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venerdì 25 luglio 2014

Tutta colpa di Putin, forse

(Articolo uscito il 25/07/2014 sul Giornale dell'Umbria)

«Sei diventato un assassino comune, un delinquente comune». Adam Michnik, uno dei leader storici dell'anticomunismo polacco, ricorda sul New Republic che Alexander Herzen commentò così in una lettera scritta allo zar Alessandro II, la sanguinosa repressione con cui soffocò una manifestazione patriottica a Varsavia. Era il 1861. Secondo Michnik, Herzen si rivolgerebbe allo stesso modo, oggi, nel 2014, a Vladimir Putin.
La questione di fondo, è l'abbattimento del volo MH17 della Malaysia Airlines sui cieli di Grabovo, Oblast di Donetsk, al confine tra Ucraina orientale e Russia, dove i ribelli contendo i territorio al governo regolare di Kiev.
Il terribile incidente in cui hanno perso la vita 298 civili innocenti, è con ogni probabilità la conseguenza della scelta incosciente del presidente russo di armare – e sostenere, guidare, finanziare – le forze separatiste (quinta colonna del Cremlino).
Putin non molla l'Ucraina, anzi, la considera indispensabile nella ricostituzione di uno pseudo impero, se non formalmente riconosciuto, quanto meno rappresentato in una solida sfera di influenza, più ampia possibile – dove influenza è un eufemismo che sta per “controllo totale”. Le prove, per esempio, sono i conflitti etnici istigati in Lettonia e Estonia, lo smembramento della Moldavia, il piede sopra all'autoproclamata repubblica di Nagorno Karabakh.
In Ucraina orientale, nel corso di questi mesi di crisi, è arrivato ogni genere di fanatico, più a sostegno dell'idea di una sorta di Grande Russia, che dei ribelli stessi: monarchici sentimentalisti, nazional-bolscevichi, fascisti ortodossi, cosacchi, e via dicendo. L'enorme responsabilità, su cui il mondo intero sta richiamando il presidente russo, è l'aver fornito armamenti e appoggio a certa gente. Personaggi come Igor Bezler, soprannominato “Bes”, “demonio”, l'uomo che secondo lo Sbu (l'intelligence ucraina) avrebbe guidato il reparto che ha sparato il missile; anni passati tra l'esercito russo e le agenzie di sicurezza private, prima di finire tra le file dei reparti utilizzati dal Cremlino per operazioni tutt'altro che ufficiali. Oppure come l'autoproclamato premier della repubblica di Dontesk Alexander Borodai, cittadino russo di casa nella Mosca dei palazzi, che ha prima fornito informazioni confuse sui fatti, poi guidato le attività di depistaggio delle indagini e, infine, in una specie di legittimazione internazionale della sua figura, ha passato di persona le scatole nere del volo al primo ministro malese. Oppure ancora, gli onnipresenti – in momenti e zone di crisi – uomini del battaglione Vostok, creatura del Gru (il servizio segreto militare russo guidato dal generale Igor Sergun, accusato di essere il regista di tutta “l'operazione Ucraina”). Sarebbero stati proprio i fedelissimi del Vostok a spostare il lanciatore Buk lontano dalle zone del reato.
L'intelligence americana, nella notte di martedì, ha rilanciato le accuse contro i ribelli pro Mosca per l'abbattimento, ma è stata molto cauta nel coinvolgere direttamente i russi – a dire il vero, la ricostruzione presentata ai media è sembrata molto preliminare.
Il governo ucraino, invece, sostiene di essere a conoscenza del passaggio, tra giugno e luglio, di almeno tre apparati missilistici come quello sospettato, dalla Russia alle aeree di Snizhne e Torez (proprio dove è avvenuto l'abbattimento). Mezzi accompagnati da almeno tre ufficiali russi, esperti lanciatori. Se così fosse, nell'immenso calderone delle responsabilità su quello che è accaduto, andrebbe aggiunta l'Ucraina: se i servizi sapevano della presenza di quei lanciamissili, allora avrebbero dovuto allertare le compagnie aeree.
Di tutto ciò – delle ricostruzioni possibili, dei fatti fin qui noti e confermati dai vari satelliti che osservavano l'area, dell'inquinamento dell'area delle indagini, e (soprattutto) del fatto che la Russia possa essere in qualche modo responsabile della vicenda – a Mosca non se ne parla.
Le Tv, quasi tutte controllate dal Cremlino, sorvolano l'accaduto o forniscono propri scenari, proprie verità. Un caccia ucraino in zona, o la volontà di abbattere l'aereo su cui viaggiava Putin da parte di Kiev, sono le ricostruzioni più gettonate. Ma non ne mancano di più bizzarre, che arrivano a teorizzare che tutto sia l'effetto di un complotto, ordito dall'Occidente per incolpare Mosca, con il fine di poter dichiarare alla Russia una guerra apocalittica.
In Russia l'assenza di dibattito e di libertà nei mezzi d'informazione, fa sì che la popolazione creda realmente a queste tesi. D'altronde il popolo è bloccato verso l'esterno, spaventato, e vede in Putin l'unica via di protezione – circostanza frutto di una costruzione retorica che dura da anni, di una narrazione a tappeto che ha relegato nell'angolo ogni sorta di opposizione. La metrica dei media, che in questo caso seguiva lo stesso ritmo delle azioni dei ribelli ucraini, aveva innescato un loop paranoico nel popolo russo – che andava anche, per certi versi, a dissetare (e infiammare) la richiesta di nazionalismo di un popolo massicciamente traumatizzato dal XX secolo. Quello che Floriana Fossato, studiosa dei media russi, definisce «una sorta di sindrome post traumatica unita a una sindrome di Stoccolma collettiva».
Ora però con ogni probabilità il segno è stato oltrepassato. Putin rischia di diventare prigioniero dei ribelli filo-russi, usciti fuori controllo mentre stavano facendo il lavoro sporco per il suo piano geopolitico. E automaticamente schiavo della sua stessa propaganda.
Una situazione con cui Putin per primo dovrà fare inevitabilmente i conti, se non altro agli occhi del mondo.
Dall'inizio della campagna propagandistica, della guerra giocata sull'informazione, e l'altra guerra, quella giocata per procura, concepita, organizzata, spinta, in Ucraina, è passato molto tempo. Ora tra i campi di girasoli di Grabovo, ci sono ancora i segni di quei trecento cadaveri: quale sarà asdesso la prossima mossa di Putin?

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