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martedì 21 ottobre 2014

Dieci cose che ci insegna la vicenda di Kobane

(Pubblicato su Formiche)

Da diversi giorni le sorti della città simbolo del Rojava, Kobane, sono al centro delle vicende che arrivano da quel pezzo di mondo che abbiamo imparato a definire Califfato. La città è sotto l’attacco dello Stato Islamico da oltre un mese, ma le forze combattenti delle milizie curde siriane dell’YPG stanno resistendo in un enfasi che definirla eroica sembra limitante – anche dato quello che è successo in città e basi limitrofe, quando si sono viste accerchiate dall’IS.

A dar manforte ai curdi di Siria, sono arrivati anche guerriglieri del PKK (entità curdo-turca affiliata con i siriani che si è mossa) e, dapprima con reticenza e poi crescendo d’intensità, precisione, e numero, gli airstrike della Coalizione internazionale. Domenica scorsa c’è stato pure l’invio di armi e munizioni da parte degli USA. In tutto, il ruolo molto discusso della Turchia, che non ha fatto niente per intervenire, e anzi aveva impedito finora gli aiuti del PKK. Finora: perché (anche dopo che Washington se n’è fregata del placet turco e ha paracadutato quei rifornimenti su Kobane) il governo di Ankara ha deciso di permettere il passaggio dei Peshmerga iracheni in soccorso dell’YPG – da notare che i due gruppi curdi formerebbero un’alleanza strana, diciamo una società di intenti, dato che tra le due realtà del Kurdistan ci sono stati attriti (ma ci si tornerà).

L’attenzione mediatica, implementata dalla favorevole esposizione della città agli obiettivi dei cameraman di mezzo mondo, ha fatto sì che, ben oltre al valore militare, presa o difesa di Kobane diventassero questione di faccia, di immagine, per gli schieramenti in campo (IS, curdi, Coalizione).

Analizzare l’intera vicenda, ci permettere di capire alcune cose, che vanno tenute come bagaglio d’insegnamento per il proseguimento di questo conflitto.

1) Le notizie dal fronte sono frammentare e immediate, e molto soggette alla propaganda. Molti dei reporter che si trovavano a Kobane avevano segnalato nei giorni passati che la situazione stava volgendo positivamente per le forze curde, che stavano quasi «buttando fuori» (titolo BBC) l’IS dalla città. Notizie che per altro trovavano riscontro in quello che i curdi da “dentro” il combattimento portavano “fuori” con i social network, ma che invece, con un flusso “dentro-fuori” analogo, venivano smentite dalle dichiarazioni degli uomini del Califfo: entrambe fonti da scartare, visto la spinta propagandistica da cui si muovevano. In realtà, poi, si è assistito a un cambiamento della situazione (che per altro è fluida e mutevole, va detto), e la città di Kobane – come ha ricordato anche il generale Austin, capo CENTCOM – rischia ancora di cadere.

2) Kobane non è “strategicamente” importante. Almeno non solo, o almeno non solo nel termine di riferimento militare a cui siamo fin qui abituati a conoscere. Il ruolo strategico che lo Stato Islamico gli aveva attribuito, era legato alla sua posizione geografica: Kobane è posta al confine tra Turchia e Siria, sulla stessa direttiva latitudinale di Aleppo e in verticale su Raqqa. “Prenderla” garantirebbe all’IS di avere il controllo di un’ampia fetta di territorio al confine turco: una fascia che si estende fino alla zona meridionale della capitale dello Stato Islamico. Ma sia chiaro, che conquistarla non cambierebbe le sorti della guerra, né per il Califfo né per la Coalizione internazionale.

3) Sia IS che coalizione US-led hanno scelto di combattere questa battaglia per motivi di propaganda. Il generale John Allen, l’uomo che Obama ha richiamato dalla pensione per coordinare le operazioni “anti-IS”, ha ammesso mercoledì scorso che in questo momento per il Pentagono la massima importanza ce l’hanno le vicende irachene: l’IS ha puntato nel mirino ciò che resta fuori dal suo controllo nella provincia di Anbar per organizzarsi verso la contigua Baghdad. Tuttavia, le storie umanitarie dei profughi che sono fuggiti da Kobane verso la Turchia, le posizioni cocciute e poco schiette degli stessi turchi, i rinforzi che lo Stato Islamico ha fatto affluire nella città curdo-siriana, hanno trasformato la “battaglia di Kobane” in una grande chance propagandistica non solo per il Califfo, ma anche per la Coalizione internazionale.

4) L’importanza della geografia in questa guerra. Se questa battaglia, e non centinaia di altre (anche analoghe), è diventata così “seguita”, è di certo per il contesto geomorfologico in cui Kobane è inserita: una piana stretta tra le colline – che permettono il controllo del confine. Ma le colline si trovano anche sul lato turco di quei confini, così che le troupe televisive internazionali si sono potute sistemare al sicuro, protette dai soldati turchi, hanno potuto riprendere live tutto quello che accadeva e raccogliere umori e notizie direttamente senza mettere a repentaglio la propria incolumità. In più, sono state proprio quelle colline e quell’apertura in cui si pone la città, a permettere l’efficienza degli attacchi una volta che si è trovato il quadro del coordinamento. Per questi fattori, colpire a Kobane garantisce una “sicurezza di successo” superiore rispetto ad altre zone della Siria. È stato proprio il capo di CENTCOM a sottolineare come l’afflusso di rinforzi, permetteva agli aistrike di centrare più obiettivi, perché le forze dell’IS erano costrette a scoprirsi. Il controllo geografico e geomorfologico sul “fenomeno Kobane” è stato centrale.

5) Se l’IS concentra troppe unità scopre il fianco. Secondo il Comando Centrale americano, i raid aerei della coalizione avrebbero ucciso centina di soldati dello Stato Islamico. Il 90% delle missioni che la coalizione ha condotto finora sul suolo siro-iracheno, hanno visto rientrare i velivoli con il loro carico di armamenti intatto: il motivo di questo, è la dispersione delle unità di combattimento del Califfo. La concentrazione su Kobane (dovuta alle ragioni sopra dette), ha invece invertito la tendenza, creando un bersaglio da “caccia grossa”. La stessa circostanza era stata notata nell’occasione degli attacchi alla diga di Mosul. L’Is, per il momento, non ha modo di proteggere dall’alto i suoi assembramenti di truppe, esponendoli così agli attacchi aerei.

6) La paura di colpire i civili. Il principale terrore della Casa Bianca, è procurare vittime civili, che con la copertura mediatica e con l’attenta social media strategy del Califfato, potrebbero diventare gli affreschi che segnano il futuro di questo scontro – e infiammare, ancora di più, gli animi dei sunniti dei clan locali, tanto quanto le opinioni pubbliche internazionali. Civili, donne e bambini, uccisi da un attacco della Coalizione porterebbero i raid contro l’IS allo stesso livello delle decapitazioni di Raqqa: e diventerebbero spettacolo di propaganda per il Califfo. Kobane era densamente abitata, ma la fuga degli abitanti ha permesso di creare un campo di battaglia privo di innocenti, su cui gli aerei della Coalizione hanno potuto sganciare bombe senza troppi problemi di precisione. Anche per questo, sono stati, nelle fasi successive dell’assedio, più efficaci. Situazione analoga, a quella registrata, per esempio, nelle aree circostanti la diga di Mosul.

7) Lo Stato Islamico sa gestire più fronti contemporaneamente. Dalle vicende di Kobane, il più tremendo dei dati che esce, non riguarda Kobane, ma le aree irachene dell’Anbar. L’IS è una realtà organizzata: nel corso della battaglia ha capito che sarebbe diventata questione di lungo periodo, ma ha capito pure che concentrare tutte le strategie e le forze a Kobane sarebbe stato un errore. E dunque ha ripreso le offensive nelle zone centro-meridionali dell’Iraq. Quelle che, strategicamente, sono molto più cruciali e preoccupanti.

8) Lo Stato Islamico non è imbattibile. La Coalizione aerea se si coordina con le forze di terra disponibili (in questo caso i curdi), riesce a funzionare. L’IS se trova resistenza può essere bloccato: come è successo alla diga di Mosul, o ad Amerli o sul Sinjar. Serve però che quelle forze di terra siano guidate – e allo stesso tempo guidino i raid. E serve che siano armate per resistere alle offensive del Califfo. Al nord i curdi (sia siriani che iracheni, e in fondo pure i turchi) si sono rivelati partner affidabili, ma scendendo verso le aree meridionali del Califfato tutto diventa più complicato. Chi difenderà Baghdad? È presumibile che l’esercito iracheno si sia concentrato proprio su queste zone, e non cederà terreno tanto facilmente come ha fatto finora: ma sarà da vedere. Laggiù ci sono pure le milizie sciite filo-iraniane, storicamente non “schiette” con gli occidentali (e con i Paesi arabi alleati). E infine, in Siria? Là, i ribelli “amici” devono ancora superare gli step del training militare che molte forze speciali della Coalizione gli stanno fornendo. Ma poi? E di mezzo c’è pure Assad. La storia della battaglia di Kobane, insegna che resistere allo Stato Islamico si può: ma serve volontà, organizzazione e potenza. Anche a terra.

9) I curdi, e non solo, sono divisi. La principale delle notizie uscita nelle ore passate da Kobane, riguarda la decisione turca di permettere il passaggio di uomini di rinforzo dal Kurdistan iracheno. Dall’YPG hanno fatto sapere, però, di non essere completamente d’accordo, perché i curdi siriani vorrebbero che le forze arrivassero dal PUK (Unione patriottica del Kurdistan, partito di ispirazione socialista), ma invece Turchia e Coalizione preferiscono siano del PDK (filo-occidentale e “vicino” agli USA). Una divisione storica tra le varie realtà curde, che piano piano – se l’emergenza si allontanerà – verrà fuori ancora più prepotentemente. E non solo i curdi: sul terreno, a combattere contro l’IS, ci sono ovunque forze molto frammentate, divise, astiose. Gioco, inutile dirlo, buono per il Califfo.

10) Sì, questa è una guerra. L’Amministrazione americana ha scelto il nome all’operazione contro l’IS: “Inherent resolve” (più o meno “determinazione intrinseca”, non un gran nome, ma questa è un’opinione personale). Il fatto della denominazione non è secondario: quella che fin qui era stata fatta passare come una missione di counterterrorism è diventata ufficialmente una vera e propria operazione militare. A essere schietti, verrebbe da chiamarla “guerra”, ma dalla Casa Bianca non vogliono che venga mai usata questa parola: almeno non in pubblico. Obama ha vinto la propria compagna presidenziale, nel 2008, sull’onda del sentimento “anti-guerra” tra la popolazione. Ma l’insegnamento di Kobane, è che niente si concluderà in attacchi mordi&fuggi: il Califfo è determinato e resistivo. Sarà una lunga storia, servirà tempo, come lo stesso Obama ha dovuto ammettere.

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