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venerdì 26 settembre 2014

L'epidemia di Ebola preoccupa più dell'IS

(Uscito sul Giornale dell'Umbria il 26/09/2014)

Dicono in molti che non è il Califfato – che pure non guasta – a dover preoccupare il mondo, ma piuttosto l'epidemia di Ebola che si sta espandendo nell'Africa occidentale. L'americano CDC (Centers for Diseas Control and prevention) ha contestato i dati finora messi a disposizione dall'Organizzazione mondiale per la sanità, pubblicando in un report uscito in questi giorni, una stima agghiacciante: entro il 20 gennaio 2015, i contagiati saranno oltre il milione – a fronte di una situazione attuale che vede già colpite dalla malattia non 5864 persone, ma una cifra intorno ai 20 mila (dato che Oms, in un paper sul New England Journal of Medicine aveva ipotizzato si raggiungesse a novembre).

Dal dicembre 2013 – primo caso documentato, e riconosciuto, a posteriori, solo a marzo 2014 – la situazione non ha fatto che peggiorare: «diffusione esponenziale» la definisce il Columbia Prediction of Infectious Diseases.

Gli esperti di emergenze internazionali sono shockati da quanto male siano messe le cose sul campo. Mancano cure, mancano posti letti, manca possibilità di assistenza: tutto a tetro vantaggio del contagio. Sul blog di Medici senza frontiere – in testa alle organizzazioni non governative che stanno affrontando l'epidemia –, l'operatore Jackson Naimah, che si trova in Liberia, ha scritto: «L’altro giorno sedevo fuori dal centro di cura mentre mangiavo il mio pranzo. Ho visto un ragazzo avvicinarsi all’ingresso. Una settimana prima suo padre era morto di ebola. Ho notato che il ragazzo aveva la bocca insanguinata. Non avevamo posto per lui. Quando si è voltato per andarsene in città, ho pensato tra me e me che avrebbe preso un taxi, sarebbe tornato a casa dalla sua famiglia e li avrebbe infettati». Muoiono i pazienti, infettati l'uno dall'altro mentre cercano di prestarsi cure in casa, visto che gli ospedali sono pieni; muore il personale medico di quegli ospedali, che spesso sono privi dei kit di protezione di base.

La minaccia è enorme, i rischi di conseguenza. La Sierra Leone, uno dei Paesi più colpiti, ha dovuto avviare la misura drastica del coprifuoco per rimuovere i corpi, censire i nuovi casi, cercare di dare istruzioni porta a porta per il contenimento.

La questione sanitaria, diventa automaticamente anche problema geopolitico: perché l'obiettivo, adesso, è bloccare i flussi e le relazioni tra i vari centri colpiti, in un delicato equilibrio lacostiano. Il ministro dell'Informazione liberiano Lewis Brown è stato chiaro: «la lentezza della risposta internazionale può esasperare le tensioni locali e far scivolare di nuovo l'Africa occidentale in situazioni di guerra». Gli Stati Uniti hanno annunciato (il 16 settembre) l'invio di tremila soldati – unità scelte, addestrate per operare in scenari di emergenza biologica – per contenere eventuali problemi di sicurezza. Si pensi che il focolaio ha colpito nazioni che hanno avuto, o hanno, grossi problemi con la stabilità politica interna – la Liberia, ha subito il peso della seconda guerra civile fino al 2003; la Sierra Leone ha ancora fresco il ricordo del Fronte Rivoluzionario Unito degli anni Novanta; la Guinea, che è uscita da un colpo di stato militare solo nel 2010; o la Nigeria, paese che rappresenta tutta la controversa realtà africana, con una crescita economica spaventosa dilaniata dai ribelli islamisti Boko Haram. Situazione riconosciuta anche dal consiglio di sicurezza dell’ONU, che ha unanimemente concordato (il 18 settembre) che Ebola ora «costituisce una minaccia per la sicurezza e la pace mondiali».

E c'è pure un altro rischio terribile: giravano qualche settimana fa, informazioni sulla possibilità che gruppi africani filo-IS potessero utilizzare i ceppi virali come base per un'arma batteriologica con cui compiere mostruosi atti terroristici. Con ogni probabilità si tratta di costruzioni deviate dalla fantasia di qualcuno, e dunque non troppo affidabili, ma vista la brutalità con cui queste fazioni procedono – vedere il caso del rocciatore francese decapitato dagli algerini di Jund al-Khalifa, i “soldati del Califfo” –, non c'è da stare sereni.

Sullo sfondo, lo scenario è dipinto dalla disinformazione, che è a tutti gli effetti uno dei principali problemi di contagio. In un articolo pubblicato sul più grande giornale della Liberia, l’ebola veniva descritta come un virus creato artificialmente dall’uomo e intenzionalmente diffuso tra gli africani dalle compagnie farmaceutiche occidentali. I racconti sono pieni di casi di medici e operatori sanitari scacciati via dalle famiglie spaventate – episodi che spesso sfociano nella violenza, anche estrema, come nel caso degli otto operatori uccisi in Guinea, proprio nell'area in cui era emerso il primo caso documentato. Un altro focolaio del virus si è sviluppato in Nigeria, dopo che un diplomatico infettato ha violato la quarantena e ha lasciato la Liberia scappandosene a Port Harcourt.

A cercare uno sbocco positivo in tutta questa storia, si può dire che i ricercatori, viste le dimensioni dell'emergenza, hanno avuto possibilità di studiare l’evoluzione del virus in modi in cui nessuna precedente epidemia di ebola aveva permesso. Migliaia di casi documentati, che hanno reso possibile ai virologi di tracciare le mutazioni del genoma RNA del virus. Le variazioni sono state pubblicate in uno studio su Science, che resterà un riferimento completo e assoluto sulla malattia. Purtroppo, cinque degli autori di quello studio sono morti di Ebola in questa epidemia.

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