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giovedì 31 luglio 2014

L’Iran, i tunnel, e l’ossessione di Netanyahu

(Pubblicato su Formiche)

Ben Caspit, columnist per al-Monitor e per diversi giornali israeliani, si chiedeva qualche giorno fa, se in futuro, sedata la guerra di Gaza che va avanti da oltre 20 giorni, sarebbe stato il caso di aprire una commissione d’inchiesta sulle responsabilità dell’apparato di sicurezza di Israele.

Il quid non è come molti potrebbero pensare legato alla possibilità di crimini di guerra commessi durante gli attacchi (le vittime civili, gli edifici Unrwa colpiti, le utility finite sotto il mirino dei caccia, magari potrebbero anche finirci in un’indagine, ma qui non si parla di questo); la questione secondo Caspit si lega al «clamoroso fallimento degli apparati di intelligence», che nel corso degli anni non sono stati in grado di bloccare la costruzione dei tunnel di Hamas.

I passaggi sotterranei oltre-Striscia, che adesso stanno al centro del dibattito perché individuati da Netanyahu come il motivo principale dietro al “Go!” sull’offensiva di terra, erano a tutti gli effetti delle realtà conosciute dall’IDF. Ma con molte lacune.

Secondo spifferate della Difesa – anonime e citate sempre da al-Monitor - Israele avrebbe avuto accesso, da anni, a un buon set di informazioni sulle operazioni di scavo lungo il confine, ma senza risultati.

Per esempio, nel mese di marzo del 2013, le forze IDF avevano scoperto l’esistenza un tunnel sbucare appena fuori del kibbutz di Ein Hashlosha. Gli abitanti del villaggio avevano dato una grossa mano, denunciando rumori e vibrazioni sospette. Ma l’intervento è stato lento, almeno secondo i coloni locali, tanto che dopo anni di chiamate e segnalazioni, si erano dovuti organizzare da soli, cercando di intercettare il passaggio per allagarlo e renderlo inagibile. La zona, per la cronaca, è stata oggetto di tentavi di infiltrazioni falliti anche nei giorni precedenti all’avvio dell’operazione Protective Hedge – e chissà se non sia stato proprio quel tentativo a Sufa a fare da ultima goccia per il traboccamento del vaso.

Il 24 luglio in un’intervista in Tv al Canale 10, il ministro delle Comunicazioni di Tel Aviv Gilad Erdan (uomo del Likud), aveva ammesso che l’esecutivo era a conoscenza della presenza dei tunnel già da diversi anni: poi, pressato dalle domande del giornalista Oshrat Kotler sul perché, allora, non si era fatto niente prima, spiegò che il “problema-tunnel” non era stato tra le priorità di Israele fino a quel momento.

Quanto meno una sottovalutazione del pericolo, in effetti c’è stata. Secondo quanto fatto trapelare dallo Shin Bet sui primi interrogatori ad alcuni miliziani di Hamas fatti prigionieri in questi giorni, il piano che il movimento islamista aveva costruito intorno ai tunnel, era tragico e poderoso. Inviare, tutti insieme attraverso le gallerie, centinaia di kamikaze in territorio israeliano per attentati e rapimenti tra le città del sud del paese, Simulazioni della Difesa hanno calcolato che per Tel Aviv si sarebbe trattato di una tragedia di dimensione superiore a quella della Guerra del Kippur (1973).

Va ricordato, su tutto questo, che se Hamas il 17 luglio non avesse respinto la proposta di tregua ( per quanto discutibile e tendenziosa) scritta dall’Egitto, probabilmente Israele non avrebbe proceduto con l’attacco di terra, e forse non avrebbe mai scoperto la reale entità del pericolo che i tunnel rappresentano – e allo stesso tempo, le talpe di Hamas avrebbero potuto proseguire nella loro opera.

C’erano stati, nel corso degli anni, dei tentavi di occuparsi del problema. Ricorda Guido Olimpio sul Corsera, che già nel 2001 erano diventati «”il” problema», con l’esercito che si era rivolto alle varie facoltà universitarie per cercare risposte. Esperti come Yossef Hatzor, presidente del Dipartimento di Scienze geologiche e ambientali della Ben Gurion University, o il suo collega Haim Gvirtzman, geologo senior presso la Hebrew University, pensarono subito alla geofisica: una rete di geofoni per monitorare ogni movimento sotterraneo. Il piano c’era, funzionava, ma andò in malora nell’applicazione. Ancora buchi: racconta Olimpio che nel 2004 il Comando Sud contattò Yossy Langotsky, «veterano della guerra dei sei giorni, geologo e uomo pratico», che avallò il sistema dei geofoni, ma di nuovo, tre anni dopo, il piano si annacquò. Si arriva al 2006 e al rapimento del soldato Gilad Shalit: dramma nazionale, che soltanto un paese visceralmente legato al mondo militare come Israele può percepire. Il rilascio arriva cinque anni dopo: Gilad è vivo, il paese in festa. Sì, ma lo scambio è costato oltre mille detenuti palestinesi: proporzione che vale molto per comprendere l’importanza strategica delle gallerie.

Ruolo forse sottovalutato da Israele, s’è detto. I rapporti dell’intelligence – inerme, tanto quanto la scienza, nell’individuazione – diventano devastanti nel 2010: secondo i funzionari ogni singola abitazione ebrea nell’area che circonda la Striscia, è a rischio. Molto peggio dei razzi.

Eppure negli anni l’esecutivo di Tel Aviv ha preferito dare spazio e soldi ai programmi anti-missile. Tra i più attenti analisti militari, serpeggiano le critiche sulla linee di Bibi. Si chiedono: perché non ha investito sulla ricerca dei tunnel, tanto quanto sull’Iron Dome?

Qualcuno – in diversi in realtà – cominciano a parlare di un’ossessione di Netanyahu (e di molti influenti politici israeliani): l’Iran. Il primo ministro avrebbe concentrato tutti i suoi sforzi e le sue energia per creare una pronta risposta al programma nucleare iraniano – sembra, e non sarebbe da stupirsi, che il piano per un attacco aereo contro le postazioni nucleari di Teheran sarebbe operativo in pochi minuti. Il giornalista diHaaretz Aluf Benn in una serie di articoli pubblicati lo scorso anno, ha rivelato quanto questa ossessione iraniana è costata ai contribuenti israeliani: il bilancio dei servizi segreti ammontava a 1.75 mld di dollari, molti investiti per pianificazioni sull’Iran. Tra i soldi spesi, ci si può mettere pure l’Iron Dome, pensato per difendere dai missili balistici iraniani, più che dai Qassam palestinesi.

Nel frattempo le talpe di Hamas procedevano, facilitate da errori di valutazione e burocrazia militare.

Certamente l’Iran stava lavorando contro Israele con ogni sforzo possibile, ma lo stava facendo – oltre i proclama e le invettive dei mullah – aiutando gli uomini di Hamas a scavare i tunnel. Sotto le case degli ebrei, nei propri territori. E lo faceva attraverso i fidati uomini di Hezbollah, mandati a fare consulenza non solo militare, ma anche sugli scavi e sulle tecnologie per andare sempre più a fondo, per superare la rete dei geofoni e delle trincee, e per rendere le gallerie sempre più stabili e fruibili. Un network fitto, che ora è diventato complicato da individuare, e che sta portando il più forte esercito del Medio Oriente ad impelagarsi in un conflitto urbano, contro forze di guerriglia organizzate e nascoste, annaspando nell’individuazione degli obiettivi precisi.

Sui tunnel – oggettivi argomenti di legittima difesa – si è impantanata l’intelligence israeliana da diversi anni: e lo sta facendo di nuovo in questi giorni.

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