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martedì 7 ottobre 2014

L’importanza curciale di non perdere Kobane

(Pubblicato su Formiche)

Qualcuno ha paragonato il combattimento tra il Califfato e i curdi siriani dell’YPG (aiutati dai fratelli turchi del PKK, con il braccio armato HPG) al confine tra Turchia e Siria, attorno alla città di Kobane, alla ben nota Battaglia di Stalingrado – dove tra il luglio del 1942 e il febbraio del ’43 le truppe dell’Asse cercarono incessantemente di prendere il controllo della città e della regione tra il Don e il Volga, area strategica del Fronte orientale.

Ai tempi, la Germania-nazista uscì dalla Russia sconfitta – la prima grande sconfitta del Reich e dei suoi alleati – che segnò, per certi versi, l’intero conflitto e l’inizio dell’avanzata sovietica verso ovest. Ma l’esito finale, la sconfitta dei nazisti – a cui in alcune analisi il Califfato è stato assimilato -, sembra difficile che coinciderà a Kobane.

Negli ultimi giorni si sono diffuse diverse notizie inattendibili sulle sorti degli scontri in quest’area del Rojava: molte frutto della propaganda, spinta da entrambe le parti, e in più anche dalla Turchia – che rappresenta una sorta di convitato di pietra, essendo continuamente tirata in ballo, anche per la prossimità geografica (molto di più per gli interessi geopolitici nella zona), ma a tutti gli effetti ancora inerme.

Lunedì, dopo che da ore si parlava della caduta di Kobane, è stato effettivamente avvistato il primo segno dell’ingresso dell’IS in città: i giornalisti sul posto, hanno fotografato la bandiera nera del Califfo sventolare sopra un palazzo dell’area periferica orientale. Tre distretti a est sarebbero ora sotto il controllo dello Stato Islamico, mentre i curdi combattono strada per strada – con il timido appoggio aereo delle forze della coalizione.

Secondo un funzionario cittadino, Idriss Nassan intervistato dalla BBC, Kobane è destinata a «cadere molto presto». L’assedio stretto su tre lati (l’altro è quello turco), dura da oltre tre settimane, e ha spostato in avanti il fronte, con l’IS che ha conquistato anche le colline strategiche circostanti l’abitato: tra queste, la cruciale Mistenur, che scopre una visuale completa sul punto di confine e da cui gli uomini del Califfo stanno portando l’attacco dell’artiglieria pesante. (Vedi mappa in foto).

Sarebbero 160 mila i siriani (più che altro curdi) che in questi giorni hanno abbandonato la città, diretti in Turchia – che pure non ha corso a spalancare le porte di frontiera ai profughi. Ormai a Kobane restano soltanto i guerriglieri curdi, votati, come i cugini “non troppo amici” Peshmerga, “a battersi fino alla morte” – domenica una guerrigliera curda si è lanciata in un eroico quanto disperato attacco kamikaze contro una delle postazioni di assedio dell’IS.

Nel momento in cui si scrive questo pezzo, i report locali riferiscono di una situazione “tranquillizzata” rispetto ai giorni precedenti: informazione riportata per dovere di cronaca, ma sembra inutile sottolineare come tutto sia fluido e in divenire. Tant’è che sono state segnalate esplosioni, riconducibili a attacchi aerei, con ogni probabilità condotti dalla coalizione – un altro era già stato segnalato nella note.

Kobane è di importanza centrale per lo Stato Islamico: il suo controllo permetterebbe al Califfo di controllare un’ampia fetta al confine turco, canale diretto verso Raqqa (capitale siriana del Califfato), fondamentale per i traffici di contrabbando con cui l’IS si finanzia.

Ma la “presa di Kobane” ha sviluppato anche una centralità mediatica altrettanto importante: la copertura d’informazioni che il mondo intero ha riservato a questo fazzoletto di terra e case al confine turco-siriano, ha messo il Califfo nella posizione di dover dimostrare necessariamente la propria forza. Una forza che, in realtà, ogni volta che ha incontrato resistenze concrete è sempre stata sconfitta – dunque si escluda l’esercito iracheno e quello siriano, spesso esposto in ritirate strategiche e sacrificali dalle basi lontano dalle zone orientali (vero interesse del regime). Ora Khalifa Ibrahim deve pigiare sull’acceleratore degli attacchi, pressare fino allo stremo i curdi di Kobane, per ottenere una vittoria. Mediatica come poche. La sconfitta avrebbe non solo un valore strategico militare, ma significherebbe perdere la faccia, un segno di indebolimento. E per una realtà come lo Stato Islamico che vive di propaganda e proselitismo, sarebbe un colpo importante.

Tanto più che c’è un altro thread di discussione su Kobane. Da tempo i principali media internazionali sottolineano come l’aiuto, anche solo aereo, della coalizione, sia timido e limitato. Gli analisti militari della CNN, attualmente impegnati ad analizzare la minaccia “Ebola” e in parte deconcentrati dai fatti siro-iracheni, hanno evidenziato per primi come molte delle postazioni di artiglieria dell’IS che stanno martoriando la città di confine, operino allo scoperto: obiettivi facili, sia per caccia che per droni, confermabili anche dai video che girano in rete e trasmessi dagli stessi combattenti. E allora perché non sono stati colpiti?

In gioco, certo, ci sono interessi ben più grandi di quelli dei curdi siriani. E il problema è proprio questo: il Califfo, vincendo, potrebbe sottolineare al mondo come “l’invasore occidentale” (definizione impropria della coalizione internazionale, visto la presenza delle forze arabe, ma frutto di quella propaganda diffusa dall’IS) si muova solo per interessi politici e non per sostenere le reali necessità delle popolazioni – e poca importa se “quelle necessità” siano state indotta dalla spietatezza imperialista del Califfo stesso.

Dietro c’è ovviamente la Turchia. Il paese di Erdogan gioca una doppia agenda, tutta improntata su ragioni personali, lontane dalle esigenze del campo come della coalizione. Un passaggio tecnico, secondo molti, sta nel ritardo all’apertura della base aerea di Incirlik, da cui i droni potrebbero alzarsi e pattugliare con più autonomia il territorio di Kobane. Ma ovviamente c’è di più. Il Parlamento turco ha autorizzato l’intervento in guerra di quello che è il secondo esercito del blocco Nato, ma ancora tutto è fermo.

Dall’account Twitter @ItalianPolitics, molto attento e affidabile, si parlava lunedì di fonti curde che avevano segnalato che in realtà ci fosse un piano di Ankara dietro alla caduta di Kobane. I turchi lo considererebbero il prezzo da pagare affinché l’YPG decida definitivamente di intervenire contro Assad – vero interesse della Turchia – e ci sarebbero pronte contropartite ai curdi siriani, in cambio della messa a disposizione per combattere il regime siriano. Continuando, per altro, la prassi della “guerra proxy” combattuta in Siria – insomma, la Turchia cambierebbe alleato contro Damasco, prima gli islamisti radicali (ivi anche i jihadisti), poi i curdi.

Difficile verificare al momento queste voci, vista la montagna di indiscrezioni e analisi che arrivano adesso dal Medio Oriente. Fatto sta che dietro a tutto si nasconde uno spettro ancora peggiore, quello cioè di una possibile guerra intraculturale tra Fratellanza Musulmana e Califfato. Una bomba per la regione.


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