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giovedì 9 ottobre 2014

Donne nella guerra, una sorta di Nemesi

(Foto Mary F. Calvert)
(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 09/10/2014)

I soldati dello Stato Islamico nell’area di Kobane, la città al centro della battaglia al confine turco-siriano, stanno trovando una forte e incessante resistenza da parte dei combattenti curdi. Un esercito, quello dell’Ypg, composto in larga misura da donne. E per una realtà misogina come quella del Califfato, non deve essere un sollievo trovarsi davanti la potenza e la tenacia delle peshmerga siriane. Nota: qui “peshmerga” è scritto con la minuscola e usato in parte impropriamente e in parte come aggettivazione: i Peshmerga sono in realtà i combattenti del Kurdistan iracheno, che con i cugini siriani e turchi non hanno buoni rapporti.

Ma “peshmerga” indica un guerrigliero che intende battersi fino alla morte: come Arin Mirkan, combattente curda dell’Ypg che domenica scorsa, rimasta a corto di munizioni mentre difendeva una delle colline intorno a Kobane, piuttosto che ritirarsi ha scelto di farsi esplodere, lanciandosi in un’azione kamikaze contro le forze assedianti dell’Is. Davanti a un mondo come quello del Califfato dove l’emancipazione femminile non è nemmeno in discussione, la forza della realtà profondamente “femminile” della società del Rojava (il territorio curdo-siriano), assomma alla presa di Kobane un altro pezzo di valore propagandistico. Il Califfo sa che l’attenzione riservata dai media internazionali alla battaglia, lo obbliga alla vittoria: lo Stato Islamico vive di propaganda, che genera poi proselitismo. La sconfitta non avrebbe solo un valore strategico militare, ma sarebbe una questione di faccia, di rappresentatività, di autorevolezza, di rispetto.
In molti sottolineano come l’Is ogni volta che ha incontrato davanti a sé reparti preparati e con la voglia di battersi, ha riportato risultati negativi. E chi perde non crea seguaci, non è attrattivo. Inoltre, al centro del racconto c’è il forte protagonismo (culturale, politico, sociale, militare) delle donne nella società curda, evidenziato più volte a livello globale. Tutto l’opposto dei battaglioni femminili che lo Stato Islamico ha costruito: al-Khanasaa è formato da collaborazioniste in Burqa (in mezzo ci sarebbero anche francesi e inglesi, secondo il Sunday Times), che costringono le donne dei territori conquistati a sottomettersi, terrorizzandole, in difesa del maschilismo del Califfato contro il femminismo liberale. 

Qualsiasi parallelismo tra le due realtà, è profondamente assurdo: da un lato un mondo, quello curdo, in cui la donna è “arrivata alla liberazione”, assumendo una posizione centrale in ogni contesto sociale, dall’altro un altro in cui si creano le “spose della jihad” e si puniscono corporalmente le ragazze non abbastanza “coperte”. 

 A essere provocatori si potrebbe dire che in mezzo si posiziona l’Occidente - è un proxy (anche) non prendetela troppo sul serio. 

 In questi giorni stanno girando molto le foto di Mary F. Calvert, che ha ripreso con il suo obiettivo le soldatesse americane vittime di molestie sessuali. L’ultimo dato disponibile è di fatto raccapricciante: nel 2012 sarebbero stati 26 mila i casi di molestie sessuali e stupri. Solo 1 su 7 ha riferito degli atti subiti; solo 1 su 10 dei colpevoli è finito in giudizio. Omertà, paura, chiusura, una catena di comando che spesso copre i responsabili, insabbia i fatti e perseguita chi prova denunciarli. Le storie che accompagnano le fotografie di quelle donne sono tutte simili: dopo la denuncia, arrivano le minacce, i ricatti, i pedinamenti, che spesso portano nel baratro. Gli esperti militari lo definiscono Mst (military sexual trauma): depressione, abuso di sostanze, paranoia, sensazione di isolamento. Finiscono così le soldatesse che provano a denunciare i loro assalitori. Più di una, congedata, non ha retto al trauma e all’impunità: fino alla morte.
Il tema è caldo negli Stati Uniti, anche perché secondo le stime del 2013, i casi sarebbero aumentati del 50%. In prima linea nella battaglia c’è la senatrice newyorchese Kirsten Gillibrand, che sta cercando di portare i casi di stupro tra le truppe fuori dall’ambito militare - cioè farli giudicare da una corte civile. C’è un’opposizione forte, che punta i piedi sul fatto che le questioni dell’esercito restino sotto la giurisprudenza interna, perché le forze armate continuino ad essere indipendenti. 

Da qualche settimana è cominciata in Italia la seconda stagione della serie Tv “House of Cards”, che vede protagonista l’influente politico americano Frank Underwood (Kevin Spacey). La moglie Claire (Robin Wright), è anche lei vittima di un episodio di violenza: stuprata ai tempi del college da un compagno ora diventato generale. Ravvivato il dramma per un incontro casuale in una cerimonia militare e dopo la rivelazione (discutibile, per chi segue) in un’intervista televisiva, Claire inizia una campagna per permettere alle corti civili di giudicare sugli abusi sessuali nell'esercito: il segno di come certe argomentazioni siano sentite tra l’opinione pubblica, tanto da essere inserite come passaggio centrale nelle vicende della fiction. Nel reale, davanti alla forza delle guerrigliere curde che fanno tremare il Califfo, lo sbocco positivo di questa triste vicenda siro-irachena, sta proprio nel protagonismo di quelle donne: un esempio per tutto il mondo - anche il nostro.

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