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lunedì 28 luglio 2014

Libia GTFO

Una volta, in una specie di altra vita, mi trovavo in Sardegna; in quella Sardegna di Porto Cervo, in uno di quei locali di quella Sardegna di Porto Cervo: il Sottovento. Al microfono c'era Isa-B e al tavolo dietro al mio c'era Saadi Gheddafi. A quei tempi giocava con il Perugia, presupposto che portò me e un paio dei miei amici a provare di sfondare il blocco dei servizi di sicurezza che stava intorno al suo angolo alla Serse - non Cosmi, eh, ma il re dei persiani, per quanto era accerchiato da vizi di ogni genere.

Un'orgia di opulenza, che attirava come una calamita il ventenne provinciale che ero - occhio che non voglio dire che adesso non sono più provinciale, l'"ero" vale solo per il ventenne. (Soprattutto perché ero partito proprio per quello: vedere la bellavita, come quando un lustro prima andai a Parigi a vedere la Gioconda).

Saadi era esattamente quello che uno si poteva immaginare: un personaggio di certi film, dove c'è il cattivo spaparanzato tra gli agi (e i vizi, molti dei quali in perizoma), mentre architetta il piano diabolico contro l'eroe americano che inequivocabilmente manderà tutto in aria e salverà il mondo. Quella sera però, i mondi da salvare erano molti meno delle bocce di Crystal, così noi - ammericani provincialissimi - cedemmo, con piacere, al fascino. Tra un "Grande Saadi!!" e un coro del Grifo, alla fine si convinse a farci passare il cancelletto che lo separava dal resto della pista e invitarci in mezzo a loro. Calici spaccati dai tacchi delle ballerine, facce chimicamente molto intesite, brutti ceffi, energumeni, gran culi. Un film dal quale ci levammo in tempo, saggiamente provinciali, portandoci dietro un paio di bottiglie di champagne.  

Anche il rampollo Gheddafi restò una frazione di secondo dopo il nostro arrivo - anche per questo credo ci fu permesso di passare, infatti, in realtà, poi il cancelletto resto aperto per tutta il resto della serata. Saadi partì con una con un vestito rosso che ancora me lo ricordo insieme a un'altra tipa e due armadi - ora penso che siano stati mukhabarat prestati dal padre, prima credevo solo che fossero cattivissimi. Uscirono da una porta di sicurezza, che quando si aprì nitidamente su una ferrari 360 cabrio bianca, un suv Mercedes e una pattuglia della polizia italiana con i lampeggianti accesi.

Quello era Gheddafi: champagne, donne, servizi segreti, individui loschi, Italia, cocci in terra, uscite di sicurezza e scorta.

Gheddafi era un pessimo individuo e d'altronde come si dice qua a Perugia "la quercia non fa uva": il padre, Muhammar, il Raìs, fu spazzato via dalla Libia e dalla Terra, con l'intervento militare internazionale, che a fine ottobre del 2011 aprì la strada al Consiglio di transizione nazionale.

Ma dire che la Libia, uno stato con cui abbiamo moltissimi rapporti e interessi - sì, un certo passaggio storico forse è meglio dimenticarlo - nonché vicinanza geografica, abbia risolto i propri problemi con la caduta del Raìs, sarebbe improprio.

Da tre anni il paese è in mano a tribù, milizie locali, fazioni, gruppi, che lasciano poco margine al potere politico (che, per altro, non fa niente per darsi credibilità, forza e stabilità).

Attualmente la situazione sta precipitando: l'azione indipendente e non autorizzata del generale Haftar contro le forze islamiste è in corso da un paio di mesi. Era partita con sprint, si erano fatte diverse considerazioni su quello che potesse significare e su possibili retroscena, poi la spinta è calata sia militarmente, sia - conseguenza - mediaticamente. Fino a qualche giorno fa. 

Domenica 27 luglio il ministero della Salute libico ha fatto sapere che il bilancio di morti negli ultimi scontri tocca quota 100 (con oltre 400 feriti di varia natura): si combatte intorno all'aeroporto di Tripoli. Ma anche a Bengasi, dove nella giornata di domenica ci sono state una quarantina di vittime. Da un lato le forze di Haftar (l'esercito, detto in senso lato), dall'altro i miliziani islamisti. Ma non solo, perché l'operazione "Dignità" del generale, sta aprendo la scena alla deriva del conflitto: una nuova guerra civile? 

L'aeroporto è chiuso - la storia, per una volta, insegna; almeno quella fresca del volo MH17. Gli stranieri stanno lasciando il paese. Una centinaio di italiani sono stati portati fuori "sotto protezione" - significa che i nostri militari sono a Tripoli - via terra, per essere presi dai voli militari in Tunisia: la sede diplomatica, invece, resta aperta ed operativa fino a nuovo ordine. Lo stesso percorso verso il confine tunisino è stato seguito dagli Stati Uniti, primo paese occidentale ad aver evacuato l'ambasciata - segno evidente della gravità della situazione, e di quanto quello che successe al povero ambasciatore Stevens nel 2012, abbia lasciato un segno profondo nella coscienza americana. Invece il convoglio diplomatico britannico, nella serata di domenica è stato attaccato mentre sgomberava, ma a quanto pare non ha riportato danni. Anche Olanda, Francia e Germania, hanno lasciato le sedi consolari. 

Le attività dell'Eni - centro degli interessi italiani nella regione - proseguono sotto monitoraggio, mentre nella nottata appena trascorsa, un missile ha centrato un serbatoio della società petrolifera Noc. I vigili del fuoco non sono riusciti a spegnere l'incendio che ne è scaturito e dopo diverse ore hanno dovuto abbandonare la zona, per la paura di possibili esplosioni - che, secondo le stime, potrebbero investire un'area dai 3 ai 5 chilometri di raggio.

A Tripoli, la zona dell'aeroporto è stata da sempre controllata dalla milizia Zintan - adesso fedele a Haftar. Ora è sotto attacco degli ex ribelli di Misurata.    
    
Tutto avviene mentre si prepara la strada politica per il passaggio di potere dal Consiglio di transizione: certo è che cercare di dare istituzioni democratiche, con le riunioni del Parlamento a Bengasi che avvengono sotto i colpi di Ansar al-Sharia (il principale dei gruppi jihadisti operanti nell'area), è quasi impossibile.

La Libia è a pezzi, come i calici da champagne sotto i tacchi delle ballerine di Saadi quella volta al Sottovento.


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