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mercoledì 16 luglio 2014

Parlare con Hamas, meglio che col Califfo

«Ci sono opzioni peggior di Hamas» ha detto Efraim Halevy, a Christiane Amanpour della CNN. C’è sempre da fare attenzione quando parla l’ex capo del Mossad (servizio segreto esterno d’Israele): anni passati a lavorare per una delle più forti – e discusse – organizzazioni di intelligence mondiali, hanno insegnato all’avvocato ormai ottantenne, a ponderare ogni parola, a sceglierle per dare il massimo del significato a ogni singola sillaba. «Abbiamo coniato un nuovo metodo di diplomazia nel XXI secolo: non ci incontriamo con loro, non parliamo con loro, ma noi li ascoltiamo»; tutto e niente, è sempre così quando raccontano quelli come lui.

Tuttavia il messaggio è traducibile in un “a volte si può scendere a patti col nemico”. Come quando fu rapito il soldato Shalit, «abbiamo negoziato con Hamas», dice Halevy sul rilascio, andando oltre ad uno dei capisaldi del counterterrorism internazionale di questi ultimi anni: mai scendere a patti con i terroristi.

Per accorgersi poi, che chi quel motto l’ha messo in giro come un mantra insostituibile – gli Stati Uniti – in fin dei conti è stato il primo a non rispettarlo. E non si tratta soltanto della liberazione dei cinque detenuti talebani a Guantanamo, in cambio del soldato Bergdahl (l’unico militare americano ancora prigioniero dalla guerra in Afghanistan). Si pensi alla storia che era girata qualche mese fa, quando un funzionario di alto livello dei servizi statunitensi che rivelò a BuzzFeed il back-channel che l’Amministrazione Obama aveva portato avanti per anni proprio con Hamas (complici Egitto, Giordania e Qatar, mentre Israele era all’oscuro).

Più avanti nell’intervista, Halevy si spiega meglio: «Hamas è il male, ma l’ISIS è peggiore»: il riferimento allo Stato Islamico scopre una seria preoccupazione israeliana. Da tempo i servizi stanno osservando attività di reclutamento degli uomini del Califfato tra la popolazione della Striscia. «Come succede in Europa», dice l’ex capo del Mossad. Si sa che jihadisti palestinesi sono partiti a combattere in Siria: d’altronde Hamas è sunnita – e ha fazioni interne d’ispirazione salafita – e il richiamo del takfirisciita Assad, è forte. Sul punto, c’è stata la mediazione dello stesso Iran: rispetto delle posizioni sulla Siria, a dispetto delle lamentele degli altri dell’asse, Hezbollah e Damasco stessa, che avevano storto il naso per il ritorno dei finanziamenti da parte dei mullah.

Tra un po’ lo Stato Islamico potrebbe arrivare sul Golan e avvicinarsi ancora di più al territorio israeliano. La fascinazione che il Califfo può indurre nei giovani palestinesi, disoccupati, emarginati, senza futuro, può essere enorme.

Israele è informata e per questo preoccupata: “i califfi” sono molto più pericolosi e soprattutto imprevedibili del vecchio e conosciuto nemico – col quale, alla fine si può addirittura a scendere a patti.

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