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venerdì 8 agosto 2014

Insieme, contro Mosca

(Uscito il 7/8/2014 sul Giornale dell'Umbria)

«È responsabile e pagherà», così ha detto il segretario di Stato John Kerry, intervistato dalla Stampa, a proposito di Vladimir Putin e della crisi in Ucraina.

Le parole di Kerry sono arrivate dopo le immagini satellitari Nato a testimonianza del nuovo dispiegamento di truppe russe al confine ucraino: 20 mila soldati in assetto da battaglia, appartenenti ali reparti più aggiornati dell'esercito russo - secondo quanto rivelato dal Financial Times.

Vero che in aprile, al momento peggiore della crisi, ce n'erano 40 mila, ma mai si erano avvicinati così tanto alle recinzioni di frontiera. Kiev ha già invitato Mosca a fermarsi, vedendo in quegli uomini posizionati a meno di 50 chilometri dal limite tra i due stati, la possibilità di un'invasione in difesa dei ribelli; circostanza che vanificherebbe i progressi fatti dall'esercito nelle ultime settimane per sedare l'insurrezione - e che aprirebbe uno scenario enorme, dal quale è meglio distogliere il pensiero.

Ci sono altri due aspetti che spaventano il governo ucraino. Per primo, la possibilità che le truppe ammassate fungano da seconde linee per i ribelli, passando uomini infiltrati e armamenti per rafforzare la resistenza. La seconda è l'effetto deterrenza, che assume una doppia dimensione: sia nelle truppe di Kiev, che potrebbero essere spaventate dalla possibilità dello “scontro-finale” con l'esercito moscovita, sia nei separatisti, che, all'opposto, potrebbero trovare nuova linfa e energia (anche) emotiva nella presenza dei militari di Mosca. Durante gli scontri di lunedì, nell'area di Donetsk, 3/400 soldati di Kiev avrebbero sconfinato in Russia: sembra si sia trattato di un azzardo tattico per aggirare la pressione dei ribelli, tuttavia secondo Mosca sarebbe stata una diserzione, con i militari ucraini entrati per chiedere asilo politico. Prigionieri o rifugiati che siano, la storia rende chiaro il concetto.

Gli scontri continuano: il quartiere Petrovsky di Donetsk (città da un milione di persone) è diventato il centro dell'offensiva, con accuse rimbalzate tra governo e filorussi sui metodi grossolani utilizzati nei combattimenti, che hanno portato alla morte di 1500 persone tra civili e combattenti e alla distruzione di ampie infrastrutture sociali (martedì è stato colpito un punto nevralgico della rete di distribuzione elettrica, lasciando al buio un ampio distretto abitato).

Quella dell'Ucraina orientale sta diventando un'emergenza umanitaria. Secondo le Nazioni Unite 117 mila persone hanno dovuto lasciare le proprie case a causa degli scontri in quei territori. Dall'inizio dell'anno 730 mila ucraini si sono rifugiati in Russia, e solo ad agosto 168 mila hanno chiesto asilo oltre confine.

Mosca avrebbe invocato una riunione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per parlare della crisi, con in mente la proposta dell'invio di truppe (magari Caschi Blu russi) sul campo - secondo fonti ucraine, però, si tratterebbe di un sottile escamotage per permettere ai militari russi di piantare gli stivali sul suolo ucraino senza ricorrere a un'invasione. Mosca ha anche accusato il governo di Kiev, di non ammettere le reali dimensioni di ciò che sta accadendo, definendolo «irresponsabile» nel non riconoscere i problemi nel sud-est del paese.

Ma la “diplomazia” russa non si affida solo all'iniziativa umanitaria. Ai contatti con il Comitato internazionale della Croce Rossa per il coordinamento dell'azione di sostegno, abbina una risposta severa alle nuove sanzioni imposte da USA-UE. Il primo ministro Dmitry Medvedev ha messo a vedere una possibile vendetta alla decisione occidentale di lasciare a terra la low-cost Dobrolyot, "filiale" della compagnia aerea di bandiera Aeroflot. La ritorsione, secondo le fonti anonime appartenenti al ministero degli Esteri e a quello dei Trasporti di Mosca citate dal quotidiano economico locale Vedomisti (stesso editore di Financial Times e Wall Street journal), potrebbe portare la Russia a limitare o addirittura vietare i voli sopra la Siberia per le rotte asiatiche da occidente. Decisione che comporterebbe un appesantimento del percorso sia in termini di tempo, sia in quelli economici – e che riporterebbe le lancette indietro ai periodi della Guerra Fredda, quando gli aerei occidentali erano costretti a viaggiare sopra il Golfo o per le rotte polari per raggiungere l'Asia. Costi enormi, basta pensare che Lufthansa opera circa 180 voli settimanali su quelle tratte: per la compagna tedesca, insieme a British Airways e Air France, significherebbe un costo complessivo intorno al miliardo di euro nell'arco di tre mesi.

Putin, come al solito, sa dove colpire l'Occidente in questa guerra di nervi – e non solo. Martedì la Borsa americana è caduta, guidata dalla vendita e svalutazione delle azioni del comparto energetico, dopo che Bloomberg nel pomeriggio aveva diffuso un report in cui citava il ministro degli Esteri polacco, sensibilmente preoccupato dal nuovo dispiegamento di truppe russe.

Nonstante le ritorsioni russe, dirette o indirette, anche il Giappone si è unito al coro dei sanzionatori, non foss'altro per mostrare vicinanza alla linea americana – necessaria in un momento critico con la Cina, per le vicende dei territori contesi nel Mar Cinese.

Kerry, dal canto suo, sempre in quell'intervista al quotidiano piemontese, ha chiesto all'Europa di resistere e «essere compatta contro Mosca».

Ed è tutto nella parola "contro" che si giocherà il prossimo futuro di questa crisi. «Putin vive in un altro mondo», come disse la Cancelliera Merkel ai tempi dell'annessione della Crimea. Ormai l'Occidente lo ha capito e ha deciso di riconoscerlo, più o meno univocamente, come nemico: adesso però occorre capire cosa farne. Ridurre Putin, leader di una democrazia illiberale che tende verso la dittatura, a più miti consigli? Costringerlo a redimersi? Contenerlo? Lavorare per un regime change bruciandogli la terra sotto i piedi?
Come ha scritto il politologo Stanislav Belovsky, Putin è «un ciclista costretto a pedalare sempre più velocemente» per tenere insieme i pezzi del proprio totalitarismo. Ragion per cui le soluzioni ai problemi che quelle domande pongono, difficilmente porteranno a un lieto fine.

«Le probabilità di un lieto fine sono state abbattute insieme al volo Mh17» (Anna Zafesova sul Foglio).

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