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venerdì 5 settembre 2014

Sopravvivere a un’esecuzione dello Stato Islamico

(Pubblicato su Formiche)

Una storia da film, una vicenda incredibile, finalmente un lieto fine tra le drammatiche violenze dello Stato Islamico. Il protagonista, Ali Hussein Kadhim, è un soldato iracheno sciita, preso prigioniero durante la battaglia a Camp Speicher, un’ex base americana a Tikrit, e sopravvissuto a un’esecuzione di massa – Human Right Watch, ha stimato dai dati forniti dalle sue fonti locali, che nel corso dei combattimenti intorno alla città natale di Saddam, sarebbero stati presi uccisi oltre 700 militari di Baghdad.

I militanti dell’IS, riproducendo un copione già noto, avevano suddiviso i prigionieri tra sunniti e sciiti: per i primi c’era la via del pentimento per aver servito nelle file dell’esercito; per gli altri morte certa. Gli ostaggi sciiti incatenati, avevano marciato per un breve tratto per le strade della città, fino a poco fuori le mura, dove erano stati allineati l’uno di fianco all’altro. Di spalle. Dietro di loro, i boia dello Stato Islamico erano con i fucili in mano per consumare un altro pezzo della spietata pulizia etnica verso i nemici del Califfo.

Quando il plotone di esecuzione ha sparato, Ali ha sentito il rumore e lo spostamento d’aria, una sensazione di liquido sul viso, ma nessun dolore. Cadde a terra finendo dentro il fossato: terrorizzato, come fosse una reazione automatica, tanto era preparato al suo destino.

Realizzò – come nelle situazioni di pericolo e spavento estremo, si possa riuscire a recuperare le energie e la concentrazione, è un mistero umano – di non essere stato colpito. La pallottola a lui destinata, aveva “saltato” la sua testa. Intorno a lui i corpi agonizzanti o già senza vita, dei suoi compagni. Ali Hussein Kadhim ha raccontato al New York Times che in quel momento l’unica immagine che aveva in testa era quella di sua figlia che lo chiamava. «Padre, padre!» urlava la bambina: e la voglia di vivere e di riabbracciare la sua piccola è stata paurosamente più forte delle circostanza. «Dovevo fingere di essere stato fucilato, fingermi morto» ha detto al quotidiano americano.

E così è andata. Un soldato dello Stato Islamico che ispezionava i corpi dei nemici nella fossa comune, lo notò respirare. Il capo di Ali era completamente coperto di sangue – era quella la sensazione di liquido caldo che si era sentito schizzare addosso. Il sangue, però, non era suo, ma dell’uomo accanto a lui appena fucilato. Ma bastò. Bastò quel sangue – che certo poco non doveva essere – a salvargli la vita: mentre uno dei boia giù nel fossato “finiva” il lavoro, un altro da sopra gli urlò di lasciar perdere: «Sono sciiti, lasciali soffrire, lasciali che muoiano dissanguati», le parole che Ali Hussein Kadhim ha sentito per ultimo vicino alle suo orecchie.

***

Stava basso Ali. Non si muoveva e non alzava la testa. Tuttavia aveva capito che gli uomini del Califfo se ne stavano andando: avevano eliminato i “miscredenti”. Il lavoro era finito. Chi ancora viveva, con una pallottola in testa non l’avrebbe raccontata a lungo – «Lasciali soffrire», avevano detto.

Non poteva muoversi. Non poteva mollare. Ormai era fatta: doveva solo aspettare. I mezzi del Califfato avevano lasciato la fossa. Intorno, finite le urla di sofferenza, non c’era più nessun rumore. Quattro ore infernali, immerso nel sangue dei corpi ormai esanimi degli amici, fino a che non è calata la notte. A quel punto Ali ha preso tutto il suo coraggio e quella voglia di vivere strappata agli uomini che erano con lui, ed è fuggito. Duecento metri lo separavano dal Tigri: Usain Bolt quella volta a Berlino li corse in 19 secondi e 19 centesimi. Ali non ha potuto fare altrettanto, ma a il suo cuore batteva di certo più forte di quello di Bolt.

Arrivato al fiume, tra le canne, la sorpresa. Non era solo: il rumore che sentiva però, non era quello dei pick-up del Califfo e nemmeno delle scarpe da ginnastica dei combattenti. C’era qualcuno che cercava, maldestramente, di non farsi sentire.

***

Abbas era ferito: sfuggito anche lui all’IS che lo aveva colpito mentre scappava lungo la riva. Era grave, non ce la faceva a muoversi. La storia qui diventa una questione di uomini, di speranza, di vita appunto e di coraggio, tanto coraggio, oltre la morte.

I due si trovano. Restano tre giorni nascosti in riva al fiume. Abbas aiuta Kadhim a liberarsi dalle fascette che gli legavano le mani. Kadhim cerca di procurarsi tutti il cibo disponibile: vermi, per lo più. Ma Abbas è talmente grave che non riesce nemmeno a mangiare.

Ali Kadhim sa che per salvarsi deve lasciare lì il compagno di quei «tre giorni d’Inferno». Abbas non si muove più, e lui non ha le forze per trasportare un ferito: non è nemmeno addestrato.

Kadhim non è un militare esperto: ha 23 anni (due figlie, la più grande ha due anni), si è arruolato poche settimane prima per far fronte alla richiesta del governo Maliki. Una chiamata verso gli sciiti: ma soprattutto, per molti come lui senza lavoro, l’occasione per guadagnare qualche soldo. Niente preparazione, niente corsi di sopravvivenza, niente training americani.

A dire il vero, nella base di Camp Speicher a combattere erano rimasti solo quelli come Ali; i regolari, armati e addestrati dagli USA, erano fuggiti man mano che l’IS si avvicinava. Per questo Ali e compagni avevano deciso di scappare: togliendosi la divise e vestendo abiti civili, avevano progettato di “correre” fino a Baghdad (c’erano da fare 120km), ma appena scappati i fuoristrada del Califfo sono piombati su di loro. Mai avrebbero pensato di andare in pasto ai lupi; mai avrebbero pensato che Camp Speicher avrebbe resistito – come invece è stato – e che avrebbero potuto salvarsi restando dentro la caserma.

***

La decisione il soldato Kadhim nascosto tra le canne in riva al fiume, l’ha presa il terzo giorno: partire e lasciare Abbas era l’unico modo per salvarsi.

Così arrivata la notte fonda, alle 11 di sera, ha salutato il compagno promettendogli di raccontare al mondo la loro storia – è in questo, che a scrivere certi pezzi, ci si sente anche un po’ utili.

Kadhim si è immerso nel Tigri.

L’obiettivo era arrivare all’altra sponda: quelle terre non erano ancora finite in mano al Califfo, ma erano abitate da sunniti e il rischio che le tribù locali (che non avevano ostacolato Baghdadi) lo scoprissero, era comunque grande: ma era comunque l’unica soluzione. In mezzo, c’era un ponte; sul ponte i cecchini dell’IS.

Nuotò senza muovere la preziosa acqua del Tigri – un fiume non certo piccolo e non certo facile da attraversare a nuoto. Ma altroché training-USA, Ali arrivò di là.

A quel punto l’unico obiettivo, istintivo, era allontanarsi il più possibile dalla riva: camminò per un chilometro fino a una capanna vuota, dove si appoggiò sfinito.

***

Passata la notte, la mattina successiva decise di chiedere aiuto. Si diresse verso un gruppo di case che vedeva in lontananza e bussò.

La famiglia sciita che aveva aperto la porta, gli passò il primo pasto caldo dopo giorni: uova sode e yogurt. Ma la paura che le milizie dell’IS lo trovassero lì, era enorme: un tradimento, aiutare un takfiri, che sarebbe costato la vita a tutti.

Decisero di accompagnarlo in un villaggio poco lontano, da amici sciiti che gli avrebbero fornito riparo. L’Islam è fratellanza, alla faccia del Califfo e del suo odio.

La tappa successiva fu verso la città di Al Alam, dove nella casa di uno sceicco tribale sunnita, Khamis al-Juburi, era stato messo in funzione un sistema sotterraneo per aiutare i soldati sciiti in fuga dai militanti – dice, ai media, di averne aiutati oltre 40.

Ali Kadhim rimase lì per quasi due settimane, Poi fu giudicato pronto per viaggiare con i documenti falsi che gli erano stati preparati.

Direzione Erbil, in Kurdistan, dove, da suo zio (arrivato da Najaf), avevano trovato rifugio moglie e figlie.

Un viaggio complicato, in mezzo a posti di blocco dello Stato Islamico, ma alla fine Ali ha raggiunto la sua famiglia.

«Una felicità oltre ogni limite», ha detto al NYTimes.

Ali è salvo: ora è di nuovo senza lavoro, ma dice di non voler lasciare più il suo orto: fuori c’è «l’Inferno».


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