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venerdì 15 agosto 2014

Tutto e niente: è il Medio Oriente, bellezza

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 15/08/2014)

Un quadro cambiato nel giro di poche ore. Prima (mercoledì) un centinaio tra Marines e Special Ops americane e SAS inglesi, sono stati catapultati fuori dagli Osprey per prendere posto in una vecchia base di Sinjar con l'obiettivo di creare un corridoio di sicurezza per il soccorso umanitario dei profughi yazidi - minoranza religiosa balzata alle cronache internazionali dopo giorni di persecuzioni sulle montagne tra Iraq, Siria e Kurdistan iracheno. Dovevano essere 30 mila le persone in fuga dagli uomini del Califfo, che considerano gli yazidi adoratori del diavolo e dunque uno di quei gruppi etnici che va eliminato dalla faccia della terra. Poi (giovedì), proprio quei 100 "adivsor" militari (definizione che abbiamo imparato ad usare, coniata dallo staff comunicazione della Casa Bianca per evitar termini più "forti") hanno raccolto le prime informazioni, e segnalato subito un dato cruciale a Washington: in realtà il numero è di molto inferiore.
Dunque non sarebbe più necessario creare un corridoio umanitario di grande portata, circostanza che eviterebbe a Obama di schierare altri uomini con il rischio di scontro diretto con l'IS.

La complessità del Medio Oriente si raccoglie nel quadrante iracheno. Decisioni importanti, piroette, contrordini, strane collaborazioni.

C'è molta politica dietro alle scelte sull'Iraq. Qualche giorno fa, Obama aveva dato il via libera ai raid aerei. L'obiettivo era umanitario: giravano informazioni su fosse comuni, con donne e bambini sepolti vivi, e la comunità internazionale non poteva star ferma mentre il Califfo ordinava la pulizia etnica degli yazidi. Insieme ai raid, mirati su postazioni di artiglieria dell'IS, piovevano dal cielo gli aiuti umanitari (ai quali aveva partecipato anche la Gran Bretagna), tutto sotto gli occhi attenti dei droni in osservazione continua. Cento missioni al giorno in totale: possibile che non ci si fosse resi conto che gli yazidi rimasti sui monti erano meno di quelli stimati mercoledì?

Difficile. C'è molta politica, si diceva. Con Hillary Clinton che invocava più determinazione dalle pagine dell'Atlantic e le pessime notizie dal campo, sembrava quasi necessario un nuovo intervento militare americano in Iraq, dopo la ritirata dal paese nel 2011. Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno era quasi sotto assedio, e i mujaheddin che inseguendo gli infedeli, miravano ai pozzi curdi. Era necessario dare una mano ai peshmerga e, per gli Stati Uniti, la copertura aerea rappresenta il modo più "pulito" di entrare nel conflitto. Dietro c'era chi spingeva: i curdi piacciono a tutti, soprattutto alle lobby del petrolio americane, che stanno investendo molto laggiù per ottenere i diritti su alcuni giacimenti quasi "vergini" rispetto al potenziale. 
Anche di questo si è parlato per analizzare la decisione di Obama, anche di questo è fatta la politica.
Certo, il Medio Oriente è un teatro complicato e a volte beffardo. Gli Usa non solo si trovano a collaborare con l'Iran nelle attività di coordinamento delle forze irachene, e non solo si trovano sulla stessa posizione nel sostenere il passaggio politico della sostituzione del premier Maliki, ma adesso, su al nord, stanno coprendo le spalle addirittura al Pkk. In questi giorni i curdi di Turchia sono arrivati in blocco a difendere i fratelli iracheni: sono molto più tenaci e preparati, anche perché i marxisti turchi del Partito dei lavoratori curdo,dagli anni '80 non hanno mai smesso di combattere contro Ankara. Gli Stati Uniti li hanno inseriti nella lista nera delle organizzazioni terroristiche, e qualche tempo fa quei droni Predator che adesso forniscono informazioni ai peshmerga sulle mosse del Califfo, erano serviti per dare all'esercito turco le coordinate delle postazioni dei separatisti di Ocalan.

Piroette. Ufficialmente, ovvio che sia, l'America aiuta solo i curdi iracheni, ma tutti sanno che gli uomini del Pkk sono necessari: così come i gemelli del Pjak, i curdi iraniani, arrivati anche loro in soccorso dei fratelli. Senza non si va avanti: turchi e iraniani sono più tosti e combattivi degli iracheni, sono loro che tengono in piedi la "coalizione curda". Iran e Turchia per il momento osservano con tacito sospetto le azioni dei combattenti, anche a loro serve di frenare la deriva jihadista; ma le commistioni messe in campo dagli americani non piacciono. Pkk e Pjak sono realtà nemiche di Ankara e Teheran, e la legittimazione del ruolo nella battaglia in Iraq, rischia di accrescerne lo spessore anche politico.

Magari è l'emergenza che chiede soluzioni estreme, si dirà. Sì, anche: ma è il Medio Oriente che è fatto così.
Una regione dove in una base segreta della Cia, finanziata e costruita dal Pentagono nel 2009 dentro un canyon roccioso poco a nord di Amman, in Giordania, si addestrano tutti insieme i ribelli moderati siriani (sunniti) per combattere contro Assad (sciita), insieme a reparti dell'esercito iracheno (sciiti) per combattere gli uomini del Califfato (sunniti). Con il presidente siriano Bashar el Assad, che è alleato iraniano e amico di Maliki, che fino a poco fa era in sintonia con Washington (che odia Assad) e con Teheran, ma da pochi giorni è stato scaricato da entrambi. Tutti a impegnati in una battaglia esistenziale contro lo Stato Islamico, insieme ai curdi (nemici di tutti, in parte anche degli Usa).

Non è un rompicapo, è il Medio Oriente e non ci si può far nulla.


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