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venerdì 11 luglio 2014

Torna la guerra in Israele: il Medio Oriente è fuori controllo

Eccola, è già arrivata: «la retorica sull'Intifada pauperista ed epica», di un pezzo della sinistra italiana accompagna, come sempre, inevitabilmente, i fatti di quello che sta succedendo in Israele. La citazione è rubata a Mattia Peradotto, presidente dei Future Dem (associazione giovanile nazionale, di primo rilievo nella galassia del Partito democratico); uno di quelli che la sinistra la rappresenta adesso e la rappresenterà in futuro, cercando di spostarla dai vecchi sistemi mentali – sperem.
L'approccio alla questione israelo-palestinese, è tra i vari vùlnera incolmabili, storici, di quel genere radical (chic, si aggiunge) della sinistra nostrana, che si porta dietro lo stare con i più deboli, ma dai lettini dell'Ultima Spiaggia di Capalbio.
Capire quello che succede in quella striscia di terra contesa, zeppa di storia, di cultura, di attesa, di passione, di sangue, è complicato: la semplificazione del buono e del cattivo, d'altronde, è molto meno faticosa e più basica. Quasi quasi anche più convincente.
È perché non si tratta semplicemente dello stare dalla parte dell'una o dell'altra realtà di questo scontro storico – a noi troppo distante per viverlo –, come ormai la razionalizzazione da bar-sport della nostra politica ci ha abituato. Dal nostro comodo appartamento umbro, l'unica cosa che possiamo, è limitarci ai fatti, onestamente, senza ipocrisie e congetture preconfezionate, intellettualmente liberi insomma – tuttavia non ci riusciremo facilmente. C'è troppa narrativa, che in parte (e in parte a nostra discolpa) arriva anche direttamente da quei territori, miele per chi se ne nutre.
Invece mai come adesso, in tutto il Medio Oriente, occorre attenersi alle vicende reali, al quel che succede, e non alle proprie idee – o ideologie. Talmente è fluida la situazione – si usa dire così, ché rende bene l'idea di un qualcosa che può uscirti di mano nel momento in cui credi di saperlo maneggiare. E pensare che poche settimane fa, erano tutti insieme da Papa Francesco a pregare per la pace.
La vicenda che ha dato il via a tutto, è tragica e vergognosa: tre studenti yeshiva, adolescenti, figli come i nostri, rapiti da due banditi “vicini al mondo di Hamas” e uccisi a sangue freddo. Durante le inutili operazioni di ricerca, le forze di sicurezza israeliane si sono concentrate sul gruppo islamista, sebbene si sia sempre dichiarato estraneo al rapimento, arrestandone numerosi componenti. Estraneità che tuttavia è stata condita comunque da alcuni commenti favorevoli sul gesto da parte di membri del movimento e il lancio di svariati razzi verso il territorio israeliano. Poi c'è stato l'altro fatto altrettanto vergognoso: sempre un giovane protagonista, stavolta palestinese, ucciso barbaramente da ebrei radicali – dei pazzi.
Da lì il finimondo, più o meno. I razzi da Gaza non hanno più smesso di piovere, e sono arrivati fino ai cieli di Tel Aviv e Gerusalemme: ordigni modificati artigianalmente sulla base di missili iraniani, diretti verso obiettivi esclusivamente civili, senza disdegnare la centrale nucleare di Dimona (pochi i danni, di fatto, perché il sistema di difesa e intercettazione anti-missile Iron Dome ha lavorato a dovere). Israele ha risposto: non una rappresaglia, ma una vera e propria campagna militare, ha sottolineato Netanyahu. Raid aerei su centinaia di obiettivi, che si sono portati dietro vittime civili, forse il frutto dell'uso di scudi umani da parte di Hamas, a sentire il primo ministro.
Morti: «danni collaterali» li ha definiti Bibi, come se bastasse quando si parla di persone. E non c'è discernimento tra i morti. Quelli di qua o quelli di là – per coloro a cui piace mettere un “qua” e un “là” – hanno lo stesso valore: non è vero?
La situazione è tremenda. Per la prima volta dal 2012, anno in cui ci fu una breve guerra, Hamas ha rivendicato il lancio di razzi verso Israele – negli ultimi giorni uno ogni dieci minuti. Il governo israeliano, oltre agli F16, agli Apache, ai droni, che hanno colpito più di 500 siti militari del gruppo jihadista, è pronto con le truppe di terra e ha approvato la richiesta dell'esercito (e dello Shin Bet) di allertare 40 mila riservisti – un programma ampio quello dell'Operation Protective Edge, una «campagna lunga» l'ha definita il ministro della Difesa Yaalon.
Hamas sebbene si sia militarmente rafforzata nel corso degli ultimi anni (dalle stime avrebbe a disposizione 11500 missili, mine e dispositivi anti-carro, oltre che combattenti addestrati) è in difficoltà – differentemente dai tempi passati, quando le azioni militari non fecero altro che rafforzarla, stavolta Israele potrebbe dare il colpo di grazia all'organizzazione e al suo braccio armato, le brigate Hazzedin al Qassam. Non è più condivisa dal popolo, nemmeno da quello di Gaza, ed è stretta anche ad occidente dall'Egitto, dove l'esercito di Sisi è in azione contro i tunnel del contrabbando; proprio quello stesso Egitto che ha aperto il valico di Rafah per il passaggio dei feriti e che s'era offerto da mediatore di pace (credibile anche per Israele) pochi giorni fa – interessato, sia chiaro, visto che l'instabilità a pochi passi dal Sinai mossa dalla costola dei Fratelli musulmani, dichiarati fuorilegge in patria, è una realtà scomoda anche per il Cairo.
E Abu Mazen? L'anziano leader dell'Autorità nazionale palestinese potrebbe essere l'unico in grado di costruire la pace. Potrebbe.
Ci crede (un po') Israele, anche se lo ha criticato ampiamente per la scelta di accettare l'appoggio politico del partito di Hamas all'attuale esecutivo tecnico e Netanyahu ha fatto sapere che il «cessate il fuoco non è in programma». Ci crede la comunità internazionale. Ci crede, su tutti, da sempre, Barack Obama: giorni fa sul quotidiano israeliano Haaretz l'ha definito come l'unica possibile «controparte impegnata per una soluzione a due stati».
D'altronde proprio Mazen nei giorni tesi delle ricerche dei tre yeshiva ha messo a disposizione le sue forze di sicurezza per aiutare l'IDF israeliane.
Sulla sua adeguatezza restano comunque dubbi, invischiato nella bipolarità legata alla gestione dei rapporti con Hamas. E tutto diventa ancora più complicato dalle questioni complesse dietro alla sua delicata successione – e quei dubbi aumentano.
Niente è semplice in quelle terre: il Medio Oriente è definitivamente fuori controllo. E purtroppo in certe circostanze è faticoso distinguere i buoni dai cattivi. Anche se sarebbe facile, e soprattutto bello.
Ma volete una semplificazione comunque? Allora diciamo che tutto sta dietro ad un problema: “finché israeliani e palestinesi non si riconosceranno come esseri viventi, non ci sarà mai pace” (citazione un po' modificata, stavolta rubata al gruppo di @ItalianPoltics).

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