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venerdì 18 luglio 2014

Il punto sull’invasione israeliana a Gaza

(Articolo pubblicato su Formiche)

Una serie di colpi di artiglieria e uno squadrone di elicotteri Apache ha aperto la strada, giovedì alle 21 ora locale (le 22 in Italia), alle truppe israeliane che hanno forzato il confine della Striscia di Gaza e dato il via all’operazione di terra (il video).

I fronti maggiormente coinvolti negli scontri (una ventina di miliziani di Hamas e una soldatessa IDF sono rimasti a terra, a cui fonti palestinesi dicono che si aggiungono diversi civili) sono quelli di Beit Lahiya e Beit Hanun, ma l’operazione potrebbe estendersi con facilità, e arrivano le prime notizie di sparatorie nella città vecchia di Gerusalemme. In mattinata il primo ministro Netanyahu, al termine della riunione del Gabinetto di emergenza, ha commentato: «Non abbiamo il cento per cento di sicurezza che avremo successo contro Hamas, ma faremo di tutto per farcela», aggiungendo che se sarà necessario le operazioni si amplieranno. Sono pronti 40 mila soldati, più altri 18 mila riservisti richiamati, che potrebbero andare ad aggiungersi alle unità scelte che, per il momento, hanno varcato i confini della Striscia. Che non si tratti di un’operazione “mordi e fuggi” è chiaro: d’altronde Hamas ha giurato una severa rappresaglia («Non hanno pensato alle conseguenze; le forze di occupazione pagheranno un prezzo molto alto, e Hamas è pronta a questo confronto» ha commentato uno dei portavoce del gruppo).


Secondo Netanyahu, l’opzione “di mettere gli stivali a terra” era l’ultima rimasta disponibile – l’account Twitter del PM sta pubblicando vari messaggi per spiegare il perché. Sostanzialmente la motivazione dell’invasione, sta nell’andare a bloccare e distruggere i tunnel – elementi quasi vitali di rifornimento, non solo militare (per approfondire un bel pezzo di Guido Olimpio sul CorSera) – e a disarmare l’arsenale di missili. Nella giornata di giovedì, era tornata forte la preoccupazione per possibili infiltrazioni di terroristi palestinesi nel territorio israeliano proprio attraverso le gallerie: in mattinata un gruppo era stato bloccata con un attacca aereo nel nord della Striscia, nel pomeriggio invece si era diffuso l’allarme di possibili infiltrazioni nella zona di Eshkol – dove proprio grazie all’uso di un tunnel, nel 2006, era stato rapito e trasferito a Gaza il soldato israeliano Shalit.

Già dalla serata di mercoledì, si parlava della possibilità dell’attacco a terra, che tuttavia sembrava scongiurato anche per il blocco della comunità internazionale (anzi, sembrava che arrivasse un cessate il fuoco). Il governo israeliano ha commentato «il mondo è dalla nostra parta», ma critiche e ammonimenti arrivano da Onu, Stati Uniti e pure da voci interne – oggi per esempio il giornale liberale Haaretz in un duro editoriale ha espresso contrarietà all’invasione. Sono scoppiate molte manifestazioni pacifiche e proteste sfogate in scontri con le forze dell’ordine, davanti alle sedi diplomatiche israeliane in Turchia – tanto che Tel Aviv ha richiamato in patria i propri rappresentati – e pure in Thailandia e India, diversi musulmani hanno manifestato a favore della causa Palestinese.

Già dalla serata di mercoledì, si parlava della possibilità dell’attacco a terra, che tuttavia sembrava scongiurato anche per il blocco della comunità internazionale (anzi, sembrava che arrivasse un cessate il fuoco). Il governo israeliano ha commentato «il mondo è dalla nostra parta», ma critiche e ammonimenti arrivano da Onu, Stati Uniti e pure da voci interne – oggi per esempio il giornale liberale Haaretz in un duro editoriale ha espresso contrarietà all’invasione. Sono scoppiate molte manifestazioni pacifiche e proteste sfogate in scontri con le forze dell’ordine, davanti alle sedi diplomatiche israeliane in Turchia – tanto che Tel Aviv ha richiamato in patria i propri rappresentati – e pure in Thailandia e India, diversi musulmani hanno manifestato a favore della causa Palestinese.

A quanto racconta il giornalista di Haaretz Barak Ravid, la decisione dell’invasione sarebbe stata presa già martedì sera, quando Hamas aveva rifiutato la tregua proposta dall’Egitto – mettendo per altro sul banco dei punti irricevibili per Israele, tanto che alcuni analisti avevano sottolineato come il comportamento del gruppo palestinese, fosse una sorta di provocazione. Dopo la riunione di martedì, i membri del Gabinetto di emergenza, informati di tutti i dettagli dell’operazione, avevano già dato carta bianca a Netanyahu e al ministro della Difesa Yaalon di decidere le tempistiche dell’azione. Il via immediato è stato ritardato per dare un’altra possibilità alla mediazione egiziana – che, proprio giovedì è andata di nuovo a vuoto, sebbene i colloqui stanno procedendo alla presenza di Abu Mazen.

Tutto gira, da giorni, intorno alla liberazione dei palestinesi arrestati per il rapimento di Gilat Shalit, di nuovo incarcerati durante il rastrellamento per le ricerche dei tre ragazzi uccisi a giugno. Poi c’è la questione di quella che a Gaza chiamano “l’assedio”, ossia l’embargo imposto da Israele dopo la presa del potere del gruppo nel 2007: l’obiettivo dichiarato israeliano, era quello di impedire che entrassero nella Striscia materiali per la fabbricazione dei missili, ma spesso vengono bloccati anche beni civili – contrabbandati poi attraverso i tunnel. Lo scopo sottotraccia è quello di attuare una sorta di guerra psicologica: stoppare i rifornimenti impoverisce la popolazione, che teoricamente dovrebbe abbandonare il sostegno ad Hamas – vedendo il calo di consensi, per certi aspetti l’operazione è riuscita, ma c’è il pessimo risvolto della povertà endemica (Gaza è il terzo paese più povero del mondo arabo).

Ieri il ministro degli Esteri egiziano aveva accusato Turchia, Qatar e la stessa Hamas, di minare il tentativo di mediazione dell’Egitto – il governo di Sisi, ha già avuto diverbi con i qatarioti e i turchi, contrari alla sua presa del potere e alla deposizione di Morsi, in quanto entrambi i Paesi sono molto vicini alla Fratellanza. Con ogni probabilità il tentativo di mediazione del Cairo rientra nel piano politico del generale/presidente, che punta all’isolamento dei Fratelli Musulmani, anche attraverso l’indebolimento di Hamas.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, terrà probabilmente in giornata una riunione sulla situazione, a margine di quella prevista per l’abbattimento del volo MH17 in Ucraina orientale.

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