mosca viaggia a pieno regime. L'economia russa è strettamente vincolata alla produzione e vendita di petrolio: ragione per cui Putin ha ancora bisogno dell'Europa ─ un legame, chiaramente, a doppio filo. Il budget statale russo si basa su una vendita prevista intorno ai 105 dollari al barile: ma la realtà, s'è detto, naviga sui 15-20 punti inferiori. Lo scenario, per Zar-Vlad è tetro: la Banca di Russia ha già iniziato gli stress test per valutare la possibilità che il prezzo scivoli fino ai sessanta dollari al barile, situazione in cui Mosca non sarebbe più in grado di pagare le spese dello stato.

In una posizione simile alla Russia si trova l'Iran: anche Teheran è stretta dalle sanzioni occidentali, causa la volontà del paese degli ayatollah di portare avanti la politica nucleare. Se si abbassa il prezzo del petrolio, si riducono le entrate iraniane, e dunque la Repubblica Islamica si troverebbe costretta a trattare sul serio al tavolo di Ginevra per uscire dall'impasse energetica. Effetti sulla politica mondiale del calo dei prezzi del petrolio: un altro, per esempio, è quello legati ai giacimenti sul Circolo Artico. Gli studi della US Geological Survey sostengono che è là che potrebbe essere contenuto circa il 13 per cento delle risorse di petrolio non ancora scoperte (e il 30 di quelle di gas). Far partire il progetto di sfruttamento dell’area, come dicono da anni molti analisti, potrebbe cambiare la geopolitica mondiale: per questo la Norvegia rallenta le esplorazioni sul Mare di Barents.

Secondo Ebinger se il prezzo dovesse scendere sotto gli 80, parte della produzione potrebbe iniziare a chiudere, anche se alcune aziende estrattrici del North Dakota (destinate, a questi ritmi, a diventare i pozzi principali al mondo) hanno fatto sapere di essere al sicuro per prezzi che oscillano tra i 45 e i 25 dollari. In linea di massima, come ha scritto l’Economist, il "primo vincitore" del calo del prezzo del petrolio è l'economia mondiale. Tom Helbling del Fondo Monetario Internazionale ha spiegato che il 10 per centro del prezzo del petrolio è correlabile a una variazione dello 0,2 per cento del Prodotto Interno Lordo globale.


Insomma, le risorse andrebbero a spostarsi dai produttori ai consumatori, e dunque il pieno dovrebbe costare meno e la bolletta del riscaldamento pure. Oppure tutto potrebbe restare invariato. «I think $65 is not at all impossible. I just don't see what changes» ha detto Ebinger: ma non ditelo ai russi.

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