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venerdì 29 agosto 2014

Siria, capire Obama? Meglio lasciar perdere

(Uscito il 27/08/2014 sul Giornale dell'Umbria)

Un anno fa di questi tempi, era tutto un "non mangiare". C'erano quelli – rispettabili, tra loro c'era pure il Papa, e con una certa influenza – in sciopero della fame per protestare contro un possibile intervento militare americano in Siria, anche qua in Italia. L'antefatto era l'attacco chimico al sarin sferrato brutalmente da Bashar al-Assad contro la sua stessa popolazione, in rivolta, di alcuni quartieri di Damasco.

Barack Obama era a un passo dal bombardare postazioni governative siriane: la principale delle red lines poste dagli Stati Uniti – l'uso di armi chimiche – era stata oltrepassata. La comunità internazionale doveva punire il regime siriano e il suo spietato leader: sulla coscienza oltre duemila civili uccisi negli attacchi del 21 agosto – più tutti gli altri.

Ora la Casa Bianca ha autorizzato (lunedì) il pattugliamento con droni e “Dragon Lady” ( i mitici U2 anni '60, rivisitati e ancora super funzionali) dei territori siriani. Ma non contro Assad, come un anno fa, ma al suo fianco, contro un nemico comune: lo Stato Islamico.
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Le terre controllate dal Califfato si estendono dall'Iraq alla Siria, come noto, e secondo gli analisti militari di Washington è impossibile combattere i soldati del Califfo senza impegnarsi su entrambi i fronti. Tradotto: non basta dare una mano ai peshmerga su al nord, serve una vera offensiva.

Politicamente la prima complicazione che dovranno affrontare i comunicatori dell'Amministrazione, sarà quella di far comprendere che il nuovo intervento iracheno, che era stato autorizzato in partenza come azione difensiva sugli americani di Erbil, si sta trasformando (già da un po', dopo i raid sulla diga di Mosul) in una vera e propria operazione di attacco: e adesso anche in Siria. Una guerra, per dirla senza giri di parole.
Toccherà poi far capire agli americani che quella volta in cui Obama aveva sminuito il gruppo di Baghdadi forse s'era sbagliato – era gennaio, in un'intervista al New Yorker, che non fu proprio memorabile per visione in politica internazionale. Con un certo disprezzo, disse dell'Isis in riferimento ad al-Qaeda che «Se alcuni giocatori di basket dei campionati giovanili mettono la maglia dei Lakers non per questo diventano Kobe Bryant». Ora secondo le fonti dell'Amministrazione lo Stato Islamisco è diventato la minaccia globale e più mostruosa che sia mai capitata - «il lupo che bussa alla porta», per citare ancora Obama.

Su tutto, poi, bisognerà spiegare come mai nel giro di un anno, si è passati dal voler punire sonoramente un regime sanguinario al coordinarci insieme operazioni militari.

Per inciso: la guerra civile siriana è arrivata a 191 mila morti, molti procurati dal regime, e l'Onu ha accertato ciò che tutti sapevano da subito, e cioè che ad aprile il governo ha effettuato nuovamente attacchi chimici contro la popolazione (stavolta è stato usato il cloro sulle barrel bomb).

Altro inciso: la Casa Bianca fa sapere che non ci sarà nessun coordinamento con l'esercito siriano, ma sembra quasi impossibile. Il ministro degli Esteri Walid al-Moallem ha già fatto sapere che un attacco contro le forze dell'IS sul proprio territorio non preventivamente comunicato a Damasco, potrà essere considerato un atto di aggressione di un paese sovrano. E intanto il regime di Assad s'è divertito nel diffondere la notizia che ci sarebbe già stato un passaggio di informazioni dagli Usa, dietro agli intensi attacchi dei Mig contro le basi locali dello Stato Islamico. Le coordinate “viste” dai satelliti americani, sarebbero arrivate all'aviazione siriana – i cui mukhabarat sono fedelissimi del regime – tramite funzionari iracheni e addirittura russi, istruiti direttamente da Washington. Chiusi gli incisi.
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Assad ha sempre lasciato spazio allo Stato Islamico: ha preferito perdere territorio e armamenti, per arrivare a questo punto. Legittimare le proprie azioni repressive, dipingendo l'intera forza dei ribelli come islamisti radicali di estrema pericolosità. E in questo, l'IS ha fatto il gioco del regime, scontrandosi contro i ribelli moderati (quelli veri, quelli “buoni”) e con le altre fazioni più radicali (tra i primi la qaedista al-Nusra, anche se ultimamente le cose stanno rientrando).

Ora quei ribelli “moderati” gli Usa vorrebbe armarli per mettere stivali a terra di cui fidarsi contro i soldati del Califfo – una «stronzata» una delle “stupid shit” da non fare, l'aveva finora definita Obama. Un'idea vecchia un paio di anni (studiata dall'ex segretario di Stato Hillary Clinton e dall'allora direttore della Cia, David Petraeus, l’allora segretario alla Difesa, Leon Panetta e l’attuale capo di stato maggiore Martin Dempsey) e finora portata avanti in un campo di addestramento della Cia in Giordania per piccole unità selezionatissime. Ma adesso soltanto i bombardamenti non bastano: in Iraq ci sono curdi e governativi, in Siria serve qualcuno di cui fidarsi – ed è necessario che siano parecchi e ben preparati. E non si può certo pensare all'esercito di Assad – almeno ufficialmente.

Assad che attualmente cerca di passare da partner credibile per l'America e per il mondo intero, è il capo di un regime tremendo e repressivo, che controlla uno stato che ha avuto nel suo passato rapporti estremamente ambigui nei confronti del terrorismo islamico anti-occidentale. Senza andare troppo indietro, basta pensare a quando, durante negli anni della Guerra d'Iraq, Aleppo faceva da base di concentrazione per i jihadisti che poi si lanciavano contro le truppe americane.

C'è di più: perché per combattere l'IS non si può prescindere dal sostegno delle tribù sunnite locali – che sono ancora irraggiungibili, sia in Iraq che in Siria, causa i settarismi dei governi che hanno amministrato questi stati. “Allearsi” – detto tra virgolette, perché ufficialmente così non sarà, ma di fatto invece – con Assad è un errore, perché si creerà ancora più distacco con quei sunniti.
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Ci sarà pure una strategia di Obama sulla Siria e sul Medio Oriente, ma francamente è incomprensibile: e non siamo solo noi osservatori a pensarlo. La scorsa settimana Emirati Arabi e Egitto hanno coordinato un attacco aereo (operato con gli F-16 forniti dagli Usa agli emiri) contro le milizie islamiste libiche, senza nemmeno avvisare Washington. Gli americani hanno fatto finta di tralasciare la vicenda, ma sembra se la siano presa e hanno per ripicca “sputtanato” gli alleati storici al New York Times, ma senza successo, innescando anzi il boomerang della perdita di rispettabilità e credibilità nella regione.

Il Medio Oriente è un posto strano, s'è detto più volte: ci si ritrova, a volte per necessità, a combattere al fianco di quelli che una volta erano nemici giurati (Assad, Iran, Pkk, Russia) mentre gli alleati veri sfuggono, vanno per i fatti propri, si svincolano, per sopravvivenza.

Ma il tutto è reso più complicato da una strategia americana che ci sarà pure, ma è quanto meno confusa.


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