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venerdì 11 luglio 2014

Le red lines israeliane e i rischi degli stivali a terra

(Pubblicato su Formiche)

Red line: ci saranno di sicuro delle linee invalicabili poste da Israele, prima che la già corposa offensiva “mirata” contro Hamas, diventi campagna di terra e invasione di Gaza – finora messa instand by.

È per esempio immaginabile pensare, che la sopportazione al lancio di razzi e colpi di mortaio verso svariate città israeliane, abbia un limite. Giovedì Tony Blair, che ha anche rivestito il ruolo di inviato del Quartetto, intervistato dal network Ynet ha detto: «nessun paese può tollerare che milioni di persone vivano nella paura e che debbano rifugiarsi ogni notte». Bambini costretti ad affrontare corsi di psicologi che insegnano a riconoscere il pericolo, anziani obbligati a muoversi in parchi dotati di protezione, famiglie che vivono in vecchie case, quelle senza stanze protette, chiuse per giorni nei rifugi (leggere il reportage di Maurizio Molinari sulla Stampa, per capire di cosa si tratta). Probabilmente una di quelle linee rosse sta proprio nei razzi: fin quando non faranno danni gravi – un paio nella notte di mercoledì, sono stati sparati contro il centro nucleare di Dimona, nel Negev, senza serie conseguenze – l’offensiva di terra può aspettare. Poi si parte.

Il ministro alla Difesa Yaalon ha detto che nell’agenda dell’Operation Protective Edge, non c’è segnato un cessate il fuoco. I raid continuano: e si portano dietro le tremende conseguenze, con la conta dei morti che arriva a cento – a cui aggiungere circa 600 feriti. Molti sono civili, tanti altri miliziani.

Non bastasse già la complessità della situazione, nella nottata appena trascorsa, sembrava essere stata superata un’altra di quelle probabili red lines. Uno dei due missili lanciati dalle aeree al confine con il Libano è caduto a Kfar Yuval, tra le città di Metula e Kiryat Shmona, senza danni – l’altro per un guasto tecnico è precipitato dentro il territorio libanese. Si è subito pensato al coinvolgimento di Hezbollah – in certi momenti, si guarda istintivamente al peggio – ma a quanto pare, per le informazioni disponibili al momento, si tratterebbe di un cellula di Hamas operante in territorio libanese. Certo è, che Israele non tollererebbe azioni da parte di Hez in supporto dei palestinesi.

E poi ci sono gli attentati: Hamas è continuamente monitorata da droni, palloni aerostatici con visori di precisione, sensori territoriali, telecamere, che coadiuvano la fitta rete dei contatti locali, dei servizi vecchio stile. Il monitoraggio evita pericolose infiltrazioni nel territorio israeliano, tuttavia non si può escludere la possibilità che l’azione di Hamas non si limiti ai razzi, e questo diventerebbe un altro – ovvio – dei quei limiti insuperabili.

D’altronde, però, mettere boots on the ground Tsahal non è una soluzione facile. Ci sono molti dubbi pure tra l’esecutivo di Tel Aviv: anche se i falchi premono.

Le sei brigate armate di Hamas negli ultimi tempi sono cresciute dal punto di vista di tecniche e tecnologie militari: sono stati preparati commandos anfibi in grado di colpire Israele dal mare – pochi giorni fa uno di questi è stato bloccato (l’azione ripresa in video).

Tuttavia l’organizzazione è in calo di consensi tra la popolazione – compresa quella di Gaza. Se nel 2007 aveva raggiunto il 62% di opinione favorevole, ora è scesa al 35. I soldi ai combattenti non mancano, ma nella Striscia poliziotti, medici, dipendenti comunali, spesso restano per mesi senza stipendio – è questo ciò che ha peso tra la gente. La storia insegna, però, che in una possibile nuova guerra (la terza Intifada?), l’evocazione potrebbe richiamare nuovi combattenti.

Lo scenario che si prospetta agli uomini dell’IDF è un’invasione della Striscia, in una sorta di scenario da pseudo-guerriglia tra le vie di Gaza City, per cercare di stanare i jihaidsti nei loro nascondigli. Niente di facile: anche perché Israele avrebbe raccolto informazioni militari che parlano non soltanto di 11500 razzi :tra le disponibilità delle brigate Qassam, ci sarebbero anche mine anti-uomo e sistemi anti-carro. Il prezzo in vite umano sarebbe altissimo tra i soldati israeliani: così come tra i civili palestinesi – oggi si è diffusa la notizia secondo cui alcuni di quei razzi sarebbero stati nascosti nei magazzini delle scuole di Gaza.

Oltre alla questione umana, a frenare l’intervento israeliano c’è la comunità internazionale. USA, Francia, Germania, Onu, spingono per una de-escalation e denunciano l’eccessivo uso della forza da parte di Israele. Ma Netanyahu ha, dalla sua, tutti i presupposti per infischiarsene.

Sui dossier internazionali spesso non è stato ascoltato: a cominciare dall’Iran, dove sul nucleare chiedeva fin da subito più fermezza e minore flessibilità alle richieste dei mullah – alla fine sembra che avesse ragione lui, visto le notizie che escono dal vertice di Vienna, che parlano di sostanziale distanza tra le parti. Oppure sulla Siria: Netanyahu ha il conflitto a un passo, con Hezbollah e iraniani impegnati contro i jihadisti al fianco di Assad. Tutti nemici israeliani. Non solo, può rivendicare anche l’exploit dell’IS, nuova calamita del terrorismo islamico, che attira proseliti tra Siria e Iraq da tutto il mondo, e di ciò che succede a lasciare troppo spazio agli islamisti.

L’intelligence di Gaza probabilmente spingerà il conflitto fino a portare Israele all’all in della mossa terrestre: punto in cui il governo dello Stato ebraico dovrà correre dietro Hamas per dimostrare la propria credibilità.

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