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venerdì 1 agosto 2014

L'America divisa su Israele

(Pubblicato sul Giornale dell'Umbria del 01/08/2014)

Ammesso che in questi anni ci sia mai stato un momento in cui il peso del Segretario di Stato americano John Kerry, potesse farsi sentire nel processo di pace tra Israele e Palestina, di certo questo non è.

Forse la definizione che il quotidiano israeliano Haaretz (di aerea liberale) ha usato, «un alieno che ha appena parcheggiato la sua navicella spaziale in Medio Oriente», è fin troppo severa. Ma di sicuro resta che la diplomazia statunitense, è tornata a casa con un altro insuccesso dall'ultimo round di trattative per cercare di fermare il disastro di Gaza.

Domenica, Kerry, mentre si metteva in posa con i gli omologhi di Turchia e Qatar a Parigi, aveva avallato una bozza di risoluzione che «sembrava scritta da Khaled Meshaal» – definizione rubata al columnist Barak Ravid, dove per chi se lo fosse perso, Meshal è il leader politico di Hamas, in esilio proprio in Qatar.

Funzionari israeliani, abbastanza "incazzati" dalla proposta-Kerry, avevano cominciato a far girare informazioni alla stampa, tanto che lo stesso ufficio Esteri statunitense s'è lamentato (il giorno seguente) che tra «alleati non ci si comporta così». Ma alleati è ormai un concetto relativo.

La toppa diplomatica ce l'ha messa il premier in persona: Netanyahu, ha dovuto evitare l'ulteriore pubblico ludibrio a Kerry, cercando di frenare preventivamente i commenti dei falchi del suo governo, che di solito ci vanno giù pesanti (il ministro degli Esteri Yaloon lo aveva definito tempo fa, un uomo «apocalittico e messianico»). Alla fine Bibi ha rifiutato le condizioni ufficialmente, e bloccato tutto.

D'altronde, altro non poteva. Nella proposta non si parlava della smilitarizzazione di Hamas, e nemmeno della chiusura dei tunnel, e pure il diritto di difesa israeliano era soltanto protagonista di un lieve passaggio; quello che invece c'era, era la concessione della riapertura dei valici di passaggio della Striscia e lo stop all'embargo su Gaza. Praticamente quello che voleva Hamas. In più, niente ruolo di mediazione dell'Egitto, solo Qatar e Turchia. Tanto che non c'era tra gli indignati, aveva preso posto anche un altro storico alleato americano nella regione: l'Arabia Saudita.

Così come è ormai noto che il governo del generale al-Sisi è attualmente il miglior partner israeliano nell'area, anche per la condivisione di interessi sulla Striscia, è altrettanto noto che il Qatar (dove è ospitato Meshaal) e la Turchia (dove Erdogan ha definito Israele «dieci volte peggio del regime nazista») siano le uniche spalle internazionali – almeno a livello ufficiale – di Hamas, con cui condividono la vicinanza ai Fratelli Musulmani.

Chiedersi come mai Kerry abbia sposato la linea turco-qatariota lasciando indietro gli egiziani (da subito sostenuti dal suo governo nelle trattative), è troppo. Fatto sta che al buco diplomatico del Segretario, ha dovuto rimediare il presidente Obama in persona in una telefonata privata con il premier Netanyahu. Nella nota ufficiale diffusa nella serata di domenica, di fatto si smentivano quasi tutte le posizioni del suo ministro degli Esteri, ribadendo il diritto di autodifesa israeliano, sostenendo il dialogo con mediatore l'Egitto e soprattutto ponendo la smilitarizzazione di Hamas al centro della questione. Molti analisti hanno fatto notare che Obama è intervenuto (stavolta, non farci l'abitudine. ndr), in modo molto diretto sulla crisi, facendo dei distinguo chiari sul chi è l'aggressore e chi l'aggredito: «The president underscored the United States' strong condemnation of Hamas' rocket and tunnel attacks against Israel,and riaffirmed Israel's right to defend itself» si legge nello comunicato dell'Office of Press Secretary.

Ora si riparte da qui, con l'Egitto mediatore e con un'America per l'ennesima volta divisa internamente, sulle linee da seguire nei dossier più importanti di politica estera. Ed è proprio questo il punto: nella ricostruzione molto spesso disattenta delle questioni internazionali dei media italiani, è sfuggito che nel fine settimana a Washington si è consumata un'importante crisi politica. Obama non è in contrasto – almeno formalmente, poi vedremo – con Israele, ma è entrato in collisione con Kerry, capo della diplomazia Stars&Stripes (il suo capo della diplomazia).

Vulnus importante, difficile da colmare e che pone il problema dell'autorevolezza. Un altro tassello del fallimento di Obama in Medio Oriente. Il disimpegno, la lettura semplicistica, le divisioni. Non è la prima volta: per esempio sulla Siria, Kerry ha da sempre tenuto una linea più interventista di quella del presidente, ma ora di mezzo ci sono i rapporti con un "amico" storico.

Si dice che Israele da quando sono iniziati i colloqui alla presenza dell'Egitto, ha subito espresso perplessità per il ruolo americano al tavolo delle trattative - "shuttle diplomacy" l'avevano definita. E d'altronde Tel Aviv lo ha dimostrato nella risposta richiesta di pace inviata dal presidente Obama, che aveva chiesto il cessate il fuoco come «impegno strategico». Parole impegnative, che avevano ottenendo come replica la dichiarazione con cui il capo del governo israeliano cedeva alle pressioni delle componenti più radicali del proprio esecutivo, annunciando l'ampliamento delle operazioni su Gaza – perché «non c'è una guerra più giusta di questa» sottolineava Bibi. Praticamente l'opposto di quello ufficialmente chiesto dalla Casa Bianca: e ancora la proposta-Kerry non era stata presentata, figuriamoci adesso.

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