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mercoledì 1 ottobre 2014

Come procede, sul campo, la lotta al Califfo?

(Pubblicato su Formiche)

Ormai sono quasi due mesi che gli Stati Uniti (prima da soli e poi alla guida di una coalizione internazionale che comprende Paesi occidentali e arabi), stanno conducendo raid aerei contro il territorio dello Stato Islamico. CENTCOM, il Comando Centrale americano che dirige dalla base MacDill di Tampa le operazioni, ha dichiarato di aver condotto oltre 700 missioni – si tratta della sommatoria di bombardamenti e ricognizioni, e pure i voli di rifornimento.

Ma alla domanda “Come vanno le cose?”, la risposta giusta è “Così è così”.

Le forze del Califfo sembrano, per certi versi, essersi adattate alle sortite aeree. La situazione è dunque un po’ cambiata, rispetto ai primi giorni di raid, quando, grazie ai bombardamenti dei velivoli americani, la strana formazione a terra (composta da curdi, iraniani e esercito iracheno), era riuscita a portare a termine importanti successi: il primo, la riconquista dell’area nevralgica della diga di Mosul, serbatoio di approvvigionamento idrico e di produzione elettrica di caratura nazionale; il secondo, liberando la cittadina turcomanna di Amerli, da un assedio che l’IS perpetrava da tempo, e riuscendo così ad evitare un dramma umanitario (in quell’occasione, le forze iracheno, curde, iraniane e americane, lavorarono secondo un coordinamento evidente; forse il miglior episodio tecnico-militare dall’inizio delle ostilità).

Tutto l’opposto di quello che è successo a Camp Saqlawiyah, importante base militare irachena, vicino Falluja – due passi da Baghdad. Lì l’aviazione internazionale non è intervenuta, e lo sgangherato esercito iracheno ha perso un’altra roccaforte e mandato al macello diversi uomini (il numero, si dice, oscilla tra 400 e 500). Impreparazione, inesperienza, inadeguatezza, panico: la base era assediata da una settimana – pratica, l’assedio, che aveva funzionato già diverse volte in Siria, l’ultima con la Tabqa Air Base, presa dall’IS a fine agosto, dopo essere passato per le postazioni della Divisione 17 e della Brigata 93, nei dintorni. Gli uomini di Camp Saqlawiyah erano, come già i colleghi siriani avevano provato, arrivati allo stremo delle forze, quando hanno aperto i cancelli a un convoglio di quelle che credevano essere forze speciali irachene mandate di rinforzo dal governo. In realtà le SF di Baghdad erano state già intercettate dagli uomini del Califfo, che eliminato il “vero” convoglio avevano riempito i mezzi di trasporto con esplosivo. Le autobomba sono esplose sia dentro il piazzale della caserma sia all’esterno: una specie di Cavallo di Troia che ha mandato in delirio i nervi dei soldati iracheni, che sono scappati, cercando di raggiungere altre postazioni vicine. Ma, come in un copione già visto svariate volte, i soldati del Califfato sono stati più veloci, li hanno intercettati, catturati e uccisi.

«Non si può essere l’aviazione di Baghdad» disse quella volta l’ex direttore della Cia David Petraeus, e infatti, come detto, gli aerei della coalizione non sono saliti in difesa degli uomini di Saqlawiyah. Lì dovevano pensarci gli iracheni stessi, diceva qualcuno, ma invece non è chiaro perché i raid siano così timidi in un altro fronte caldo: quello al confine turco-siriano. Ingenuo non pensare a una resistenza turca, una pressione su Washington che guida il gruppo degli airstrike. Ankara ha prima chiuso il confine ai curdi, donne e bambini in fuga dalle aree assediate dall’IS nei dintorni di Kobane – importante snodo di frontiera che aprirebbe la strada al Califfo tra Raqqa e i traffici illegali con la Turchia. Poi quei cancelli sono stati aperti, salvo infine schierare forze di sicurezza sempre più importati fino ai carri armati disposti qualche giorno fa, per evitare che il conflitto si avvicinasse troppo. Ora, i curdi, che hanno chiesto aiuto aereo e hanno ottenuto soltanto azioni segnate da una certa lentezza – se si confrontano poi al pesante bombardamento con cui è stata iniziata la campagna siriana – si trovano da un lato l’IS e dall’altro i blindati turchi, stretti tra due morse, paralizzati. Ankara sembra attualmente sul punto di entrare nel conflitto –dopo tante reticenze – e come spesso accade, Erdogan muove il suo paese solo per interessi diretti. Non vuole che i combattimenti sconfinino, ma non vede nemmeno di buon occhio una vittoria che darebbe più importanza alle forze YPG – magari sostenuta proprio dalla coalizione US-led – e così pensa alla creazione di una buffer zone, su cui esercitare autorità militare all’interno del territorio siriano. In questo modo, scaccerebbe il Califfo e allo stesso tempo schiaccerebbe anche i curdi, e questo sarebbe un buon obiettivo per un paese che è in lotta con il PKK (alleato dell’YPG siriano), e che vive la solita situazione controversa nei rapporti con l’Occidente e la Nato.

Una situazione complicata, tutta in divenire. Ma proprio da quelle zone arriva un dato rilevante sui risultati dell’attività aerea del gruppo internazionale: gli osservato locali, dicono che nonostante qualche raid condotto nell’area, l’IS avrebbe guadagnato due chilometri, trovandosi adesso a soli 5 da Kobane. Lunedì sono state colpiti due cannoni di artiglieria e due lanciarazzi multipli dell’IS – impegnati nei fitti bombardamenti di questi ultimi due giorni. Ma comunque non è bastato: girano molte voci incontrollabili da questo fronte, dunque tutto va preso con il beneficio del dubbio: Resta comunque che perdere Kobane, per la coalizione internazionale, sarebbe un pessimo passo: come dire che si metterebbero in primo piano le questioni politiche – in questo caso gli interessi turchi – rispetto alle reali necessità delle popolazioni e della battaglia sul campo.

Per certi versi, un po’, quello che molti membri di quella colazione stanno facendo. Escluso Stati Uniti, Francia e Regno Unito (con le due nazioni europee che hanno condotto raid limitati), nessun altro Paese occidentale è sceso direttamente in battaglia – molti, come l’Italia, o la Bulgaria (l’ultima aggiunta) hanno inviato armi ai curdi; alcuni, come la Germania, hanno messo a disposizione propri “consulenti militari”, per la formazione dei Peshmerga sull’uso dei lanciarazzi manpads Milan.

I più attivi, a tutti gli effetti, sono state le monarchie del Golfo ingaggiate da Obama: l’unico, vero, successo, della campagna militare – almeno per il momento. E non si tratta soltanto del supporto – relativo – ai bombardamenti, o della disponibilità saudita a fare da base per l’addestramento dei ribelli siriani. I risultati di questa buona-azione, stanno uscendo dal campo. Come quelli che arrivano dal nordovest della Siria, dove i curdi hanno ripreso il controllo di Rabia, sostenuti dal potente clan sunnita degli Shammar.

Analogamente Sabah Karhout, il capo del consiglio provinciale di Anbar, ha detto ad Al Jazeerache 25 tribù sunnite sono pronte a combattere lo Stato islamico nella provincia, ma vogliono armi, munizioni e denaro, e garanzie da Baghdad sul futuro – e sulla fine del settarismo. In questo, il premier neo nominato Hayder al-Abadi ha risposto positivamente, annunciando lunedì che avrebbe armato i clan locali che «vogliono liberare le loro città». Il governo ha ammesso più volte di non avere disponibilità di forze per difendere la zona dell’Anbar, tant’è che nei piani dell’esercito c’è stata una sorta di ritirata tattica a copertura di Baghdad – che si trova a un centinaio di chilometri a sudest.

La rivelazione fatta da Karhout è di per sé molto importante: è noto che furono gli stessi clan sunniti locali ad aprire le porte, già ad inizio anno, nelle zone occidentali dell’Iraq, all’avanzata dell’allora Isis. Ora, la disponibilità a combattere il Califfo, è il miglior risultato di questa campagna. Anche perché arriva da una zona difficile, in cui gli americani (e gli occidentali) sono visti come invasori, sulla memoria di quanto accadde con la Guerra d’Iraq e gli anni seguenti. Nell’Anbar l’esercito USA aveva trovato grosse resistenze – erano i prodromi dei combattenti dell’IS, l’AQI di al-Zarqawi – ma allo stesso tempo, una volta imbeccata la strada del Sunni Awakening di Petraeus, le forze americane erano riuscite a “domare” le posizioni estremiste, proprio con l’aiuto dei sunniti locali. Lasciare in mano all’ex primo ministro Maliki – e al suo settarismo – il destino del paese, fu uno dei grandi errori commessi sull’Iraq, con quelle popolazioni che avevano aiutato gli americani, che si sono viste voltare faccia, concedendo agli sciiti di governare senza ritegno. Una fiducia che sembrava persa, e che adesso, secondo questi primi e tenui segnali, sembra essere sulla via della ricomposizione – magari anche grazie all’impegno dimostrato dalle monarchie sunnite del Golfo, inserite nella coalizione internazionale anti-IS.

Ci sarà molto da fare, questo è certo. E anche la “lentezza” con cui procedono gli attacchi aerei è testimonianza di una campagna improntata su una arco temporale che parla di anni. Le popolazioni sunnite sono indispensabili, i clan hanno un peso primario all’interno della società, così come saranno indispensabili i ribelli addestrati da Riad. Ma anche questo è un qualcosa che richiede molto tempo – 6/8 mesi, per lo meno, secondo quanto affermato dai top generali americani. Forse anche per questo – e per l’incertezza dell’esito dell’addestramento – la Difesa americana ha messo a disposizione di CENTCOM 2300 Marines della speciale Task Force SPMAGTF, già impegnati (partendo da Sigonella) nell’evacuazione dell’ambasciata americana in Libia qualche mese fa. A quanto pare si piazzeranno in Kuwait, prossimi alla crisi, pronti ad intervenire per liberare la sede diplomatica di Baghdad. E forse saranno i primi stivali americani a terra, e a loro sarà affidato anche il compito di “sostenere” quelle realtà sunnite che vogliono scacciare lo Stato Islamico.

Sì, come qualche anno fa: si ricomincia, forse. D’altronde Obama ha chiamato come consulente per coordinare le operazioni in Iraq, il generale Allen, uno che nel 2007 era in Anbar.

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