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sabato 19 luglio 2014

La mia su Israele

Ho scritto diverse cose su quello che sta succedendo in questi giorni a Gaza - nessuna di certo imperdibile e insostituibile. Diciamo che ho cominciato anche da prima: in clima Mondiali, vacanze, IMU, semestre europeo - qui mi vanto e lasciatemi perdere un attimo - sono stato uno dei pochi ad aver provato a dare parecchio risalto al rapimento dei tre ragazzi yeshivah il 12 giugno. Che avessi capito che sarebbe stato il fatto scatenante dell'attuale escalation è improprio, anche perché così non lo si può definire - almeno non si può dire che sia l'unico dei fatti scatenanti - ma era una vicenda grave, avvenuta in un momento particolare che meritava di certo risalto (a cui invece molti dei media italiani, per esempio, non ne hanno dato adeguatamente). Al limite può essere definito un casus belli, ma insieme - tralasciando il contesto per un attimo - alla pioggia di missili messa su da Hamas nei giorni successivi.

Ecco appunto: è indiscutibile che sia chiaro chi delle due parti ha iniziato. Questo che dico non è tifo, non è schierarsi; sto provando a non farlo, perché non mi interessa farlo. È cinico, forse sì, ma quei missili non cadono da Bettona - per dire un posto a pochi chilometri da dove vivo - e quelle terre non le stanno contendendo i bastioli (quelli di dove vivo) con gli assisani (quelli appena fuori da dove vivo). È roba distante, noi la vediamo da qua e per fortuna non l'abbiamo mai provata sulla nostra pelle, ragion per cui mi metto automaticamente contro i saperlalunghisti che si schierano pregiudizialmente e preventivamente da una parte. In queste contese, io una parte non ce l'ho: mi interesso, osservo, provo a ragionare.

Noto comunque, che quella parte è più che altro una, e da diverso tempo: si sta con i palestinesi. Siano loro i bambini inermi, o gli sfasati criminali di Hamas fomentati dalle peggiori teocrazie arabe - qualcuno arriva pure a dire, che beh, in fondo, il terrorismo è comprensibile. Del perché se n'è pure parlato: il neopauperismo in una terra dominata dal Papa e fertile per un certo genere di sinistra ci ammorba - è un po' la dinamica con cui quegli stessi tifano per il difensore scarso che marca Cristiano Ronaldo, ché è muscoli e soldi, il talento va da parte, mentre il terzino "poveretto" e bla bla bla.

Tutti contro Israele e quel "fascista" che governa. Sugli ebrei semanticamente c'è più freno, invece. Perché se la componente pro-Palestina innamorata del nazionalismo (quelli di Casapound, per dire), non ha problemi a mettere in mezzo i complotti giudaici e via discorrendo (fino a dietro, molto indietro, a chiedersi "eh, ma se tutti ce l'hanno con gli ebrei un motivo dev'esserci, no?"); quegli altri, quelli della bella sinistra che sono affascinati dal terzomondismo arabo, la parola "ebrei" la usano con più difficoltà, quasi la evitano, per paura di uscire da un seminato chic e sfociare nella peggiore delle accuse che sta dietro a tutto questo: l'antisemitismo da bar - è questo che penso di parecchi, sappiatelo, full disclosure.

A me piacerebbe, che si analizzassero i fatti in quanto tali e nelle contingenze adeguate, senza ricorrere necessariamente a ricostruzioni e ragioni storiche - che forse, a volte, non solo distorcono i fatti, ma li peggiorano, come in questo caso.

Ripeto, che dire questo non significa stare con Israele: stare contro qualcosa - quelli che vanno dalla parte della Palestina senza ascoltare e per automatismo ideologico - non significa mettersi a favore di qualcos'altro: questo è discorso che vale non solo in questo caso, ma è lungo e meriterebbe molto più spazio.

Sono straziato dai bambini palestinesi uccisi, sono straziato dalle famiglie che devono lasciare le proprie case con le sole quattro cose che possono portarsi dietro, prego per loro; così come non ho problemi a pregare e ad essere straziato per i bambini israeliani che devono subire corsi di psicologia del pericolo per capire cosa fare quando sentono l'allarme missile, e per i ragazzi che devono convivere con la paura ogni volta che vanno a mangiarsi una pizza, perché non sanno se sul tavolo a fianco al loro c'è un malato terrorista che vuole farsi saltare in aria con tutte le birre in mano - sì, il problema dei kamikaze si è risolto con il Muro, e io non ho problemi a dire che ha funzionato.

Qui, qualcuno - sono in pochi per fortuna - tira fuori il tabellone con i morti: i palestinesi sono tanti gli israeliani pochissimi. Tralasciando la tristezza automatica davanti a certe considerazioni, l'argomentazione ha un suo essere, comunque. Gli israeliani non muoiono perché il loro stato spende soldi per difendersi dagli attacchi; i palestinesi muoiono perché i loro governanti li usano come scudi umani, nascondono i missili dentro scuole e ospedali (ieri li hanno trovati dentro un edificio della Nazioni Unite, che erano lì per dare sostegno umanitario alla popolazione), e si comprano ville da nababbi e investono in fondi qatarioti, con i soldi che il mondo - compreso Israele - gli manda per sostenersi. I vertici di Hamas - alla faccia dei combattenti - sono ricchissimi, non con soldi guadagnati, ma con quelli sottratti ai finanziamenti internazionali: la popolazione di Gaza - non i Palestinesi, ma la popolazione di Gaza, che dopo il 2007 si può considerare altra roba dalla Cisgiordania - è alla fame.

Tornando alle attuali circostanze, non si può denigrare Israele per aver scelto di difendersi - si approfondisce poi, perché tutto ruoto intorno a questo. Un paese sotto un pioggia di missili, lanciati da gruppi militari che vogliono la morte di tutti gli ebrei - me ne ricordo un altro così, e voi non ne difendete la memoria, giusto? - e che puntano solo obiettivi civili. Uno stato di diritto, contro la bestialità di un pezzo di territorio (che Israele ha ceduto alla Palestina, dopo averlo preso all'Egitto che gli aveva dichiarato guerra, e che si è voluto staccare, con una guerra, dall'Anp) governato da un'organizzazione criminale. [Testimonianza dell'enorme differenza: quando un gruppo di estremisti ebraici (ci sono pure quelli e non sono meglio degli altri, sia chiaro), hanno bruciato vivo un giovane palestinese a fine giugno, la polizia di Tel Aviv ha avviato le ricerche, preso i colpevoli e li ha sbattuti in prigione; differentemente, quando quei tre ragazzi sono stati uccisi, Hamas e i clan di Hebron hanno favorito la fuga dei due Qawamesh responsabili del rapimento e della successiva uccisione, che si sono (forse) rintanati a Gaza. La differenza è tutta lì: uno stato come Israele non permette che i kahanisti (per esempio) prendano il potere: a Gaza, c'è una dittatura terrorista.].

C'è un'evidenza dei fatti che sfugge. Le leadership israeliane non sono certo impeccabili, anzi, diciamolo, spesso sono stronze - per usare un termine che racchiude un po' tutto senza troppi giri di parole. Ma vogliono vivere in pace - magari se possibile spassarsela come tutti noi. Quelle di Hamas - di Hamas e di gruppi come la Jihad Palestinese e diversi clan della Striscia, non i palestinesi - no: questi, continuamente rinfocati da certe assurde e pericolosissime teocrazie islamiste, vivono per distruggere Israele e per spazzarlo via dalla regione uccidendo tutti gli ebrei, in quanto ebrei. Quando si usa la parola "genocidio" per descrivere le azioni israeliane, direi che questo è un aspetto da non dimenticare - la cancellazione degli ebrei non succede, soltanto perché Hamas non ha abbastanza potenza di fuoco, e gli amici iraniani, libanesi e siriani hanno altro a cui pensare.

Se fosse per Fatah, per Abu Mazen, per la Cisgiordania, probabilmente ci sarebbe la pace. Due Stati e due popoli ─ poi è da vedere come la Palestina sarebbe amministrata, ma è un altro discorso. Ora succede che Fatah e Mazen, devono pregare che Israele vada veramente fino in fondo a distruggere Hamas, per poter negoziare, perché se il gruppo di Gaza riuscisse a strappare un cessate il fuoco anche lontanamente favorevole, sarebbero guai anche nel West Bank.

L'unica cosa sensata da contestare completamente ad Israele, è l'uso della forza. Tornando appunto sul concetto di "difesa" che utilizza lo Stato ebraico, che oltrepassa quello di difesa attiva dei cittadini. Mostrare i muscoli, per dirla forbiti la deterrenza, non ha portato a niente finora e con ogni probabilità non porterà a niente mai. Solo morti, parecchi purtroppo civili, molti sacrificati in nome del nulla. Israele con gli Apache e i soldati boots on the ground non ha costruito niente, e continua a perpetrare anche stavolta, una strategia sbagliata. Si tratta - l'ho già detto da un'altra parte - di una questione ciclica. Provocazione di Hamas, attacchi di Hamas che mostra quanto si è rafforzata, reazione di Israele, deriva della reazione verso campagne militari, limitazione di Hamas, cessate il fuoco; da qui ricomincia il pezzo di ciclo che si vive nella fase di pace apparente: Hamas prende soldi dagli alleati, si rafforza, studia nuove tecnologie militari (vedi i droni che finora non aveva a disposizione), poi arriva un nuova provocazione (un rapimento, un missile verso una spiaggia di Eliat, è lo stesso), i razzi successivi, e si riparte. Quello che fa Israele sembra solo un prendere tempo tra una crisi e un'altra: crisi che porterà altre morti.

Tutto questo, comunque, è facile dirlo da qui, tra un barbecue stasera e una piscina domani, tra le spiagge del Tirreno e l'aria condizionata accesa prima della pennica a pancia piena del sabato pomeriggio. Poi, ahimé, chiunque si sarebbe trovato laggiù avrebbe fatto lo stesso di Netanyahu - e purtroppo, soffro a dirlo, magari anche di quelli di Gaza.


 

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