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lunedì 13 ottobre 2014

La Turchia concede le proprie basi contro l’IS, forse

(Pubblicato su Formiche)

Nella serata di domenica, è girata con insistenza la notizia sulla possibile decisione turca di concedere agli Stati Uniti l’uso delle basi disposte sul proprio territorio, per operazioni contro lo Stato Islamico. La cosa è stata diffusa inizialmente attraverso le rivelazioni di fonti anonime del Dipartimento delle Difesa americano al sito specialistico Stars&Stripes, e poi confermata alla NBC da Condoleeza Rice, attualmente consulente per la sicurezza nazionale della Casa Bianca.

Un nuovo impegno di Ankara, accolto con piacere dagli americani: l’utilizzo delle basi turche è fondamentale per gestire le attività nel nord siriano. Gli aerei e i droni, partendo soprattutto da Incirlik (grande base nucleare Nato), nel sud, possono arrivare in pochi minuti nei teatri operativi come quello di Kobane – la città curdo-siriana, centro del Rojava, in cui i curdi dell’YPG reggono un’assedio degli uomini del Califfato da quasi un mese, ormai diventata un’enclave all’interno del territorio dello Stato Islamico.

Un risparmio economico in termini di carburante e di risorse (non servirebbero le impegnative missioni di rifornimento), oltreché la possibilità, per velivoli come i droni, di creare un sistema di pattugliamento continuo sulla testa del Califfo. Una caccia incessante, con i Predator in osservazione giorno e notte e gli Hellfire sempre pronti, che potrebbe creare grosse complicazioni di movimento ai reparti dell’IS.

Mettere a disposizioni le proprie basi, è il minimo dovuto da Ankara (e anche il minimo dell’impegno, sia chiaro), soprattutto dopo essere finita oggetto delle critiche dell’opinione pubblica – sfociate in manifestazioni di piazza anche cruente – per il silenzio/assenso dimostrato davanti alle azioni del Califfato. Ultimo episodio, forse il più mediatico, quello che sta coinvolgendo la strategica città di Kobane, appunto: «L’indifferenza totale non è una novità nella guerra siriana» scriveva giorni fa Daniele Raineri sul Foglio, ma stavolta tutto avviene sotto gli occhi dei reporter internazionali, che seguono le evoluzioni costantemente live da una collinetta sicura all’interno del territorio turco, e quell’”indifferenza” assume dimensioni ulteriori e spettacolarizzate.

A veicolare la scelta del presidente Recep Tayyp Erdogan, potrebbe essere stata la visita in Turchia del generale John Allen. L’uomo (di Bush) che Obama ha richiamato dalla pensione per gestire la “pianificazione anti-IS”, ha incontrato i vertici politici e militari giovedì scorso, in una tappa di una “missione” diplomatica mediorientale. Precedentemente Allen aveva visto i giordani (insieme al consulente di Obama per l’Iraq Brett McGurk), e guarda caso il giorno successivo il re Abd Allah aveva mandato un paio di caccia dell’aviazione hashemita a colpire le zone intorno a Kobane. Inoltre, in questi giorni c’è stato anche un incontro tra Hakan Fidan, capo del Mit (intelligence turca), e Lisa Monaco, advisor presidenziale americana per la Homeland Security.

Erdogan dall’apertura delle basi ci guadagnerebbe, di certo – quelli come lui difficilmente si muovono gratis.

Al di là dell’aspetto “mediatico” – il presidente potrebbe così passare come “uno attivo contro il Califfo” e salvarsi la faccia – c’è dell’altro e più importante. Tra le principali volontà del governo turco, c’è da diverso tempo la creazione di una zona cuscinetto al confine siriano, protetta da una no-fly zone. Sono più o meno tre anni che Erdogan tiene fissa la questione della buffer zone: innanzitutto potrebbe essere il contenitore dei milioni (milioni!) di profughi che la guerra civile siriana ha spostato verso i campi della Turchia. La “zona” darebbe più spazio alle popolazioni da aiutare, ma servirebbe pure a “spedire” l’emergenza umanitaria fuori dal territorio turco (situazione, quella dei centri di raccolta dei profughi, che oltretutto rappresenta un bacino colturale per i rinforzi ai jihadisti).

Ma la zona cuscinetto pensata da Erdie, non si ferma certo all’aspetto umanitario: nell’idea del presidente turco c’è di trasformarla rapidamente in un’area di addestramento per i ribelli siriani. La Turchia ha annunciato proprio la scorsa settimana di essere disponibile a fornire formazione militare a combattenti da schierare contro l’IS, e soprattutto contro Assad – il vero pallino di Ankara, s’è detto più volte, è un regime change a Damasco. Addestramento che il governo turco preferirebbe tenere lontano dalle proprie città, visto il rischio di rappresaglie.

Dunque di fatto, la buffer zone in questione, andrebbe pian piano a rappresentare uno stato semi-autonomo: «un’area in cui una struttura di governo alternativo siriano, metterebbe le radici» aveva spiegato al New York Times Frederic Horf, ex inviato speciale per la Siria di Barack Obama. Un’area che la Turchia intenderebbe proteggere con i propri militari, forse coadiuvati da una missione internazionale, ma di fatto guidata dai turchi. Sulla testa dell’area, cieli “proibiti” ai velivoli non autorizzati: tradotto, ai caccia e agli elicotteri di Assad che vanno a colpire le zone di Aleppo e del nord siriano (e che in questi giorni continuano ad essere impegnati anche altrove).

Ma la creazione di questa buffer zone, sarebbe troppo rischiosa: la situazione di Kobane è crudelmente legata a questi passaggi politici. Erdogan ha messo la città sul piatto ed è disposto a perdere la battaglia “sul confine” pur di arrivare a vincere la guerra per rovesciare Assad. L’America non vuole impegnarsi a portare avanti il piano di Ankara, che rappresenterebbe una dichiarazione di guerra a Damasco, e che complicherebbe (un eufemismo) le operazioni contro il Califfato.

La Turchia, causa principale dello stallo diplomatico su Kobane, non esita a giocare di forza la sua doppia agenda. Certo, lo Stato Islamico prendendo la città curda, si ritroverebbe a controllare una lunga striscia di territorio contigua alla Turchia, ma in questo Erdogan sa di potersi giocare diverse carte. I traffici che rimpinguano le casse del Califfo Baghdadi si muovono a cavallo delle vie meridionali turche, ed è stato proprio il “chiudere un occhio” di Ankara a permetterne lo sviluppo. Dunque, per tenere l’IS fuori dai propri confini, i turchi potrebbero nuovamente giocarsi la carta della “mediazione”. D’altronde è già successo con il rilascio dei 46 diplomatici rapiti a Mosul, operazione che ha portato alla scarcerazione della moglie del filosofo idealista dello Stato Islamico Haji Bakr, detenuta in Turchia. O nel caso di Halis Bayancuk, predicatore dell’IS conosciuto con il nome di Abu Hanzala, che è stato rilasciato nella notte tra giovedì e venerdì scorsi dopo che le autorità turche lo avevano arrestato per la quarta volta da gennaio: decisione, che vista la situazione, ha avuto un tempismo quanto meno criticabile.

Zona cuscinetto e no-fly zone, non sono al momento sul tavolo della discussione per un coinvolgimento più attivo della Turchia contro lo Stato Islamico, né tanto meno sono il prezzo che gli Stati Uniti dovrebbero pagare per l’apertura delle basi (almeno ufficialmente): o meglio, sono argomento di cui si discute, e su cui si riflette, ma la gran parte degli attori in gioco sembra essere contrario.

Di fatto, però, a pensarci bene, la concessione dell’utilizzo delle basi rappresenterebbe di per sé un primo passo verso il piano “geopolitico” di Erdogan sulla zona. Infatti, se gli aerei della Coalizione internazionale dovessero decollare da Incirlik, avrebbero la necessità di corridoi di volo liberi e protetti, non potendo di certo condividere le rotte con gli aerei del regime siriano: “incontri” troppo rischiosi e dunque ai velivoli di Assad sarebbe impedito, in qualche modo da studiare, di avvicinarsi.

L’apertura della basi ad uso della Coalizione, rappresenta un proxy che Erdogan sta utilizzando per interessi personali: forse.

Già, perché mentre noi si disquisisce delle possibili modificazioni sul “verso” del conflitto, l’ufficio del primo ministro Ahmet Davutoglu fa sapere che in realtà non è stato raggiunto nessun accordo sull’uso di basi in territorio turco da parte della coalizione internazionale. Un corto circuito diplomatico, dopo che le dichiarazioni dei funzionari americani avevano fatto il giro del mondo.

Come stanno realmente le cose, è difficile dirlo al momento: non è escluso che i turchi stiano bluffando per alzare la posta, e magari inserire quella buffer zone sul programma. Quello che invece è chiaro, è che continua l’atteggiamento ambiguo di Ankara: incastrata tra l’islamismo di governo (con tutte le derive connesse) e il peso dell’alleanza Nato con l’Occidente.

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