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martedì 22 luglio 2014

La guerra di propaganda russa sul volo MH17

(Articolo pubblicato su Formiche)

Ormai le guerre sono grosse questioni di propaganda: probabilmente in parte è sempre stato così, ma ora, con lo sviluppo degli spazi digitali (Internet e il mondo dei social network) e l’immediata circolazione dell’informazione, tutto è diventato più rapido. Esempio emblematico, è ciò che esce da uno dei fronti più caldi in questo momento: l’Ucraina dell’est.

Nell’Oblast di Donetsk si trova Grabovo, piccolo paese sperduto al confine con la Russia, che tristemente riempe le pagine di cronaca internazionali dopo l’abbattimento del volo MH17 della Malaysia Airlines. Lunga storia, ancora piena di misteri e piste coperte. Mosca ci ha messo del suo, da subito, per velare i fatti il più possibile: d’altronde l’esperienza propagandistica non manca e si consolida ulteriormente con la potenza dei nuovi mezzi – chi osserva l’andamento della crisi ucraina da mesi, ne sa qualcosa.

Secondo informazioni trasferite dallo Sbu (il servizio segreto ucraino), quello che gli ispettori Osce stanno trovando nei campi di girasoli che circondano il punto d’impatto del Boeing 777, con ogni probabilità è stato già filtrato accuratamente da uomini scelti russi (o filo-russi). Tutto ciò che poteva essere scottante, sarebbe stato rimosso; e i depistaggi coinvolgono (ovvio) anche la possibile “arma del delitto”, quel lanciatore Buk – il sistema missilistico che con ogni probabilità ha lanciato il missile che ha colpito il velivolo – che gli uomini del battaglione Vostok, gli addetti ai lavori sporchi di Mosca dai tempi della Cecenia, hanno accuratamente allontanato dalle zone dell’incidente.

Ma il filtraggio e il depistaggio, in Russia interessa anche le notizie diffuse dagli organi di informazione. Le televisioni, gran parte controllate dal Cremlino, stanno compiendo un intorbidimento delle acque, che fondamentalmente gira tutto intorno a un punto: i ribelli filo-russi, che abbiamo sostenuto finora, non avrebbero mai potuto fare una cosa del genere – sottinteso: “se li abbiamo sostenuti noi, sono gente per bene, mica assassini di civili”.

E allora via a talk show con esperti che raccontano, documenti alla mano, come sia impossibile che un SA-11 (definizione Nato del Buk) sia arrivato così in alto, e come sia altrettanto impossibile che i separatisti avessero le competenze per lanciarlo. Poco importa se i dati tecnici della postazione lanciamissili sconfessino la tesi. O, ancora, se girano da tempo notizie sull’addestramento ricevuto da alcuni uomini filo-russi, sull’uso delle armi antiaeree direttamente oltreconfine – addestramento per altro ha portato i suoi frutti, visto il numero di velivoli dell’aviazione ucraina, abbattuti in quelle zone dai ribelli (o chi per loro).

La storia va raccontata per manipolare il consenso – è così da sempre.

Lunedì il presidente russo Vladimir Putin, rispondendo alle responsabilità che la comunità internazionale gli affibbia per la deriva presa dai ribelli ucraini, ha fatto sapere che le sue fonti di intelligence sono a conoscenza della verità: quale sia non è chiaro, fatto sta che ha paventano la presenza di un caccia ucraino in zona, come possibile responsabile.
Ma le televisioni del Cremlino vanno oltre e, in un paese dove le Tv (di Stato) e gli angoli più inventivi di Internet sono diventati una sorta di feedback simbiotico tra nazionalismo e teorie del complotto, esce di tutto. La più bizzarra, al limite del paranoico, racconta che in realtà il volo caduto a Grabovo non era altro che l’MH370 – l’aereo, dello stesso modello e della stessa compagnia, disperso a marzo nell’Oceano Indiano. Secondo alcuni siti ben direzionati, molto seguiti in Russia e mai sconfessati da nessuno in patria (anzi!), l’aereo partito da Kuala Lumpur con direzione Pechino e di cui si persero le tracce l’8 marzo, in realtà sarebbe stato dirottato verso la base americana di Diego Garcia (isole Cargos, pieno Indiano), dove tutti i passeggeri sarebbero stati uccisi. Da lì sarebbe stato rimesso in volo (pieno di morti) il 17 luglio sulla rotta da Amsterdam, fino a farlo precipitare nelle zone contese dell’Ucraina orientale – con i piloti che stando alla ricostruzione erano esperti militari, visti da testimoni oculari eiettarsi con il paracadute prima dell’impatto. Dietro, ci sarebbe un grande piano del Mondo per far ricadere le colpe sulla Russia; il fine, quello di trovare un casus belli per un attacco militare contro Mosca.

Paranoia, appunto, ma ben costruita: a contorno della teoria dell’aero-cadavere, ci sarebbero le diffusioni dei notiziari russi, che parlano di passaporti nuovi di zecca ritrovati sul luogo del disastro, o delle pagine Facebook dei viaggiatori create ad uopo il giorno prima del crash – tutto smentito dai media occidentali, ovviamente, ma la televisione russa s’è vista bene di farlo sapere ai propri telespettatori.

Altra teoria abbastanza superata dai fatti, ma molto in voga in Russia, è quella che racconta che il missile lanciato contro il Boeing Malaysia in realtà fosse diretto verso l’aereo presidenziale: tesi anche questa molto poco credibile, che però sta ancora in piedi per l’indubbio merito di accrescere l’epica eroica intorno a Putin.

Noi possiamo coscientemente e razionalmente considerare tutte queste ricostruzioni come “improbabili”, soltanto perché abbiamo avuto accesso, attraverso i nostri liberi sistemi mediatici, ad un ampio set di informazioni: ma in Russia non è così.

Le acque intorbidite dalla propaganda, hanno costruito nell’immaginario della popolazione russa, circostanze in cui nella migliore delle ipotesi l’aereo è precipitato per un tragico incidente di cui sono responsabili gli ucraini – che lo hanno abbattuto per sbaglio, magari con un caccia, inconsapevoli che fosse un obiettivo civile. Mentre nella peggiore, i cittadini, da Mosca a Bering, stanno pensando ad una cospirazione mondiale per trascinare la Russia in una guerra apocalittica contro l’Occidente.

Dopo giorni che la tragedia riempe gli spazi nei media internazionali, sono pochi i russi ad avere percezione che il proprio governo è in qualche modo responsabile di quello che è successo. Un uso massiccio della propaganda – “traditori”, “fascisti”, “quinte colonne” – che porta in superficie i demoni psicologici di una società fortemente traumatizzata dal XX secolo: una situazione che Floriana Fossato (studiosa di media russi da molti anni) ha definito tempo fa sul New Republic «la somma di una sorta di sindrome post traumatica e di sindrome di Stoccolma collettiva».

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