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giovedì 9 ottobre 2014

I curdi di Kobane e il back-channel con gli USA

(Pubblicato su Formiche)

Scrive Nicola Mirenzi, bravo (ed esperto di Turchia) giornalista di Europa, «Bisogna tornare ai primi anni Novanta per ricordarsi un coprifuoco dichiarato su cinque province della Turchia». Il motivo del coprifuoco sono le proteste dei curdi-turchi per quello che sta avvenendo a Kobane (la cittadina al confine siriano che sta a un passo dalla “caduta”, ma che ancora tiene eroicamente l’assedio dell’IS da oltre 20 giorni).

Una situazione insolita, ricorda ancora Mirenzi: i curdi non protestano per le condizioni di vita sotto lo stato turco, ma per chiedere la possibilità di intervenire loro stessi in difesa dei “fratelli” di Kobane. La Turchia li blocca: atteggiamento contestato a livello internazionale, e che, insieme alla lentezza dell’intervento militare contro lo Stato Islamico, fa parte di una delle leve retoriche di chi considera (e a ragion dei fatti) che Ankara in fondo, “non facendo niente”, finisce per favorire il Califfo.

I curdi siriani e turchi, sono “affiliati”, o meglio, i partiti PYD e PKK sono piuttosto vicini: circostanza non scontata nel complesso universo del Kurdistan, dove le varie fazioni più volte si sono trovate divise praticamente su tutto. Esempio, le posizioni lontanissime di PKK, nato marxista e oggi influenzato dalle teorie comunaliste, dall’ecologia sociale e dall’anarchismo, e il PKD, filo-americano: turchi e iracheni, o siriani; sempre curdi, ma con dei grossi distinguo.

Il legame tra PYD e PKK ha prodotto l’interruzione, a cascata, delle relazioni formali tra Usa (e diversi paesi occidentali) e curdi siriani: gli Stati Uniti, diciamo “per accontentare le pressioni turche”, considerano da tempo il gruppo di “Apo” Ocalan (Il PKK) un’organizzazione terroristica, e dunque non “trattano” ufficialmente nemmeno con le entità “amiche” di questo (il PKK).

Ma secondo quanto riportato da Foreign Policy ci sarebbero stati comunque dei contatti tra funzionari di Washington e elementi del PYD.

È stato l’ex ambasciatore americano in Siria Robert Ford a rivelare a FP che: «Abbiamo fatto incontrare qualcuno che era un intermediario [che non è stato identificato. nda] tra gli Stati Uniti e il PYD in diverse occasioni: io una volta, e altri diplomatici in altre occasioni». Era il 2012 – il Rojava era in embrione e il PYD cominciava a governare autonomamente la regione.

Non è una novità che funzionari di Washington favoriscano colloqui non ufficiali con gruppi considerati “nemici”: era già successo con Hamas, e anche in quell’occasione la prima delle preoccupazioni era come gestire i rapporti con l’alleato. Israele come la Turchia: Tel Aviv, a quanto pare non fu informata dei colloqui che Washington stava veicolando con l’organizzazione palestinese, Ankara sì. Anche la Turchia – come pure Israele con Hamas – aveva delle relazioni dirette e coperte con l’organizzazione curda.

Relazioni che per altro in questi giorni sono venute alla luce del sole, sotto la pressione mediatica su Kobane: il presidente Erdogan avrebbe proposto a Salih Muslim (leader del PYD) un accordo per intervenire in difesa della città curda. Mollare il PKK e unirsi all’FSA (Free Syrian Army) per combattere Assad. È noto che l’unico obiettivo turco è la destituzione del regime siriano con una governo meno ostile, per questo chiede l’aiuto internazionale nella costituzione di una buffer zone di protezione dei confini (che divide la politica statunitense), coperta dal cielo dano-fly zone: sul tavolo Erdie mette un ricatto importante. Sa che l’uso delle basi turche è fondamentale per combattere l’IS – attualmente gli aerei in missioni su quelle aree (come il B1 Lancer protagonista delle immagini CNN della giornata di mercoledì) devono rifornirsi in volo, visto che decollano dall’Iraq. E sa pure che il suo esercito, forte e preparato, sarà una necessità primaria qualora si decidesse di intervenire “boots on the ground” – scelta che il presidente turco vede come imprescindibile.

Sullo sfondo di quei colloqui americani con il PYD, c’è il doppio gioco tipico del Medio Oriente: ufficialmente infatti Washington appoggiava il KNC – una formazione piuttosto litigiosa di partiti minori curdi siriani, sostenuta anche dall’iracheno Massoud Barzani e in opposizione al PYD.

Sempre nel 2012 (era maggio) una delegazione composta dall’ambasciatore Ford e dal delegato americano per l’opposizione siriana, Frederic Horf, aveva chiesto al KNC di piegarsi alle volontà del Consiglio nazionale siriano (guida le opposizioni, in esilio), lasciando per il momento da parte le volontà di indipendenza, e di unire le proprie forze con quelle dell’FSA (Free Syrian Army) – «Che tanto Assad sarebbe “andato” presto» avrebbe detto Ford secondo FP.

Il KNC è la formazione “sostenuta” (per modo di dire) anche dalla Turchia, in opposizione al PYD, anche se è noto che nella visione turca della risoluzione della guerra siriana, ci sia un governo islamico sostenuto da una costituzione democratica, senza “menzione” delle istanze curde.

Secondo gli Stati Uniti, e la Turchia, il KNC avrebbe dovuto prendere il potere in Rojava al posto del PYD. Gli Usa avrebbero dato sostegno al KNC (anche ufficialmente, con la Middle East Partnership Initiave), in cambio, anche, del controllo sull’opposizione islamista radicale in Siria – e sui flussi dalla Turchia.

Ma il KNC aveva poca influenza, e questo nonostante gli aiuti americani per aumentarne l’appeal politico e mediatico; così, in un certo momento del 2012, Washington decise di aprire il back-channel con il PYD – entità molto più forte e influente.

Il PYD è molto più radicato nel territorio curdo-siriano, e l’incessante resistenza del braccio armato YPG a Kobane ne stanno dimostrando il valore. Gli Stati Uniti volevano comprenderlo, ascoltarlo: Efraim Halevy, ex capo del Mossad israeliano, intervistato dalla CNN tempo fa, spiegò che con Hamas era stato coniato un nuovo tipo di diplomazia: niente mediazioni, rarissimi incontri ufficiali, ma «li ascoltiamo» disse. Così gli USA con il PYD: se certe entità sono forti e strutturate, mettono radici e calamitano consensi, allora vale la pena studiarle, anche da vicino.

E pure di più: gli Stati Uniti durante quegli incontri avevano chiesto al PYD di prendere le distanze dal regime siriano (il partito ha spesso preso posizioni intermedie, pur contrario a Damasco ha criticato anche le Opposizioni troppo influenzate dalla Turchia), di unirsi all’FSA e di migliorare le relazioni con il Kurdistan iracheno.

Recentemente c’è stato, un accordo tra PYD e FSA per combattere lo Stato Islamico nel nord siriano. Ora i curdi siriani chiedono il sostegno della Coalizione: qualcuno come Ford è d’accordo, altri credono sia presto. È vero che nell’area gli alleati più fidati per l’Occidente nella lotta al Califfo si stanno dimostrando i curdi, ma è anche vero che la lotta all’IS ha fatto da catalizzatore per l’unione delle istanze curde dall’Iraq alla Turchia – il PKK è entrato in azione nel territorio iracheno al fianco dei Peshmerga locali, una rarità.

Riprendendo Mirenzi: «I curdi sono di nuovo al centro della scena mediorientale. E non la lasceranno facilmente». E questo è, di certo, un altro possibile problema per la regione.

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