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giovedì 15 maggio 2014

Lo spazio, tra frontiera e rischio geopolitico

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 15/04/2014)

Che si tratti della crisi in Ucraina o della volontà della Cina di aumentare la propria influenza nel Mar cinese meridionale, è indubbio che le tensioni geopolitiche stanno aumentando. Ma se certi attriti portassero ad incidenti nello spazio, come saprebbe reagire la comunità internazionale?
Con ogni probabilità, non è pessimistico pensare che la reazione al momento sarebbe inerme, eventuali conflitti finirebbero fuori controllo: e per ragioni di scarsa confidenza geografica dello scenario di scontro, e per questioni economiche.
Micah Zenko, analista per la sicurezza nazionale del Council on foreign relations americano, ha delineato questo genere di preoccupazioni in un rapporto fornito al governo statunitense, che si focalizza sulla crescente minaccia di incidenti spaziali. Zenko ha paragonato il problema a quello della sicurezza informatica, altra realtà relativamente nuova che sta attirando l’attenzione dei leader mondiali, ma secondo Zenko, mentre sulle questioni informatiche si sta lavorando con estrema concentrazione, quelle spaziali sono affrontate ancora con una certa distanza.
Sarebbe del tutto realistico pensare alla possibilità di azioni di interferenza spaziale, durante fasi di crisi internazionali: è l’attività di alcuni paesi, che fa da indicatore (strategico e tattico) e mette in allarme. La Cina per esempio, ha da tempo intrapreso un ampio programma spaziale, correlato da almeno sei test Asat, missili anti-satellite, avviati senza preavviso dal 2005.
Principalmente, infatti, questo genere di ostilità si lega all'attacco ai satelliti: sia sotto la forma del cyber-warfare (jamming, hacking, spoofing), sia sotto quella dei sistemi Asat a salita verticale, molto meno realisticamente, per il momento, si può parlare di attacchi elettromagnetici direttamente nello spazio. E, per dire, se la Cina decidesse di esercitare così, attaccando satelliti sensibili, le proprie ragioni sulle dispute legate a Taiwan, o al controllo del Mar cinese?
Oppure la Corea del Nord: Kim non è nuovo a comportamenti militari provocatori. Nel 2012 è riuscito a mettere in orbita il suo primo satellite, trasportato da un missile Taepodong-2 modificato, lo stesso che, a quanto pare, vorrebbe utilizzare per scopi Asat, così come potrebbero essere messi a punto i nuovi missili balistici Hwasong-13 (ancora non testati definitivamente).
O, ancora, l’Iran. Le forze dei Guardiani della Rivoluzione sono state in questi anni piuttosto attive in azioni di disturbo, provocazione e attacco, nel Golfo e diverse volte caccia iraniani hanno provato ad abbattere i droni Predator americani; e se l’Iran, che nel giugno 2013 ha fatto sapere di voler spingere sensibilmente il progetto spaziale, avviasse azioni del genere contro alcuni satelliti?
Negli ultimi anni la dipendenza dai sistemi satellitari è diventata enorme. Dalle televisioni alla rete cellulare o internet, fino ad arrivare ai sistemi di sicurezza, la gran parte delle moderne utilities tecnologiche passa dai corpi orbitanti ultrasofisticati distribuiti per lo più nella fascia Leo (Lower earth orbit, orbita d’altitudine 160 km).
Quanto sarebbe pericoloso, dunque, se lo spazio diventasse luogo di evoluzioni delle crisi, di contrattazione, di ulteriore militarizzazione? Al di là che la parità d'accesso allo spazio, attualmente garantita dal controllo del Joint space operations center statunitense (Jspoc), verrebbe meno, il problema sarebbero le ripercussioni terrestri: all’interferenza su un satellite, si potrebbe rispondere con un attacco aereo a terra, per capirci.
Nella zona Leo, in più, negli ultimi anni si è registrato un consistente aumento della quantità di detriti spaziali, frutto anche di test condotti senza scrupoli e criterio, nel 2007, per dirne uno, un test Asat cinese contro il defunto satellite meteo Fegyug 1-C ha prodotto un aumento del 40 per cento dei detriti. Centinaia di migliaia di oggetti dalle dimensioni centimetriche che viaggiano a 18mila miglia orarie, in grado di distruggere tutto ciò che incontrano (ricordate il film “Gravity”? Non era troppo fantascienza, insomma), ancora continuamente monitorati dal Jspoc. E se qualche detrito sconsideratamente prodotto da un test, colpisse un satellite di un altro paese, possiamo essere certi che non si creerebbero rappresaglie anche in questo caso?
Come nelle varie sfide di governance globale legate alla tecnologia, il caso della sicurezza informatica, si diceva, più si ritardano gli sforzi preventivi nel plasmare regole stringenti, più si rischia il Far West. Ovvio, che chi deve muoversi per primo sono gli Stati Uniti, che rappresentano il 75 per cento della spesa spaziale globale, per poi portarsi dietro gli alleati e trasmettere la condivisione delle regole anche ai paesi più ostili e problematici, pena, la sicurezza spaziale, che non è poco.
Difficile, certamente, in un mondo dove i motori dei razzi spaziali americani sono prodotti dalla Russia e rischiano di finire sotto sanzioni; ma lassù la collaborazione nella stazione orbitante russo-americana è estremamente lontana dai fatti nell’Est ucraino, per ora.


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