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lunedì 22 settembre 2014

Pressing mediatico sullo Stato Islamico, e il Califfo risponde

(Pubblicato su Formiche)

Il Califfo ha capito il gioco della coalizione che lo sta combattendo, e su questo si allinea. Perché sa da una parte America & Co. stanno cercando di muovere le coscienze delle popolazioni siro-irachene – le tribù, i clan, sono una realtà densa e consistente nel tessuto sociale di questi paesi – dall’altro non può mancare la risposta di Baghdadi.

La guerra si sposta su un piano psicologico, dove la componente mediatica e propagandistica diventa cruciale. Su questo, sembra che l’IS sia qualche passo avanti.

Obama ha richiamato a coordinare le operazioni anti-IS il generale Allen un uomo (di Bush) diventato famoso per essere una della braccia (e in parte anche la mente) della sensibilizzazioni degli abitanti iracheni sunniti negli anni 2007-2008 – nota come Sunni Awekening. Lavorare tra le strade dell’Anbar, ai tempi, era servito a creare i presupposti culturali affinché gli abitanti locali sviluppassero repulsione per i movimenti radicali combattenti. Un lavoro duro, fatto di rapporti e legami, vicinanza e pure di campagne pseudo-pubblicitarie.

Più o meno quello che sta cercando di fare, sulla via diplomatica, il segretario di Stato americano John Kerry. La retorica – e la pratica, con il giro di incontri mediorientali – tutta incentrata su un unico obiettivo: creare i presupposti narrativi affinché l’azione di repressione delle forze dello Stato Islamico, non passi come un’iniziativa esclusiva occidentale. In questo, le sberlemediatiche prese per mano della Guida Suprema Khamenei, sembrano più digeribili – l’ayatollah ha pubblicamente deriso gli USA, rifiutandosi di collaborare. Kerry cerca l’Iran sì perché i mullah sono disposti a combattere i sunniti estremisti impegnandosi anche “piedi a terra” – cosa certamente non da poco, vista la ferrea volontà di non voler inviare truppe terrestri espressa fin qui dall’Amministrazione. Ma soprattutto, Kerry chiama in causa Teheran (così come l’Arabia Saudita o la Turchia – è di oggi un richiamo al presidente Erdogan affinché si impegni seriamente, adesso che il caso dei 49 diplomatici è stato risolto), per dimostrare al mondo, soprattutto musulmano, che quella che si sta portando avanti non è una guerra di religioni, o ancor peggio di civiltà: è soltanto la dura reazione internazionale ad una minaccia deleteria, per tutti.

Il Califfo risponde. Adeguandosi.

Se è vero che la sensibilizzazione dei musulmani sunniti è il passo fondamentale per fermare l’avanzata islamista siro-irachena, è altrettanto vero che il richiamo del Califfato è forte, evocativo, immaginifico, “all around the world” si potrebbe dire.

Il portavoce del gruppo, Abu Mohammed al-Adnani, fidatissimo di Khalifa Ibrahim, ha diffuso in Internet un lunghissimo discorso in cui fa propaganda antipodica a quella di Kerry. Praticamente il nocciolo è tutto in queste parole: «La campagna finale dei crociati», così definisce la coalizione anti-IS. E poi continua, che però « saranno i soldati dello Stato islamico a condurre l’attacco e non loro [i Crociati, la coalizione]» – in realtà aggiunge anche, tra le varie cose, «Conquisteremo la vostra Roma, faremo a pezzi le vostre croci, ridurremo in schiavitù le vostre donne». Alla fine, per rendere chiaro a chi è indirizzato il messaggio, spiega come attaccare chiunque tra i miscredenti, senza la necessità di usare bombe e organizzazione, ma utilizzando armi non convenzionali, tipo sassi, coltelli da cucina, avvelenamenti e via dicendo.

In questi giorni è usciti anche un altro importate video di propaganda, dalla straordinaria fattura grafica, intitolato “Fiamme di guerra”. Nei 55 minuti di immagini montate in modo hollywoodiano, si inneggia ai successi del gruppo sul territorio siro-iracheno, si parla delle «bugie» americane, e si sottolinea soprattutto il ruolo dei mujahiddin tra la popolazione. Contemporaneamente l’IS si è divertito a sviluppare un videogame sullo stile di Grand Theft Auto (videogioco noto per la sua violenza, venduto in oltre 27 milioni di copie in tutto il mondo): nella versione-jihad anziché interpretare il criminale Claude Speed si si vestono i panni di un soldato del Califfo – “Grand Theft Auto: Salil al-Sawarem” è il titolo che girava nel trailer – intento ad uccidere poliziotti e organizzare assalti nelle città occidentali. Ancora, la scorsa settimana è uscito il primo numero del magazine dell’IS Dabiq dove si spiega come sia giunto il momento dell’Apocalisse, descrivendo la guerra in Siria e Iraq come una sorta di civilizzazione.

L’obiettivo è diretto a un pubblico ampio, non solo quello presente nel Dawlah – in particolare, il messaggio di al-Adnani includeva richiami ai qaedisti yemeniti, esortandoli a far fronte all’insurrezione sciita degli Houthi in questi giorni, e a tunisini e libici, così come a eventuali lupi solitari pronti a compiere gesta terroristiche in ogni parte del mondo (auto-organizzati, anche in modo estemporaneo, uomini come i nigeriani che uccisero a Londra lo scorso anno).

Battaglia globale, terrore, violenza, ma non solo. Se da un lato la coalizione anti-IS pressa le popolazioni locali mettendole in guardia dalle gesta estreme e senza fine del Califfo, dall’altro Baghdadi sceglie anche la stessa strada.

Diversi analisti sottolineano da tempo, che il sistema di gestione dello stato creato dal Califfo è efficiente, funzionale e assistenzialista. In Iraq ha liberato diversi villaggi sunniti dalle vessazioni sciite del governo Maliki; in Siria ha creato per la prima volta qualcosa di organizzato e amministrato, nel caos della ribellione – molti siriani sostengono che nelle stesse aree che adesso sono controllate dall’IS, si vive molto meglio di quando erano sotto i ribelli moderati.

Al di là delle ideologie, il Califfo si sta mostrando anche pragmatico – quasi un controsenso. A inizio luglio aveva vietato il fumo, considerato frutto di perdizione, nei suoi territori. Ora, in molte città, torna la possibilità di fumare – concessione, dietrofront per certi versi, su cui Baghdadi ha mollato per aumentare la propria popolarità.

Gesti di apertura, addolcimento della politica del Califfo. Propaganda, niente di più. Sotto quest’ottica si può leggere il video diffuso sette giorni fa, con protagonista il giornalista inglese John Cantlie. Un cambio di registro: niente decapitazioni, una scrivania e un uomo che parla – sembra al Tg. Un discorso recitato dal giornalista accusava i media occidentali di mistificare la realtà e dava appuntamento a prossimi episodi in cui sarà proprio lo stesso Cantlie a spiegare al suo mondo “come si vive sotto il Califfato”.

Khalifa, ha capito che in questo momento serve mostrare anche il lato “buono” del suo Dawlah, perché continuando con la violenza la gente scappa, si allontana. Ed è proprio quella gente che la coalizione messa in piedi dall’America sta cercando di conquistare per contro-insorgere all’IS.

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