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venerdì 17 ottobre 2014

IS quasi fuori da Kobane, grazie al coordinamento tra USA e curdi (siriani)

(Pubblicato su Formiche)

Polat Can è il portavoce dell’YPG, il braccio armato del partito curdo-siriano PYD. L’YPG sta da giorni tenendo in piedi Kobane, respingendo l’assedio del Califfo. Can è il protagonista di un’intervista a Reuters (molto discussa in queste ore), in cui ha chiarito alcuni aspetti sulla dinamica delle “cose” nel mezzo della battaglia.

Secondo lo spokeperson dei combattenti curdi di Siria, ci sarebbe coordinamento tra le milizie a cui appartiene e le forze della Coalizione internazionale che stanno combattendo il Califfato dal cielo – tradotto, gli americani.

Attenzione: i curdi siriani non sono quelli a cui mezzo mondo ha inviato attrezzature militari per combattere l’IS. No, quelli erano gli iracheni, i Peshmerga: attualmente, di fatto, le uniche forze di terra della Coalizione, molto filo-americani, e molto più controllabili (poi è da vedere). L’YPG è una realtà che è legata a doppio filo con il PKK turco (e con l’HPG, la formazione combattente del Partito dei lavoratori del Kurdistan), che molti dei Paesi che compongono il gruppo di intervento su Iraq e Siria, considerano un’organizzazione terroristica. Molti di quei stessi Paesi, data l’affiliazione, hanno pure tagliato i ponti con i curdi siriani – per primi gli americani, più o meno.

Ma, come si dice, “in guerra e in amore tutto è concesso”, e così dalle parole del portavoce Can si scopre che il CENTCOM di Tampa imposta i raid sulla zona di Kobane, dopo aver ricevuto informazioni di terra dai membri dell’YPG. Can ha proprio spiegato alcuni passaggi della collaborazione: i dati geografici, le coordinate dei bersagli, vengono raccolti da un’unità curda avanzata, che li trasmette al comando YPG, che poi li gira verso un centro di coordinamento comune – comune con gli Usa, chiaro.

Tutto sarebbe iniziato dopo che l’IS ha cominciato ad entrare a Kobane: e in effetti, in precedenza, i curdi si erano lamentati, oltre che della timida consistenza, anche dell’imprecisione dei raid. Segnalavano da tempo che a finire sotto le bombe erano posti di combattimento abbandonati, edifici svuotati. Poi il cambio di ritmo: i raid sono diventati di più, e più efficaci, e hanno permesso alle forze dell’YPG di riportare successi significativi: tanto che nel momento della stesura di questo pezzo, la BBC, che copre sul posto la storia, titola in home page “IS nearly driven out of Kobane”.

La storia della collaborazione tra Stati Uniti e curdi siriani, sebbene discutibile, non è nuova. SuFormiche ci eravamo occupati già qualche giorno fa, con le prime voci sul coordinamento che iniziavano a girare, di una vicenda avvenuta nel 2012, quando alti funzionari diplomatici statunitensi, incontrarono membri dell’YPG. Sul tavolo, ai tempi, non c’era la lotta al Califfato, ma quella al regime siriano di Bashar Assad.

Messi alle strette dalle rivelazioni del portavoce dell’YPG, gli Stati Uniti hanno confermato di aver avuto contatti “informali”, in un paese al di fuori del Medio Oriente, sebbene hanno negato che ci sia un qualche genere di coordinamento sui raid. Ma, visto i risultati sul campo arrivati proprio da domenica scorsa (con l’entrata dell’IS nella cerchia cittadina di Kobane), le deduzioni sono conseguenti. Secondo quanto detto dagli uomini del Pentagono in conferenza, invece, il maggior esito positivo delle azioni, sarebbe collegato non “al dialogo” con i curdi a terra, ma al fatto che, messo alle strette a Kobane, lo Stato Islamico si è trovato nella necessità di far affluire soldati e mezzi – lo avrebbe fatto in fretta e si sarebbe esposto troppo ai mirini dei caccia.

Anzi, per fugare ogni dubbio – o almeno, nel tentativo di – Washington ha ribadito che la posizione nei confronti del PKK (i curdi di Turchia alleati di quelli siriani), non cambia di una virgola: restano sempre nella “lista nera” dei terroristi. Precisazione dovuta alle discussioni che il “possibile” collegamento ha generato – l’America è un paese che fa del “non parliamo con i terroristi” un mantra profondo, quasi ideologico. Ma anche una precisazione per “accontentare e riavvicinare” la Turchia.

Comunque evolvano le cose, la presenza di Ankara è necessaria in questo scontro con l’IS. La scorsa settimana era stata annunciato un accordo per l’utilizzo delle basi turche da parte della Coalizione: lo aveva detto Susan Rice, non l’ultima dei funzionari della Casa Bianca, ma poche ore dopo il gabinetto del primo ministro turco aveva smentito tutto. Ora tornano a circolare voci su un probabile accordo raggiunto: il centro della questione è di nuovo Incirlik, la grande base Nato nell’Adana (sud della Turchia). Secondo le indiscrezioni che trapelano, la Turchia avrebbe autorizzato (sarà vero stavolta?) la partenza dei droni da ricognizione: confermando comunque il veto sui caccia armati.

Ieri i media turchi hanno diffuso alcune possibili mappe della buffer zone che il governo del presidente Erdogan vorrebbe come garanzia per entrare operativamente nel conflitto contro l’IS. Una delle mappe è allegata: difficile cercare dove finiranno i curdi. Facile, invece, capire quali siano le priorità di Anakara.

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