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venerdì 5 settembre 2014

Non fidarsi degli Assad

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 05/09/2014)

C'è una realtà ancora più macabra dietro alla «disgustosa» (cit. Presidente degli Stati Uniti) esecuzione con cui lo Stato Islamico ha spezzato la vita del giornalista americano Steven Sotloff (due settimane dopo l'uccisione del collega James Foley). Qualcosa di inquietante e terribile che si coglie in quel «Obama sono tornato» pronunciato dal boia del Califfo: un richiamo, una provocazione. Il “gioco degli ostaggi” (definizione forte, certo, ma è questo che fa l'IS) ha un fine chiaro e angosciante: cercare di coinvolgere gli Stati Uniti (e gli incerti alleati occidentali) in un conflitto definitivo. Cercare, subito, di trascinare Obama sul terreno: anche in Siria. Spingere le circostanze all'estremo, fino al punto in cui la Casa Bianca non potrà più tirarsi indietro, costretta anche dal peso della responsabilità di cui il mondo l'ha per anni caricata: la sicurezza globale.

Di certo nessuno ne trae vantaggi, o quasi: perché in realtà c'è chi vede nel coinvolgimento degli Stati Uniti & Co. nel proprio territorio, nel proprio conflitto, un enorme lato positivo. Bashar Assad. La volontà del presidente siriano, è stata sempre quella di costruite attorno alla protesta la narrativa dell'estremismo islamico, del terrorismo: prima lo spazio lasciato, quasi a mani in alto, all'espansione dell'Isis – che con le sue visioni radicali ha spazzato via, o quasi, tutti gli altri gruppi moderati di ribelli. Poi Assad ha deciso di “vendersi” come alleato credibile all'Occidente e agli Stati Uniti in primis, contro i “terroristi” del Califfo, che hanno preso parti del suo stato e combattuto il suo governo.

Ma quello in realtà, un governo non è – ed è più giusto chiamarlo regime. Almeno tanto quanto Assad non è un alleato potabile. D'accordo il pragmatismo a cui portano le situazione difficili, ma condividere la stessa trincea con il regime siriano è rischioso – anche se in effetti, ci si trova dallo stesso lato della barricata, adesso.

Nel corso degli anni Assad e i suoi mukhabarat hanno ritenuto che la jihad potesse essere nutrita e manipolata per servire gli obiettivi del governo siriano – baahtista e vocato a una profonda laicità. Già dopo l'attentato del 9/11, l'amministrazione Bush aveva ceduto all'insistenza siriana di "collaborazione" nella lotta al terrorismo: i servizi segreti di Damasco, avevano messo sul piatto la propria esperienza nell'infiltrarsi all'interno di certi ambienti, sviluppata negli anni '70 e '80, quando la Fratellanza Musulmana fu definitivamente cancellata dalla Siria.

Tutto cambiò con l'invasione dell'Iraq del 2003: quando i salafiti siriani iniziarono ad organizzarsi per andare a combattere l'invasore occidentale fuori dal confine, Assad si trovò di fronte una grossa problematica. Tenere fermi e contrastare i gruppi jihadisti interni, o chiudere un occhio (con interesse) sui loro movimenti? Scelse la seconda, per due motivazioni: primo, permettere agli estremisti sunniti di andare a combattere jihad in Iraq, avrebbe significato allontanare da casa pericolosi oppositori del governo; secondo, Assad temeva che alla fine anche il suo paese potesse rientrare nella visione di Bush (“rovesciare i regimi autoritari”) e così ha fatto in modo, sottotraccia, di creare problemi agli americani per far fallire i piani dell'Amministrazione.

I servizi segreti siriani cominciarono a muovere i molti collaboratori interni: il primo fra tutto Abu al-Qaqaa, chierico salafita "amico" del regime, che trasformò velocemente Aleppo nel centro di reclutamento regionale dei combattenti stranieri (libici, algerini, sauditi) diretti in Iraq – soprattutto verso il gruppo di Abu Musab al-Zarqawi: quell'AQI (Al Qaeda in Iraq) che poi si sarebbe trasformato in Isis. I siriani, costituirono per diverso tempo il più importante contingente di foreign fighters durante la prima fase dell'insurrezione irachena.

Il governo non ha mai dato formalmente sostegno diretto a queste attività, ma era impossibile che non ne fosse a conoscenza. Gli Stati Uniti stimarono nel 2007 che il 90 per cento dei kamikaze iracheni erano stranieri, di questi una quantità superiore all'80 per cento era entrata nel paese dalla Siria. Una rete che si estendeva in tutto il territorio (Damasco, Latakia, Deir Ezzor), fino alle alture del Sinjar dove le tribù locali di confine, fluidificavano il contrabbando di uomini e di armi.

Il piano di Assad sull'America si era già concretizzato nel 2005: con l'operazione Iraqi Freedom impantanata nella guerriglia terroristica, il regime siriano poteva star tranquillo di non essere il “prossimo della lista”. Non ci sarebbe stato un “prossimo”, viste le difficoltà.

Mano a mano, però, la Siria cominciò ad accusare il colpo del fenomeno che aveva creato e che non era più in grado di controllare. La guerra in Iraq continuava e l'instabilità dell'area era una croce per l'economia siriana. In più il gruppo di al-Zarqawi, che l'aiuto dei religiosi di Aleppo aveva nutrito, stava cambiando le propri mire: dalla guerra agli USA, aveva messo in traguardo la creazione di un Califfato e la lotta agli sciiti; di certo non un buon auspicio per il governo alawita, di minoranza, di Assad.

Il ritorno dei jihadisti in Siria, era un problema evidente che non poteva essere risolto chiudendo semplicemente il rubinetto dei flussi: al-Qaqaa morì misteriosamente, e molte delle branche salafite siriane, corrotte dai servizi locali, furono spedite in Libano per fomentare il settarismo e destabilizzare il paese – la Siria era di fresca uscita dalla lunga occupazione e covava interessi e rancori (vedere l'assassinio del premier Rafik Hariri): il risultato migliore fu l'insurrezione del gruppo sponsorizzato da Damasco, Fatah al-Islam, che nel 2007 provò a instaurare un emirato nel nord del Libano, che portò a un conflitto con le forze armate libanesi (LAF) durato diversi mesi.

Ma non bastò.

Negli anni tra il 2008 e il 2009 (ma anche prima) il territorio siriano è stato oggetto di un'intensa campagna terroristica, con obbiettivi sedi del governo e luoghi dello sciismo, che secondo l'intelligence occidentale ha avuto per lungo tempo cadenza mensile.

Gli Assad, Bashar come prima il padre Hafez, hanno sempre seguito una doppia agenda – e probabilmente la prassi continua, utilizzando alcuni dei gruppi jihadisti invischiati nella guerra civile da proxy per dipingere i ribelli come “pazzi fanatici”e per tenere fuori l'Occidente dalla nebulosità del conflitto.

Uno di questi “progetti” però, l'AQI, è probabilmente sfuggito di mano, trasformandosi prima in Isis e poi nel Califfato: adesso, il piano siriano è cambiato di nuovo, e mira a coinvolgere gli USA (e gli alleati) nel ripulire il proprio pantano.

Un rischio enorme, visti i precedenti.

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