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sabato 13 settembre 2014

Il peso delle lobby mediorientali in USA: il Qatar

(Pubblicato su Formiche)

Venerdì il Qatar ha intimato a sette dirigenti della Fratellanza Musulmana di abbandonare il paese. Un segno, un segnale più che altro, dell’impegno che il governo di Doha ha preso con John Kerry – in visita questa settimana – e con il mondo interno, per combattere lo Stato Islamico. Ma i sospetti sui legami dell’emirato mediorientale con il mondo dell’estremismo islamico restano ancora forti. Anzi, in questo momento si rafforzano, data l’emergenza globale rappresentata dal Califfato, reso potente anche dalle disponibilità economiche messe sul piatto da finanziatori regionali – nei giorni successivi l’assassinio di James Foley, il ministro tedesco per la Cooperazione e lo Sviluppo, Gerd Mueller, non ci girò troppo intorno, e, messe da parte le etichette diplomatiche, in riferimento all’IS dichiarò: «Una cosa come questa non arriva mai dal nulla. Chi finanzia questi soldati? Suggerimento: il Qatar».

Il Qatar è un micro-stato, una minuscola protrusione della Penisola Arabica, ma ha gas e petrolio in quantità sufficienti per giocare un ruolo di primo piano a livello internazionale (la stessa Italia importa l’8,4% del gas naturale dal Qatar). L’esplosione economica degli ultimi decenni, hanno permesso al paese di emergere come chiave politica e diplomatica nella regione. Il problema sta nello scrollarsi di dosso l’immagine di “piantagrane regionale” affiliato al mondo islamista. Su questo si concentrano le relazioni (tra gli scetticismi del Congresso americano), e per certi aspetti si è incentrato il nuovo regno dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani (succeduto al padre nel 2013, poco più che trentenne).

Gli sforzi di credibilità, sembrano convincere l’amministrazione Obama. Una dimostrazione su tutte, è la firma che il segretario alla Difesa Chuck Hagel ha apposto sull’accordo per la vendita ai qatarioti di 10 batterie di missili Patriot, 500 missili anti-carro Javelin e 24 elicotteri Apache. Festeggiano Raytheon, Lockheed Martin e Boeing: l’affare vale 11 miliardi di dollari, ma soprattutto, a conferma del rinnovo (dicembre 2013) della cooperazione nel Combined Air Operations Center presso la base aerea di al-Udeid, vale la fiducia americana – si tratta, per altro, del più grande accordo militare chiuso quest’anno dal Pentagono.

L’annuncio dell’intendimento di chiudere la vendita di armamenti, era stato accolto tra i malumori dagli uomini del Congresso. Durante l’udienza, in giugno in Senato, della nuova ambasciatrice americana a Doha, Dana Shell Smith, si levarono molte voci di contrasto – il senatore Bob Corker, del Senate Foreign Relations la definì «un’idea malsana» – prevalentemente concentrate sui possibili rischi che le armi finissero nelle mani degli islamisti in Siria. C’è di più: quelli erano i giorni seguenti al rilascio di Bowe Bergdahl, il soldato americano detenuto dai talebani tra Afghanistan e Pakistan e si parlò molto della mediazione del Qatar (di cui non si sanno ufficialmente i limiti d’azione), con l’opinione pubblica che mal digerì l’accoglienza riservata da Doha ai cinque talebani liberati da Guantanamo in cambio di Bergdahl – il caso scatenò molte polemiche, perché fu visto anche come un atto riconducibile al pagamento di un riscatto, contrario alle politiche americane sugli ostaggi.

Altre polemiche, successivamente, furono conseguenti all’aperto sostegno che il Qatar dà ad Hamas – braccio della Fratellanza, entità politica radicata nel paese – offrendo ospitalità e riparo al leader Khaled Meshaal. Il repubblicano Peter Roskam, nei giorni dell’offensiva israeliana a Gaza, inviò una lettera molto dura a John Kerry e al segretario al Tesoro Jack Lew, invitando il primo a rivedere la propria politica nei confronti del Qatar («che dà appoggio a organizzazioni terroristiche») e spingendo Lew a muoversi verso azioni sanzionatorie dirette a Doha. Roskam, in quella lettera, non aveva fatto né più e né meno che raccogliere le volontà dell’opinione pubblica americana.

Sul Qatar si sono abbattute anche le critiche per la gestione della preparazione dei Mondiali di calcio del 2022: le accuse di corruzione e brogli per ottenere l’assegnazione, hanno fatto il paio con quelle delle organizzazioni sui diritti dei lavoratori. Il paese, negli ultimi due anni, ha visto un elevato incremento di immigrati (da Sri Lanka, Bangladesh, India, Tunisia, Marocco, Indonesia) arrivati per cercare lavoro e far fronte alla richiesta di manodopera. Più di una volta nel corso di questi mesi, sono state segnalate le condizioni al limite del disumano in cui questi operai sono costretti a vivere – considerati, per altro, cittadini di livello inferiore ai qatarioti. Il 23 giugno il senatore democratico Robert Casey era arrivato a invitare formalmente il presidente della FIFA Sepp Blatter a ritirare l’assegnazione.

Il paese dell’emiro Tamin al-Tani ha ancora molto da fare per sistemare la propria immagine e la propria credibilità. Nel 2013 ha pagato 300 mila euro l’agenzia Patton Boggs per assistere le proprie relazioni pubbliche tra gli uffici di Washington – molti meno del milione e mezzo di dollari spesi nei cinque anni precedenti.

Al di là delle attività di lobbying, il paese del Golfo sta diffondendosi tra gli americani soprattutto attraverso la propria rete televisiva: il lancio, nel 2013, di al-Jazeera News è stato un successo che ha portato il network nelle case di 48 milioni di americani.

La Casa Bianca difende il Qatar, sostenendo che negli ultimi periodi sta facendo un lavoro positivo soprattutto sulla Siria: l’emirato ha offerto 1,2 miliardi di dollari in aiuti umanitari per i profughi del conflitto. Contemporaneamente ha interrotto la maggior parte dei flussi economici “ufficiali” ai ribelli sul campo – restano, tuttavia, i sospetti su sovvenzionamenti privati e sottotraccia. Secondo il Wall Street Journal, la decisione di far fronte a questa richiesta ufficiale degli Stati Uniti, ha portato subito delle conseguenze sul teatro di guerra. Il gruppo islamista radicale Fronte Islamico – organizzazione molto importante, di cui fa parte la storica Ahrar al-Sham – avrebbe perso amalgama e operatività dal taglio dei sovvenzionamenti: conseguenza immediata il crollo ad Aleppo che ha permesso alle forze governative di Assad di riprendere la più grande città in mano ai ribelli, segnando un duro colpo per le opposizioni.

Il ruolo del Qatar nel conflitto, tuttavia non è diventato secondario, ma si è concentrato sulle questioni diplomatiche, continuando a pressare Washington sulla necessità di dare sosteno militare ai ribelli in Siria – risultato per certi versi raggiunto, stando all’ultimo piano presentato da Obama per combattere lo Stato Islamico.

È proprio sulla risposta severa al Califfo che Doha gioca la propria credibilità internazionale: da lì potrà ripartire l’appoggio ai propri interessi regionali.

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