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martedì 3 giugno 2014

La politica e la diplomazia dietro al rilascio del sergente Bergdahl

Ho scritto su Formiche, di come la politica americana ha reagito malamente alla liberazione del sorgente di fanteria Bowe Bergdahl, unico prigioniero di guerra in Afghanistan.

Il punto, ovviamente, non è il ritorno a casa del soldato - salutato da tutti come un eroe (più o meno, perché alcuni risvolti sulla sua storia sono in discussione, ma se ne riparlerà) -, ma il contemporaneo rilascio di 5 talebani detenuti a Guantanamo.

Si è creato il precedente? Si è scesi a trattative con i cattivi? "È stato fissato il prezzo: un soldato americano vale cinque terroristi", come ha sentenziato qualcuno?

Dai repubblicani in fibrillazione e qualche democratico che storce il naso, la questione si è spostata anche fuori confine, con Kabul che è si è unita ai rimbrotti di Washington - lato congressuale - lamentando il non coinvolgimento nell'operazione («Ci hanno avvertito solo a cose fatte» dicono dagli uffici dell'uscente Karzai). Ora si dovrà firmare l'accordo bilaterale di sicurezza, con entrambi i politici rimasti al ballottaggio presidenziale che avevano espresso intenti positivi - contrariamente a Karzai che quella firma non l'ah voluta mettere mai. Ma la vicenda della liberazione di Bergdahl, quanto peserà su questi futuri equilibri?

Altro mezzo passo falso (per non dire tutto), dopo il quasi inutile discorso di West Point del 28 maggio, in cui i piani strategici e le visioni del presidente Obama sulla politica estera per i prossimi due anni, sono stati oggetto di critiche anche fameliche - qui le reazioni dei giornali americani, ma i quotidiani internazionali non sono stati più morbidi (eccezione fatta per quelli italiani, che evidentemente godono ancora del fascino provinciale dell'"Americano a Roma" dell'Albertone Nazionale, quando si parla del presidente).

In più, come se non bastasse già, nella vicenda della liberazione è stato coinvolto il Qatar, paese che sta garantendo già la permanenza e la sicurezza dei cinque terroristi liberati da Guantanamo. Al di là delle questioni di diritto internazionale lamentate anche dagli afghani - il Qatar è un paese terzo, che non ha voce in nella faccenda, con i cinque uomini che dovrebbero tornare in Afghanistan -, il problema è anche di credibilità e affidibilità del partner scelto dalla Casa Bianca.

Il regno dell'emiro al-Thani è noto finanziatore di gruppi islamisti, a cominciare dalla Fratellanza Musulmana, per poi arrivare fino a forze combattenti jihadiste (anche tra quelle impegnate in Siria). In più, proprio in questi giorni, stanno emergendo nuove rivelazioni sull'affaire Mondiali 2022: come non bastassero le continue morti durante la costruzione degli impianti e le condizioni di pseudo-schiavismo a cui sono costretti i lavoratori (denunciate più volte da diverse associazioni internazionali), ci si mette anche la spinosa accusa dei brogli e delle mazzette dietro all'assegnazione della Fifa - tanto che la federazione mondiale starebbe pensando a ridefinire nuovamente la designazione (circostanza storica, mai avvenuta prima).

Insomma Doha non brilla per integrità, ma a quanto pare il ruolo qatariota nel processo di pace tra Taliban afghani e governo (e realtà internazionali), sarebbe pregresso. E magari Obama sta cercando di riallacciare quel canale in vista dell'abbandono militare del paese.


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