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giovedì 11 settembre 2014

Vedi che alla fine aveva quasi ragione Bush (e Clinton)

Ieri sera Barack Obama ha parlato al paese dello Stato Islamico e dei piani per contrastarlo in Iraq e Siria. Il discorso era atteso e molto annunciato, tanto che come sempre accade con speech di questo genere, non è uscito niente di troppo nuovo.

Il piano (il discorso per intero è qui) in sintesi consiste nell'aumento della cadenza dei bombardamenti (con quasi ovvia estensione dei raid in Siria, solo che la questione legale/Assad resta), coinvolgimento del più ampio spettro di soggetti possibile (dagli alleati occidentali, la Francia ha già dato l'ok, poi servono quelli del Golfo, che sono un po' più volatili), reclutamento e addestramento di ribelli siriani "certificati" (piano vecchio di due anni, voluto da Hillary, Petraus, Dempsey etc, snobbato finora da Obama, ma non è mai troppo tardi per pentirsi), coinvolgimento dei clan sunniti locali (senza non si fa niente, ma è da vedere se ci si riesce).

Escluso l'utilizzo di soldati di terra. Per il momento non verranno inviate truppe, anche se ─ come anche il segretario di Stato Kerry ha annunciato nel suo tour in Medio Oriente di questi giorni ─ la situazione potrebbe cambiare sensibilmente e a quel punto Dio solo sa come andrà a finire. (Nota: l'aspetto fatalista della strategia obamiana non è da sottovalutare. In fondo a quel piano, c'è sottoscritto a caratteri grassetti uno "speriamo bene").

Obama va alla guerra senza Congresso ─ ha sottolineato il suo ruolo di Commander in Chief che glielo permette ─ e senza Onu. Lo fa solo con bombardamenti dall'alto e dice a tutti che non è guerra. Un po' ipocrita, ma il solito Obama. D'altronde, dire che non verranno inviate truppe terrestri e firmare l'ordine per il trasferimenti di altre 475 a Baghdad sembra un po' una presa in giro. (Nota: step by step, i soldati americani, i cosiddetti "advisor" presenti sul suolo iracheno, sono arrivati ad un numero ufficiale di 1043. A questi vanno aggiunte le unità di intelligence militare e quegli agenti scelti che si muovono dentro e fuori dai confini e che stanno facendo consulenza ai curdi o ai ribelli siriani in Giordania.).

In sunto la strategia dovrebbe essere simile a quella adottata finora in Somalia e Yemen: occhi puntati incessantemente, raid continuativi su chiunque esca allo scoperto (magari beccare il califfo Baghdadi sarà meno facile che con Godane), utilizzo di unità di forze speciali (Delta, Seal, Berretti Verdi) per operazioni puntuali e a sorpresa. L'Iraq è una situazione molto diversa, però. Gli uomini del Califfato si muovono all'interno di un territorio completamente controllato e amministrato: sono uno Stato e come tale vanno combattuti.

«You will find no safe haven», ha detto proprio così Obama: se vi pare di averla già sentita non sbagliate. Le parole con cui George Bush aprì la caccia agli integralisti islamici di Bin Laden furono proprio queste ─ solo che, come detto, il territorio siro-iracheno controllato dal Califfo, in questo momento di nascondigli sicuri ne presenta molti; per carità tutti controllabili dall'alto e tutti potenziali obiettivi, ma sono tanti e non di facile individuazione (ma questo è un problema tecnico, più che politico). 

Da quelle parole il piano si ampliò e diventò un progetto per andare a scoperchiare tutti i regimi autoritari dell'area mediorientale. Ci furono errori, certo, ma c'era una strategia chiara, che attualmente torna incredibilmente en vogue: «annienteremo i terroristi ovunque siano» ─ e andare dietro a chi li spalleggia. Un'idea chiara, anche se era la sola; ma era sensata e era sufficientemente seria per aver un futuro percorribile e potabile. Andare a caccia dei regimi dispotici che seminavano l'odio anti-occidentale, non era soltanto la reazione all'attentato del 9/11, era la volontà di stabilizzare un mondo nel tentativo di promuovere la democrazia.

Bush non c'è riuscito ─ ma ha tolto di mezzo Saddam, che non era di certo il migliore di noi, anzi aveva dato spazio e apertura a un mondo pericoloso. Saddam, sunnita, s'era fatto base per gruppi salafiti, mentre raccoglieva le forze per aumentare la potenza del proprio arsenale anti-ovest. (Nota: le armi di distruzione di massa, una delle cause della guerra, c'erano ─ come ci sono sempre state in Iraq, chiedere agli iraniani. Molte, come uno dei quadri dell'esercito di Saddam (Gen. Sada) ha confessato, erano state spostate in Siria, ed è per questo che non furono trovate. Alcune, poche, invece sono rimaste ancora nel paese: esempio è la base chimica di Muthanna. Lì l'iprite e alcuni precursori sàrin sono finiti in mano al Califfo che ha preso il controllo della centrale: organizzazioni e esperti internazionali dicono che è poca roba e c'è da star tranquilli ─ come per le barre d'uranio che lo Stato Islamico ha sottratto a Mosul ─, ma resta il fatto che oltre a provare la presenza di certe tipologie di armamenti, adesso, una decina d'anni dopo, non solo quelli trasferite in Siria hanno permesso ad Assad di arricchire il proprio arsenale e fare una strage di migliaia di civili lo scorso anno a Damasco, ma quelli rimaste in Iraq sono in mano del Califfo. Diteglielo a quelli che "le armi di distruzione di massa non c'erano").

Scoperchiare il vaso di certe situazioni in determinati paesi, è costato caro a Bush, che ne è finito travolto. Ma Bush, dopo anni di costose valutazioni sballate, restando fermo sulla stessa linea, era riuscito a dare un barlume di speranza al Medio Oriente: la speranza, non tanto su fatti e vicende (le situazioni erano ancora in divenire e piuttosto incasinate), era fondata sulla possibilità che il Medio Oriente potesse avere un futuro migliore. Un futuro legato a politiche più aperte e in armonia con il resto mondo: in una parola tutta quella speranza era legata al fatto che nel mondo islamico (e arabo) esistessero delle realtà moderate che potessero gestire il potere politico e sociale di quei paesi. Non era follia, era un piano complicato è vero. Qualcuno può sollevare l'idea ─ strampalata, ma siamo in un paese in cui Grillo ha 8 milioni di voti ─ che quello che Bush voleva, era mettere uomini che piacevano a lui alla guida di quegli Stati. Certo che sì: ed era certamente meglio che avere il Califfo e via dicendo.

Risistemare l'Iraq ─ la dispendiosa (sotto tutti i termini) operazione di risistemare l'Iraq ─ era per certi aspetti uno il migliore obiettivo raggiunto.  Il surge di Petraeus e la politica del Sunni Awakening erano stati un mezzo funzionale ─ lo stesso Obama ne ha definito i risultati «al di là delle più rosee aspettative». Ma l'attuale amministrazione non solo "ha fanculato il surge" cercando (e riuscendo) a fare di tutto per ridurre fino allo zero le presenza di truppe in Iraq, ma ha pure abbandonato il Sunni Awakening, scegliendo la presidenza Maliki come unico elemento di transizione democratica. Maliki, uno che ha innescato il settarismo contro quegli stessi sunniti che avevano aiutato il paese (e le forze occidentali) a debellare al-Qaeda e i gruppi salafiti combattenti dall'Iraq. Ora, ad anni di distanza, si è capito che chi aveva chiara la situazione erano i Petraus Thinkers ─ gli ufficiali di alte capacità strategiche di cui il comandante si era circondato ─ che avevano dettato la linea verso un più ampio ascolto e coinvolgimento della popolazione locale (dei sunniti soprattutto), per avviare una ricostruzione più efficace e parallela alle necessità degli iracheni. 

Obama, invece, ha deciso che il disimpegno doveva essere il mantra di fondo di tutte le sue attività internazionali. Un pragmatismo al limite del paranoico, che ha portato le truppe via dall'Iraq e il paese in mano a una banda di intolleranti vessatori. Questa situazione, e non altre, ha creato il presupposto culturale per l'attecchimento delle istanze del califfo nel tessuto sociale iracheno.

Tutto questo aveva soltanto una motivazione dietro: gli americani erano stanchi di vivere in condizioni di guerra e così disimpegnarsi era la soluzione che avrebbe permesso di cavalcare i consensi ─ obiettivo, per altro, non raggiunto visti i baratri dei sondaggi. Ritirare le truppe non era la soluzione migliore, ma era quella che voleva la maggioranza del paese ─ un paese ignorante, che crede che il proprio esercito sta bombardando in Siria e in Iran e a Gaza, ma questo a Obama non importava. La gente (o laggente) diceva in quel modo, e, in perfetta linea leftpopulist, dietro a quello si doveva andare: e l’America ha scelto di tagliare fonti, energie e iniziative politiche, economiche e tecniche a favore dei democratici e liberali nella regione ─ e ce ne sono.

Ora Obama torna a bombardare in Iraq quel nemico che tre anni fa era stato quasi annientato sul serio. Torna a farlo dopo averle provate tutte: la speranza in una ferrea alleanza (non coltivata adeguatamente) con player regionali tipo Arabia Saudita; l’appoggio all'Egitto (prima dato, poi ritolto, poi ridato, nella schizofrenia di questi ultimi tre anni); «distacco e poi sostegno e poi restaurazione delle primavere arabe» (qui cito Christian Rocca); abbandono della Freedom agenda; guerra alla Libia (quella almeno riuscita); ultimatum o red lines di varie genere non rispettati; la decomposta alleanza strategica con la Russia (vedere poi come è finita in Ucraina); mostrare freddezza verso il governo di Israele (con a Hamas che ne ha fatto un punto di forza); perdere la Turchia; ritirarsi dall’Iraq e annunciare di diluire la presenza in Afghanistan (con tutto il marasma post presidenziali).

Non tutto è soltanto colpa di Obama, anche se ha delle grosse responsabilità. Il fatto, come diceva qualche giorno fa Ezio Mauro in un editoriale su Repubblica, è che «abbiamo lasciato deperire nelle nostre mani il concetto di Occidente». Solo che quando lo dicevi 13 anni fa, ti davano del militarista, prezzolato dalle lobby delle armi ─ che era la migliore di tutte ─, cieco e scemo davanti al mondo reale, e via discorrendo: ora lo dice anche il capo di Repubblica e pure il premo Nobel per la pace Obama si muove in quel senso, dunque è tornato di moda. Sempre che non sia troppo tardi.

Oggi è l'11 settembre.


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