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mercoledì 21 maggio 2014

Il punto sulla situazione in Libia

Quello che succede è molto «fluido», come lo ha definito il dipartimento dei Stato americano. Tuttavia, in questa fase di calma apparente - apparente, perché di fatto è stato ucciso un tecnico cinese a Bengasi poche ore fa e ferito in un altro attentato il capo della Marina libica - ho provato a fari il punto, tra fatti e considerazioni, su Formiche.

Rispetto a ieri, oggi ci sono alcune notizie importanti da registrare. 1) Il generale Haftar ha parlato apertamente dell'appoggio egiziano, promettendo di consegnare i terroristi catturati alle corti del Cairo. 2) In Tunisia sono stati arrestati otto terroristi legati ad Ansar al-Sharia, gruppo qaedista che opera nell'area. Gli uomini si sarebbero addestrati in Libia e stabiliti in Tunisia da un po': segno che le operazioni di intelligence nei paesi confinanti si stanno facendo sempre più attente. 3) Le milizie di Misurata si sono schierate apertamente: hanno fatto sapere di essere a Tripoli per difendere il governo contro il «golpe» di Haftar. 4) Il ministro degli Esteri italiano Mogherini, è a Lisbona per una riunione del tavolo di dialogo Euromediterraneo (detto 5+5, cinque paesi europei, Italia, Francia, Spagna, Malta, Portogallo, e cinque africani, Marocco, Algeria, Libia, Tunisia e Mauritania, che si affacciano sul Mare Nostrum), incontrerà a margine i colleghi libico e francese, Mohamed Abdelaziz e Laurent Fabius. Il tentativo sarà di portare la situazione all'attenzione dell'Onu prima che sfugga definitivamente dal controllo. 5) La Guida Suprema Bashir al Kubti della Fratellanza Musulmana in Libia - messa da Haftar nell'obiettivo delle operazioni militari - ha espresso la prima dichiarazione ufficiale: «Qui  non siamo in Egitto e noi non siamo terroristi. In Libia tutto il popolo è armato. Non esiste casa in cui non ci sia una pistola o un fucile. In strada si trova qualsiasi tipo di arma: stiamo parlando di almeno 25 milioni di armi circolanti nel Paese». 6) Il portavoce del Dipartimento di Stato Jen Psaki, ha dichiarato che Washington non era al corrente delle azioni del generale, con il quale non è in contatto da mesi, e che «non sostiene né condanna le azioni sul terreno».


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