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giovedì 15 maggio 2014

Guerra a Boko Haram

Il rapimento delle oltre 200 liceali da parte di Boko Haram, realtà attiva nelle aree a nord della Nigeria nel tentativo di ricreare uno stato islamico da diversi anni, ha sensibilizzato il mondo sulle attività di quello che a tutti gli effetti è il più violento, sanguinario e radicale, dei gruppi islamisti in giro per il mondo (se n'era abbondantemente parlato qui, qualche mese fa).

In un luogo difficile e pieno di enormi contraddizioni come la Nigeria (le mappe che raccontano il background sociale del paese), difendersi dal terrorismo non è facile. Le truppe governative sono spesso spalleggiate da forze di autodifesa locali (mercoledì una di queste ha ucciso oltre 200 militanti Bok Haram, respingendo uno dei tanti assalti ad un villaggio del nord), tuttavia non bastano.

I problemi nigeriani, specchiano quelli di tutta l'Africa: l'impreparazione delle truppe, la corruzione, le enormi disparità sociali, sono il terreno in cui attecchisce l'attività dei gruppi combattenti estremisti di radice islamica - molti legati ad al-Qaeda, mentre alcuni si stanno svincolando. (Qui un vecchio pezzo, dove si parlava dei gruppi jihaidisti africani e anche di Boko Haram).

La comunità internazionale, raggiunta - tardi! - consapevolezza dello scenario, ha deciso di reagire alla crisi delle ragazze rapite non solo attraverso i messaggi della campagna mediatica #BringBackOurGirls (che ha comunque ottenuto successo planetario, coinvolgendo personalità assolute come Papa Francesco), ma intervenendo militarmente a sostegno delle forze di Abuja.

Ho scritto su The Post Internazionale, su come queste operazioni saranno condotte - per lo meno, quello che si sa fin qui e che si può ragionevolmente immaginare.



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