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venerdì 12 settembre 2014

E al-Qaeda fa l'indiana

(Uscito sul Giornale dell'Umbria il 12/09/2014)

Aveva ragione il Washington Post, quando lunedì scriveva che era ormai operativa la decisione della Casa Bianca di estendere i raid aerei contro le forze del Califfato, anche sulla Siria.

Se c'è una parola chiave per descrivere questa fase del conflitto contro lo Stato Islamico, è “coinvolgimento”. Il teatro del Califfato è una calamita: sul palcoscenico attori di ogni genere e interessi sparsi. Buoni o cattivi, la differenza è relativa: tutti ci sono finiti in mezzo.

Tutti, meno uno. C'è un'entità fondamentale del mondo radicale musulmano che vive gli eventi in sordina. Al-Qaeda – un tempo riferimento della jihad globale, adesso messa da parte come una comparsa in Medio Oriente, sembra costretta a recitare il suo ruolo su altri teatri. Ma in parte è una strategia.

La scorsa settimana l'emiro di origini egiziane Ayman al-Zawahiri (leader del gruppo fondato da Osama Bin Laden, per anni nemico numero uno del mondo libero), ha rilasciato un video in cui ha annunciato la creazione di una filiale del gruppo nel subcontinente indiano – AQIS, il nome, che sta appunto per Al-Qaeda in Indian Subcontinent. Cinquantacinque minuti di monologo, dove Zawahiri ha parlato di tutto, incentrando il discorso sulla necessità di espandere la jihad internazionale per venire in aiuto dei fratelli oppressi, ma non ha mai affrontato quello che sta succedendo tra Iraq e Siria – sembrerebbe un nonsense.

Vero che l'India è un vecchio pallino del medico egiziano, che la considera, nella sua modernità, un frutto del complotto crociato-sionista per distruggere l'Islam. E il premier Modi è un nemico interessante per al-Qaeda: figura controversa per le repressioni nella sua provincia, il Gujarat (nel 2002), odiato in Pakistan e non amato dai musulmani indiani. Zawahiri non lo teme: ne ha parlato, lo ha attaccato, ha chiesto di combatterlo, sa come affrontarlo. Le istanza islamiche, spesso disattese, rappresentano quelle del 15% della popolazione indiana, e 175 milioni di persone sono un bel bacino da cui attingere militanti.

Piani diversi per carità, ma risalta la differenza di approccio verso Baghdadi. Zawahiri, se non con qualche lieve passaggio indiretto, sembra essersi girato dall'altra parte, ignorando – o meglio facendo finta di ignorare – la potenza del richiamo di Khalifa Ibrahim. Eppure la fascinazione dello Stato Islamico è forte anche in India, nella “nuova frontiera del jihad” cercata da Zawahiri. Eppure, ancora (e soprattutto), quella di Baghdadi è anche una sfida al mondo musulmano (pure quello radicale), un richiamo verso chi combatte la jihad in giro per il pianeta, un monito verso chi non obbedisce.

Zawahiri non è di solito il tipo che tace su certe questioni – i problemi con Baghdadi, per capirci, erano stati scatenati dall'egiziano, che poi a inizio anno aveva deciso l'espulsione dell'Isis dall'universo della Base. Ma in questo momento glissa sul Califfato: paura? Rispetto? Strategia? Con ogni probabilità da “leader internazionale”, ha capito che attualmente la potenza mediatica del Califfo è enorme e chiude tutti gli altri spazi: indebolisce il messaggio qaedista e ne ha impoverito le forze – cooptando uomini. Meglio deviare l'argomento. Non intensificare la guerra verbale con il capo del califfato.

Ovviamente Zawahiri può rompere questo silenzio in qualsiasi momento, dunque non è saggio andare troppo in là con le analisi e le congetture. L'egiziano non è stupido ed è molto esperto. Sa che l'IS è diventato un competitor di primo piano nella jihad globale, e sa che è in vantaggio nel messaggio diffuso ai combattenti mediorientali, ma sa anche che la sua realtà ha radicazione e storia imponenti.

Anche per questo, al-Qaeda sceglie l'India e cambia fronte per avvantaggiarsi sui “nuovi mercati”.

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