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lunedì 8 settembre 2014

Una serie di errori dietro ai sei morti per “fuoco amico” in Afghanistan

(Pubblicato su Formiche)

Il 9 giugno un attacco aereo colpì (accidentalmente) un contingente ISAF nella provincia meridionale afghana di Zabul. Rimasero uccisi cinque soldati Nato, tutti americani e uno afghano. Si trattò di un episodio di “fuoco amico”.

Un rapporto pubblicato in questi giorni, svela maggiori dettagli dell’ennesimo incidente del genere.

I fatti si sono svolti durante i ballottaggi per le presidenziali, quando un’unità militare ISAF che si trovava a garantire la sicurezza nella zona di Arghandab, è finita sotto l’attacco dei Talebani. Da terra sarebbero arrivati ordini sbagliati, che hanno portato ad «un’identificazione di destinazione del raid impropria» secondo quanto detto dal maggiore dell’Air Force americana Jeffrey Harrigan, incaricato da CENTCOMM delle indagini. Una situazione di battaglia confusa a quanto pare, che tuttavia – secondo le indagini – non giustificherebbe gli errori di comunicazione.

La storia

Il team di uomini della coalizione, aveva iniziato la missione nella Gaza Valley il giorno precedente, l’8 giugno. L’obiettivo era creare i presupposti di sicurezza per lo svolgimento delle procedure elettorali: la zona era sensibile e c’erano già stati episodi di violenza dei gruppi ribelli islamisti. Sul posto c’erano anche unità delle forze speciali americane e dell’esercito afghano.

Il 9 giugno c’era qualcosa che non andava: all’alba le unità di sicurezza si accorsero che avevano i Taliban addosso. Al primo attacco di “pop shots” (colpi da armi di piccolo calibro), la risposta fu pronta, portando gli insorti a ripiegare. L’operazione sembrava conclusa: le truppe si mossero verso le tre posizioni di recupero stabilite con i talebani alle spalle, in campo aperto, comodi per essere colpiti dall’alto.

La copertura alla squadra di prelievo sarebbe stata fornita da un B1-B Lancer alzato dalla base aerea di al-Udeid in Qatar alle 07:15 ora locale. Il velivolo arrivato sul posto, avrebbe avviato un monitoraggio per un’orbita di 5 miglia sopra al luogo di interesse. Sette minuti dopo, il joint terminal attack controller (Jtac), il membro specializzato incaricato di fornire le coordinate al supporto aereo, aveva trasmesso al B1 le tre posizioni della squadra e indicato che i nemici erano a 100 metri da loro.

Da qui il fattaccio. Alle 07:47 uno dei tre gruppi è finito sotto il fuoco dei talebani: “i flash dei colpi dei nemici venivano da ovest”, comunicarono al Jtac.

Il team sotto attacco (la “posizione B”) ha risposto al fuoco, con sei (sfortunati) membri che hanno preso posizione su un crinale rilevato rispetto al resto del gruppo, per avere un angolo di tiro e una visuale di osservazione migliore. Dal bombardiere fu comunicato all’addetto alle comunicazioni aeree a terra, che erano stati individuati flash di spari (“muzzle falsh”) a una posizione di circa 200 metri dal punto di raccolta. La luce non era delle migliori, il sole non era ancora completamente sorto, il Lancer volava alto. Il Jtac comunicò che le posizioni “friendly” erano quelle con i flash: gli altri erano nemici.

Ci fu probabilmente anche una deviazione dalle procedure standard: lo spostamento del team sul crinale, non era stato segnalato agli addetti alle comunicazioni e nemmeno al comandante terra, al punto che questo credeva che la squadra fosse sotto fuoco nemico (sparato dal crinale dove invece si trovava l’avanposizione dei sei).

A quanto risulta dall’indagine inoltre, non solo il Jtac e il ground force commander mischiarono rispettivamente le posizione amiche e nemiche, ma oltretutto credettero che lo Sniper Pod (il sistema ATP per l’identificazione positiva di destinazione degli ordigni) potesse riconoscere autonomamente i “muzzle flash” amici.

Così non è: anche se i flash che un’arma da fuoco espelle dalla bocca ad alta temperatura e ad alta pressione, dovuti ai residui di polvere da sparo in combustione con l’ossigeno dell’aria, dipendono dal tipo di munizioni utilizzate a dalle caratteristiche individuali dell’arma – in teoria, cioè, sarebbero distinguibili quelle degli alleati da quelle dei nemici. Ma l’aereo viaggiava a 12 mila metri, e lo Sniper Pod funziona con identificazione autonoma fino a 7000. Altro errore di comunicazione, oltre alla confusione sulle posizioni: a terra non erano a conoscenza della quota di volo del bombardiere – da lì l’incomprensione sul riconoscimento dei muzzle falsh.

Una serie di equivoci che ha preparato il 9-line brief (procedura di conferma della richiesta di attacco da copertura aerea) con cui il Jtac ha dato il via libera al bombardamento.

Quando le bombe caddero sul crinale, il sistema IR del B1 non aveva riconosciuto i “muzzle flash”; il Jtac non sapeva che sulla collina c’erano i compagni ma sapeva che stavano sparandlo; il comandante a terra credeva invece che dalla collina sparavano i talebani; entrambe i key members della squadra credevano che il bombardiere avrebbe visto bene; e soprattutto, i sei staccati dalla posizione di recupero “B” erano ancora lì, su quel crinale maledetto.

Rimasero a terra i sergenti delle forze speciali Jason McDonald, Scott Studenmund, i soldati dell’esercito Justin Helton, Justin Clouse e Aaron Toppen, con il sergente dell’Afghan National Army Gulbuddin Ghulam Sakhi.

Il ventottenne McDonald era l’unico sopra ai 25 anni.


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